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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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Esisteva. E non esisteva.

Diede un’occhiata agli altri amici, sfumati d’arancio per via dell’asciugamano che ricopriva la lampada, e poi si voltò nuovamente verso la finestra.

Il cavallo non aveva intenzione di permettere che gli facessero del male.

Come e perché, l’avrebbe capito più tardi; in quel momento doveva saperne di più. Reale o irreale, il cavallo era un animale e doveva cercare di capire chi era quella bestia e che tipo di controllo, se mai fosse stato possibile averne, poteva avere su di lui e come poteva inserirlo nel nuovo insieme di Regole che stava escogitando.

Allargò le labbra in qualcosa che doveva essere un sorriso e in quel momento suonò il campanello della porta. Saltò sulla sedia, portandosi una mano al petto. Deglutì, si guardò timidamente intorno e si precipitò da basso, aspettando che il suono si ripetesse prima di decidersi ad aprire la porta.

Era il sergente Verona, con il cappello in mano e un timido sorriso sulla bocca, che chiedeva di poter entrare.

«Certo», rispose Don, facendo un passo indietro e indicando il salotto. «Si accomodi pure.»

Il sergente fece qualche domanda e Don gli rispose che stava bene, anche se si sentiva ancora un po’ impaurito; comunque pensava di tornare a scuola l’indomani. I giornalisti non l’avevano infastidito più che tanto, e il vedersi in televisione era stata un’esperienza strana, ma anche interessante.

«Non sembravo un teppista», disse, prendendo la sedia di suo padre.

«Credi di esserlo? Credi di sembrare un teppista?» Verona stava sul divano e si girava il cappello lentamente tra le mani.

«No, non proprio. Forse assomiglio di più a un divo della televisione.»

«Cerca solo di non farci l’abitudine, ragazzo», suggerì gentilmente l’uomo. «Domani ci sarà un altro assassinio da qualche altra parte e si dimenticheranno tutti presto di te.»

«Bene», rispose lui. Bene, pensò, bene davvero.

«Mio padre e mia madre sono fuori e…»

«Lo so. Volevo vedere te, comunque, se non ti dispiace. Non stavi studiando o qualcosa del genere?»

«Un po’. Posso rimandare.»

«Il bastone», disse Verona.

Don era sorpreso. «Il bastone?»

«Quello con cui hai colpito Falwick.»

Verona smise di giocherellare con il cappello, guardò il suo piede che stava battendo sul tappeto e poi alzò lo sguardo su Don. Prese un fazzoletto dalla tasca della giacca e se lo passò sul viso, ma Don si accorse che i suoi occhi non lo mollavano un attimo, non si staccavano da lui.

«È difficile», confessò il sergente. «Non so come dirtelo, per cui lo dico e basta, okay?»

«Certo.» A Don non importava; non sapeva quello di cui il poliziotto stava parlando.

«Continuo a pensare che forse non sei stato tu», disse velocemente l’uomo, scrutandolo per osservarne le reazioni. «Ho avuto la possibilità di dare un’occhiata ai rapporti e c’è qualcosa che non va, Don. C’è qualcosa che la mia mente si rifiuta di capire e mi sta facendo impazzire. Sarà capitato anche a te, scommetto. C’è qualcosa che ti rode e che non riesci a capire, per cui ci lavori sopra e ci ripensi finché riesci a dare un senso a tutto. Hai capito quello che intendo dire?»

Don aveva capito in parte; conosceva quella sensazione, ma non capiva a che cosa si riferisse il sergente.

«Falwick», proseguì Verona. «Sto pensando che non sia stato tu a colpirlo con quel bastone.»

Don fremette. «Ma invece sì», rispose.

Verona annuì, aspettandosi quella risposta. «Quello a cui sto pensando, capisci, è che tu fossi sul posto, va bene. Cioè, tutto prova che tu eri presente, nessuno lo dubita. Ma non credo che tu fossi solo.»

Don si aggrappò forte ai braccioli. «Ero solo», insistette gentilmente. «Non c’era nessun altro con me.»

«Nessun amico?»

«Nessun amico.»

«Vedi, mi chiedo se per caso voi ragazzi non vi siate riuniti dopo la morte della vostra amica e abbiate deciso di risolvere tutto da soli. Non sarebbe il primo caso.» Verona sorrise amabilmente. «È possibile che tu sia stato mandato nel parco in perlustrazione e quando Falwick è saltato fuori, gli altri sono scesi dagli alberi.»

«No», mormorò Don.

«È possibile che dopo il misfatto, dopo aver picchiato l’uomo a morte e dopo aver visto com’era stato ridotto, siano scappati per lasciare a te la patata bollente.»

«No.»

Verona si asciugò la faccia e rimise il fazzoletto in tasca, prese in mano il cappello e lo fece girare come se fosse una monetina.

«È bello proteggere i propri amici, Don», disse, mentre Don si stava sporgendo in avanti per protestare. «Ma non è bello quello che hai fatto. È un assassinio, Don. Programmare ed eseguire un piano di questo tipo è omicidio di primo grado, a prescindere dall’età che hai. Questa è la legge. Sei un bravo ragazzo, un bravissimo ragazzo, e io non posso fare nient’altro che dirti che ti sto considerando un assassino, tu e i tuoi amici.»

«Lo dirò a mio padre», fu tutto quello che riuscì a rispondere.

«Fa’ pure», disse Verona, alzandosi in piedi e salutando Don che stava ancora seduto. «Forse riapriremo il caso e scopriremo la verità.»

Se ne andò subito, senza rumore, lasciando Don sulla sedia a fissare il camino. Pensò di essere nei pasticci, ma non sapeva di che tipo. Non c’era nessuna prova che implicasse qualcun altro, e meno di tutti lo stallone, e poi sarebbe stato deriso per il resto della vita se avesse anche solo tentato di spiegare quello che era realmente successo.

Sbatté gli occhi e li chiuse.

Aveva un sapore amaro in bocca.

Poi alzò i pugni sopra la testa e li fece cadere violentemente sulle gambe, sui braccioli, sulla fronte, quindi si diresse verso il caminetto per prendere a pedate i mattoni.

Stava succedendo di nuovo.

Gesù Cristo, persino la polizia stava cercando di portargli via qualcosa che apparteneva solo a lui. Si voltò, tastando con le mani alla ricerca di qualcosa da poter lanciare e, non trovando niente, se le rimise in tasca. Con le gambe rigide, attraversò la stanza, dirigendosi verso le scale, decidendo se fosse il caso o meno di piangere. Ne aveva certamente voglia e si portò una mano sugli occhi mentre capiva che stava ancora una volta per autocommiserarsi. Nessuno stava cercando di portargli via niente. Verona non era sicuro, perché non aveva nient’altro che uno stupido sospetto. E Don non era uno stupido — non era stato tanto accecato dall’attenzione di tutti da non accorgersi che avevano tirato un grande sospiro di sollievo per la morte di Falwick. Non l’avrebbero fatto resuscitare, nemmeno il suo ricordo, soltanto perché un detective si sentiva un po’ snobbato.

Squillò il telefono mentre stava appoggiando il piede sul primo gradino.

Fissò l’apparecchio, domandandosi se fosse un altro giornalista, o qualcuno che cercava i suoi genitori. Solo al quarto squillo gli venne in mente che poteva anche essere per lui.

Infatti.

Era Tracey.

«Stai bene?» fu la prima cosa che gli domandò dopo averlo salutato.

«Certo.» Si era seduto a gambe incrociate per terra, di fronte alla cucina. «Perché?»

«Hai un tono orribile.»

«Grazie, ne avevo bisogno.» Una voce in sottofondo lo fece tremare. «È Jeff?» domandò senza espressione. «C’è Jeff a casa tua?»

«No», rispose. «Sono qui. A casa sua, intendo dire.»

«Oh.»

«Oh», gli fece eco, cambiando tono. «Perché … perché, Donald Boyd, sei geloso?»

Il fremito divenne un sussulto. «Chi? Io?»

Lei si mise a ridere. «Mio Dio, non ci posso credere.»

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