La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Le apparenze, pensò; l’apparenza è tutto, quello era un argomento in cui era più preparata di chiunque altro.
Forse la cosa migliore era di presentarsi a casa Boyd dicendo semplicemente che voleva sapere come stava Don e chiedendo se poteva vederlo per qualche minuto per portargli i falsi saluti da parte dei suoi amici.
A volte, Chris, esageri un po’, lo sai questo? Esageri veramente troppo.
Fu allora che spinse la porta girevole e sentì un tonfo e un verso, e alzò lo sguardo verso le piccole finestre orlate di gomma.
Oh, Cristo! e i suoi occhi si chiusero brevemente quando il signor Boyd abbassò la maniglia per uscire.
«Accidenti, mi scusi», disse, mettendogli una mano casuale sul braccio. «Mi dispiace davvero, signor Boyd, veramente. Non stavo guardando, non l’ho fatto apposta.»
Lui sorrise e si strofinò la spalla mestamente. «Credo che sopravviverò, Chris. Non ti preoccupare.»
«Sinceramente, non l’ho fatto apposta, davvero.»
«D’accordo, non prendertela tanto», le rispose, sorridendo al suo imbarazzo che sfiorava il comico. «Non sono stato ferito a morte. Sopravviverò. Cerca solo di tenere la testa alta d’ora in poi, okay? Vorrei arrivare intero alla fine dell’anno.»
Il suo tocco sulla spalla della ragazza fu più una leggera carezza che una pacca e poi sparì, lasciandola bestemmiare contro se stessa per essersi lasciata sfuggire la prima opportunità di ottenere qualche punto con il vecchio. Avrebbe potuto fingere una ferita momentanea, avrebbe potuto cadergli fra le braccia; ma, ormai, l’opportunità era completamente sfuggita, se l’era bruciata.
«Merda!»
«Signorina Snowden!» la rimproverò la bibliotecaria da dietro la scrivania.
Vaffanculo, vecchia puttana, la maledì mentalmente; se non altro io ho scopato ben più di una volta negli ultimi vent’anni.
Si diresse verso il retro della stanza, prese una pila di libri e si preparò a riordinarli prima del suono dell’ultima campana. Avrebbe dovuto fermarsi a casa per cambiarsi d’abito, per mettersi qualcosa da eliminare con facilità nel caso si fosse presentata qualche occasione. E più ci pensava, più si riscaldava, più l’eccitazione cresceva nel petto andando a centrarsi sotto la pancia. Era pazzesco, ma avrebbe fatto qualche stupidaggine se non fosse uscita rapidamente.
Sistemò rumorosamente un libro. Poi un altro, e altri quattro. Andava su e giù tra gli scaffali, senza preoccuparsi delle occhiate che riceveva per via del rumore che stava facendo. Senza preoccuparsi di sistemare le pagine spiegazzate e dello scricchiolio delle ruote del carrello nel quale aveva messo i libri.
Non poteva andarsene. Doveva restare e fare la brava ragazza, e confondersi con i suoi compagni di classe finché non avesse avuto in pugno quelli che contavano.
«Ehi, sta’ attenta a quello che fai.»
Alzò gli occhi e vide la mano lentigginosa di Fleet Robinson proprio nel punto in cui stava sistemando un libro di storia.
«Scusa.»
«Non c’è problema», le rispose Fleet tra un libro e l’altro. «Andrai al concerto questa sera?»
Guardò di sottecchi verso la bibliotecaria. «Diavolo, no.»
«Nemmeno io. Ti va di andare al cinema?»
«Diavolo, no.»
Lui scrollò le spalle e lei si allontanò alla svelta. L’invito era stato fatto con molta gentilezza, ma lei aveva visto il fantasma di Mandy negli occhi del ragazzo. Non parlerebbe d’altro, pensò, e non aveva intenzione di sprecare una serata a giocare all’amico confessore con un moccioso addolorato.
Fece un altro passo all’indietro e vide gli occhi di Fleet spalancarsi in segno di avvertimento, ma era troppo tardi. Si voltò e, nel movimento, finì sui piedi di Norman Boyd.
«Oh, Dio», mormorò.
Norman aggrottò la fronte. «È un tentativo di assassinio, vero, signorina Snowden?»
«Signor Boyd…» Alzò le mani, scosse il capo e lui le toccò nuovamente la spalla prima di prendere il libro che voleva dallo scaffale. Poi uscì dalla stanza, voltandosi a guardarla, mentre lei era sul punto di piangere. Un sorriso e sparì nel suo ufficio, senza preoccuparsi di lamentarsi. L’aveva fatto deliberatamente per vedere le sue reazioni, per sentire la seta al tatto. Perfettamente legittimo, a meno che lei non fosse più seria di quanto non si raccontasse in giro.
Problemi, Norm, pensò lui entrando dalla sua porta privata; ci saranno problemi piccanti se non fai più che attenzione.
Squillò il telefono e si ritrovò a parlare con Tom Verona, spiegandogli che suo figlio era rimasto a casa per ordine del medico, ma che sembrava essere tornato alla normalità, tutto sommato. No, il ragazzo non aveva detto niente a proposito dello Squartatore e non aveva nemmeno menzionato degli incubi. Gli sembrava, però, che il detective non stesse molto bene. Verona gli spiegò di aver passato una nottata burrascosa. Boyd gli chiese di quella birra che si erano promessi a vicenda e Verona suggerì di andare a berla l’indomani dopo la partita, proponendogli di trovarsi in qualche punto dello stadio. Norm accettò di buon grado. Dopo aver riattaccato, Norm rabbrividì in direzione del telefono. Quell’uomo sembrava stare malissimo e rimpianse immediatamente di aver accettato l’invito — avrebbe dovuto ascoltare per tutta la sera una serie di problemi matrimoniali.
Meraviglioso, pensò, quando nemmeno io so gestire i miei.
Poi suonò la campana e la scuola si vuotò e, dopo aver finito il lavoro, dopo aver firmato l’ultima lettera rimasta sulla sua scrivania, si diresse verso casa.
Il sole si stava già accucciando dietro le punte degli alberi; davanti a lui, sul marciapiede, si muovevano ombre scheletriche e sapeva che non sarebbe riuscito a evitare di andare alla Nord, dopo cena, per ascoltare il programma vocale della scuola. Avrebbe preferito sistemare i piedi sul tavolino e guardare alla TV la partita di football o un film, oppure attraversare la strada per andare da John Delfield a giocare con il suo stupido bassotto o a fare qualche partitina a carte. Avrebbe preferito chiamare Chris per invitarla a casa a fare una bella scopata.
Si fermò all’inizio del vialetto, si grattò il naso e si accorse delle prime stelle che luccicavano debolmente sopra la casa.
Problemi, pensò di nuovo, e non si mise a correre quando sentì il rumore alle sue spalle, qualcosa di grande e lento che colpiva l’asfalto. Sembrava un cavallo, ma non aveva voglia di guardare; primo, perché era impossibile; secondo, perché si ricordò dell’ombra che aveva visto nel laghetto qualche giorno prima.
Non era normale; non era amichevole.
Adam Hedley fissò le fotocopie dei rapporti di laboratorio che aveva scritto a macchina lui stesso la mattina prima e accorgendosi di aver fatto un errore, emise un gemito che rimbombò per tutta la casa. Un errore di disattenzione. Non aveva mai commesso uno sbaglio del genere in tutta la sua vita.
Tenne alto il foglio, lasciando che il raggio tremolante del proiettore cadesse sulla cartella della polizia, ignorando per il momento i sospiri e i lamenti che provenivano dallo schermo che aveva eretto nella sua cantina, per concentrarsi sul linguaggio preciso che aveva usato per descrivere il bastone che Donald Boyd aveva utilizzato per metter fine alla vita di un pazzo.
Dopo averlo letto per la quarta volta, spense il proiettore e si precipitò su per le scale. Non c’era altra scelta; avrebbe dovuto andare alla centrale in cerca di Ronson o di Verona, per vedere se gli permettevano di ripetere gli esami.
Abbottonandosi il cappotto grigio fino al collo, si fermò sulla veranda e arricciò il naso prima di dirigersi verso la sua macchina. La puzza se n’era andata, ma lui continuava a sentirla, a percepirla, e cominciò a pensare che forse era arrivato il momento di cambiare casa.