La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Avrebbe dovuto chiamare anche l’ufficio del coroner. Se aveva fatto un errore, l’avevano commesso anche loro.
Poi si sedette dietro il volante, fece girare la chiavetta e controllò che non sopraggiungessero altre vetture.
Vide che c’era qualcosa in mezzo alla strada, verso l’angolo più distante, oltre la luce che l’unico lampione sopravvissuto ai teppisti locali emanava.
Era ferma, aspettava, e chissà per quale ragione Hedley fece un’inversione a U e si diresse dalla parte opposta.
Dopo l’allenamento, Brian andò a sollevare i pesi con Tar, Fleet e una mezza dozzina di altri ragazzi della squadra fino all’ora di cena, poi si fece una doccia ben sapendo di essere osservato da Gabby D’Amato e si precipitò a casa accorgendosi che qualcosa alle spalle lo stava tenendo d’occhio, in silenzio, nascondendosi nel buio.
Fleet andò a casa con la berlina ammaccata di Tar, guardando nello specchietto retrovisore tanto spesso che Boston quasi lo cacciò fuori dalla macchina.
Jeff aveva addotto una scusa per non andare a sollevare i pesi quel pomeriggio. Sapeva che Tar aveva detto qualcosa a Brian a proposito dell’altro giorno e non voleva che lo colpissero con un bastone tra le gambe. Fece i compiti, pulì la stanza e ogni volta che passava davanti a una finestra non riusciva a fare a meno di guardare fuori, cercando qualcosa che si nascondeva, domandandosi se fosse il caso di chiamare Tracey, ma timoroso di alzare il ricevitore del telefono.
Lo chiamò suo padre per dirgli che avrebbe lavorato fino a tardi in ufficio, per cui si preparò la cena da solo, dando le spalle alla finestra della cucina.
Dopo aver lavato i piatti, fissò il telefono, si pulì le mani contro i jeans, si tolse gli occhiali e li strofinò con la camicia.
Era uno stupido. Ma sapeva che, se avesse alzato la cornetta in quel momento, non avrebbe sentito niente, nemmeno il rumore della linea libera. Nemmeno un brusio.
Solo il vuoto, come quell’ombra che aveva visto per strada, qualcosa di più che un’ombra, qualcosa di meno della notte.
Dopo cena, Tracey cercò di telefonare a Don. La linea era occupata e ricordandosi della ferma promessa che si era fatta, chiuse la bocca, scese le scale e andò a prendere il cappotto dal guardaroba. Sua madre le domandò dove stesse andando e Tracey glielo spiegò; suo padre ancora non si era mosso dal divano sul quale stava facendo un sonnellino.
«Ti prego», disse sua madre, guardando con paura l’uomo che dormiva, «aspetta che si svegli.»
«Devo andare, mamma. Si tratta della scuola. Don ha una cosa che mi serve.» Prese il polso di sua madre e le sorrise. «Mi serve per domani. Non ti preoccupare, andrà tutto bene.»
«Non lo so. Forse dovresti…»
«Mamma, quell’uomo è morto. Lo ha ammazzato Donald. È morto. Andrà tutto bene, davvero.»
Se ne andò prima che le preghiere si trasformassero in un ordine e fece di corsa i primi cento metri per evitare qualsiasi cambiamento di idea da parte di sua madre. Poi si fermò e si appoggiò contro un albero per respirare profondamente, cercando di scrollarsi di dosso le vertigini che l’avevano assalita. Non c’era molto traffico. Nonostante fossero soltanto le sette, sembrava mezzanotte passata. L’aria sapeva di strano, come se fosse affaticata e si augurasse che il sole si alzasse alla svelta per riscaldarla; il marciapiede era fragile, ricoperto da un sottile strato di ghiaccio che si rompeva sotto i suoi passi; e i lampioni si riflettevano per terra, lanciando riverberi bianchi che la abbagliavano e la costringevano a distogliere lo sguardo.
Faceva freddo; tutto era silenzioso.
Eccetto quel movimento alle sue spalle.
È morto, si disse mentre allungava il passo; è morto, è stato Don ad ammazzarlo e non c’è nessuno qui dietro.
Si voltò di scatto; non c’era nessuno.
Ancora quattro palazzi, poi avrebbe potuto fingere di avere mal di testa così il signor Boyd oppure Don l’avrebbero riaccompagnata a casa.
Che stupida, pensò mentre si avvicinava alla via; stupida, stupida, stupida. Perché non te ne torni a casa e tenti di telefonargli? Che cosa potrai dire, che stavi passando per caso? Passavi per caso da una via che sta a mezzo chilometro di distanza da casa tua? Cristo, Don, mi stavo domandando con chi hai intenzione di andare alla partita domani. Jeff mi ha già domandato di aspettarlo, ma lui capirà se io verrò con te. Stavo solo passando, tutto qui.
Svoltò a sinistra, verso il centro del quartiere, con l’intenzione di girare a destra al prossimo incrocio per evitare dì passare davanti alla scuola.
A metà, sentì di nuovo quel movimento alle sue spalle. E il respiro — pesante, lento, qualcosa di molto più grande di un uomo si stava muovendo alle sue spalle.
Era come a scuola, la stessa cosa che aveva visto nel corridoio al piano di sotto. Lo sapeva senza guardare e, sempre senza guardare, si mise a correre a bocca aperta per respirare meglio, agitando le braccia. Scese dal marciapiede sentendo che continuava a seguirla per la strada.
Ritmico, martellante, tanto somigliante a un cavallo che tentò di voltarsi a dare un’occhiata per assicurarsene, ma non vide nient’altro che un’enorme ombra che si muoveva verso di lei lungo la strada. Un rantolo — è una macchina con i fari spenti, Trace, non fare l’idiota — piagnucolò, si mise a correre più veloce e sentì l’animale — è una macchina! — e aumentò la velocità.
Un’altra occhiata e inciampò.
Sopra la massa nera, nel buio, si vedevano due macchie verdi.
E sotto, un bagliore di scintille verdi si muoveva con lo stesso ritmo.
Recuperò l’equilibrio con l’aiuto delle braccia e sollevando le ginocchia, ma l’angolo distava ancora più di cinquanta metri. Sarebbe stata catturata. Chiunque la stesse inseguendo l’avrebbe presa, e lei sarebbe morta, perché non era morta quella notte.
Sarebbe stata ammazzata da un’ombra dagli Occhi verdi.
Un singhiozzo, ti prego, non aver paura, e qualcosa la sospinse attraverso un prato in direzione di una porta illuminata. Salì tre gradini di mattoni, trovò il campanello con il dito, lo mancò, lo ritrovò e lo premette forte e a lungo finché non si spalancò la porta e comparve Jeff. Lei lo scansò con violenza.
«Chiudila!» gli disse e, vedendo che non si muoveva abbastanza alla svelta, la afferrò e la richiuse appoggiandocisi contro e chiudendo gli occhi.
«Trace?»
C’erano due finestrelle di fianco alla porta. Jeff scostò una tendina bianca, guardò fuori e rabbrividì.
«Trace, che cosa c’è che non va? Ti stava inseguendo qualcuno?»
14
Don aveva sistemato la sedia della scrivania in modo da poter guardare fuori dalla finestra, dando però l’impressione di essere intento a studiare, nel caso fosse entrato qualcuno. Non che ci fosse questo pericolo. Norman e Joyce erano andati al concerto e al loro ritorno avrebbero fatto tanto rumore che avrebbe avuto tutto il tempo di sistemarsi. Doveva limitarsi a stare seduto e aspettare. Si era alzato soltanto una volta, quando la lampada aveva reso il vetro troppo scuro e si riusciva a vedere solo la sua immagine riflessa. Si era precipitato giù per le scale per accendere la luce della porta sul retro, era tornato indietro e aveva messo un asciugamano sulla lampada della camera per fare più ombra. Il giardino di dietro si era illuminato, l’erba era piatta e le piante sembravano ombre irregolari che squarciavano il buio della sera; il vento soffiava, stava arrivando un temporale e le case del quartiere di fronte venivano brevemente illuminate da lampi di luci lontane.
Aspettava e meditava sui suoi sogni, soffermandosi su un’immagine, soppesandola, rigirandola, allontanandola per lasciare il posto a un’altra finché, poco prima delle nove, concluse che non poteva farci niente — il cavallo esisteva davvero. E al tempo stesso non esisteva. Era una creazione che veniva da qualcosa che non riusciva a capire, anche se lo sapeva bene, perché quello che aveva fatto allo Squartatore, l’aveva fatto per proteggerlo.