La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Ronson scosse la testa; Verona stava dichiarando l’impossibile.
Il detective sospirò, prese un fazzoletto e si asciugò la faccia. «Ice, leggi.»
Finito di leggere, piegò la cartelletta. «Interessante.»
«Interessante? Merda! »
Il chimico scosse la testa e si tolse gli occhiali, si mise in bocca un ulteriore pezzo di gomma da masticare e fece un altro palloncino mentre si dirigeva verso la porta. Qui appoggiò un braccio contro lo stipite e si girò leggermente dicendo: «Credo che se Adam ha ragione, e probabilmente è così, avrai qualche problema, Dick Tracy».
«Lo stesso vale per te, amico», rispose Verona senza sorridere, spostando la sedia verso la finestra e grattandosi la guancia, mentre tornava a immaginare Susan che stava ascoltando la musica e si augurava di mancarle almeno quanto lei mancava a lui.
Poi guardò torvo il riflesso scuro sul vetro, prese il cappotto dall’attaccapanni e uscì. Aveva intenzione di prendere un’auto e di andare a fare un giro per ripulirsi la mente da tutti i pensieri. Forse così sarebbe riuscito a trovare una spiegazione sul motivo per cui non erano state rinvenute tracce di legno sul corpo di Falwick. E sul motivo per cui sul bastone che aveva usato il giovane Boyd non erano stati rilevati sfilacciamenti, o perdite di legno.
Poco prima di raggiungere l’uscita si fermò a riflettere, poi cominciò a scendere le scale verso il pianterreno e si diresse verso la stanza sul retro, dove venivano tenute le prove.
Aprì la pesante porta di ferro, se la richiuse alle spalle e si incamminò tra le pile di reperti sistemati sugli scaffali. Quando trovò la scatola di Boyd, la prese e si sedette sul pavimento mettendosela fra le gambe. Non c’erano molte cose — frammenti di stoffa in sacchetti di plastica, pezzi d’erba e di terra, e ogni sacchetto era chiuso con un nodo all’estremità. La luce era bassa, proveniva da un’unica lampadina in mezzo alla stanza, ma tenendo la mazza vicino agli occhi riuscì a vedere bene e scosse la testa di fronte alle strisce scure sulla corteccia. Soppesandola, si rese conto che anche solo un paio di collisioni contro il cranio di un uomo sarebbero state sufficienti per provocare qualche scheggiatura.
Ma lo Squartatore era morto e la chiusura del caso era stata decisa da un funzionario sollevato e giubilante che l’aveva riferito al sindaco, la cui prima reazione era stata quella di domandarsi se era il caso di dichiarare festa nazionale.
Si alzò, soppesò ancora il bastone, lo rimise a posto, riordinò la scatola e aprì la porta prima di spegnere la luce.
Non era stato il ragazzo.
Maledizione, non era stato il ragazzo.
Poi lo sentì. Il rumore di passi che si dirigevano a destra, verso di lui, quindi a sinistra, lungo il corridoio della caldaia. Aspettò, ascoltando il rumore dell’acqua che gorgogliava e sbuffava nei tubi lungo il soffitto.
«Ice?»
I passi si stavano avvicinando, lenti, regolari, e Verona mosse inconsciamente la mano verso la pistola che teneva sotto l’ascella. Si rimproverò per la tensione che avvertiva, ma non riuscì a frenarla quando vide l’ombra che si stava ingigantendo sulla parete.
«Ronson, maledizione, smettila di giocare!»
I passi si fermarono, ma l’ombra rimase.
Verona tastò alle sue spalle con la mano libera e girò la maniglia della stanza delle prove. Era troppo vecchio, a quarantatré anni, per avere delle allucinazioni, ma sapeva con sicurezza che ciò che aveva visto non era umano.
I passi ricominciarono a muoversi, sordi e leggeri.
L’ombra si fece più scura, si allargò nell’aria calda del corridoio impregnata di polvere.
Aveva la pistola e la porta era aperta, ma abbandonò qualsiasi idea di fuga dalle scale quando sentì lo sbuffo di un animale, quando i passi si fecero più vicini e le luci si spensero.
Verona si precipitò nella stanza, chiuse la porta e fece scattare la serratura; continuò a tenere la pistola in mano mentre premeva un orecchio contro la porta di ferro, ben sapendo che non avrebbe sentito niente, ma nella speranza di udire almeno le vibrazioni nel caso l’intruso avesse tentato un attacco.
Arretrò leggermente quando ebbe la sensazione che qualcosa si fosse fermato fuori dalla porta. Sussultò urtando con la spalla contro uno scaffale e bestemmiò quando sentì che qualcosa grattava sulla porta.
Non c’erano altre uscite, non c’erano finestre, nessun condotto per l’aria o per il riscaldamento; non c’era nessun altro posto dove andare eccetto la parete sul retro, dove avrebbe potuto appoggiarsi ad ascoltare il fruscio, il suo cuore, e dove avrebbe sentito la pistola diventare calda e scivolosa tra le sue mani.
Norman stava parlando con un reporter, Joyce stava conversando con il sindaco e Don sedeva rigido sulla sua sedia, augurandosi di andarsene alla svelta.
Sembrava che nessuno avesse aspettato altro che l’ultima nota dell’ultimo pezzo musicale per buttarsi su di lui, per stringergli le mani, per congratularsi o anche solo per stargli vicino così da essere ripresi da qualche fotografo. Alla prima opportunità si era guardato attorno, ma i Quintero se n’erano già andati e quando aveva chiesto a suo padre se poteva andare da Beacher, lui gli aveva risposto che sarebbe stato meglio farsi una bella dormita. Non sforzarti, aveva detto Joyce prudente, non così alla svelta.
Don aveva annuito, evitando discussioni; si sentiva come avvolto da una nube soporifera e faceva fatica a tenere gli occhi aperti e a sorridere continuamente a tutti. A un certo punto, quando stava cominciando a pensare di passare in mezzo alla folla e di tornare a casa da solo, incrociò lo sguardo di Chris che passeggiava in compagnia di un robusto signore dal viso florido che avrebbe potuto essere suo padre. Gli sorrise per prima, lui accennò un’espressione dolorosa, facendole capire con un gesto della testa che era intrappolato e che non riusciva a tornare a casa. Lei gli sorrise, mimando il gesto di un cappio attorno al collo, con gli occhi fissi e la lingua penzoloni, e proseguì nel cammino, guardandosi solo una volta alle spalle. Poi la folla la inghiottì.
Infine, quando cominciò a sentire un ronzio alle orecchie, si decise ad alzarsi e a tirare il braccio a suo padre. Norman cercò di farlo smettere senza nemmeno guardarlo, poi si voltò e si accorse dell’espressione del ragazzo. Un sorriso, una stretta di mano, e Don si sentì trasportato verso sua madre. Il sindaco se n’era andato da un pezzo, al suo posto c’era una manciata di persone, tra cui Harry Falcone.
«Joyce», disse Norman, facendo un brusco cenno in direzione dell’insegnante, «dobbiamo tornare a casa.»
Lei si rifiutò e gli altri si lamentarono con lui per il suo comportamento asociale, finché la tirò per il braccio e le indicò Don. «Oh, Dio, scusatemi», disse lei, cominciando a salutare tutti senza fare altre obiezioni. Falcone strinse la mano a Don in segno di congratulazioni e anche a Norman per solidarietà, e diede un bacio a Joyce appoggiandole le mani sulle spalle.
Nella station wagon Joyce si levò le scarpe ed emise un rumoroso sospiro. «Accidenti, ma li hai visti?» esclamò, mentre si allontanavano dal marciapiede. «Cristo, mi hanno quasi staccato le mani.»
«E che cosa ne è stato degli altri membri del comitato?» domandò Norman, prendendo una curva troppo velocemente e facendo stridere le ruote. Frenò bruscamente e mandò la moglie quasi a sbattere contro il vetro.
«Diavolo, anche loro hanno avuto la loro parte di gloria, non ti preoccupare», rispose lei. «Dio, ma una donna non può avere un momento di grandezza in questa città?»
«Hai fatto un buon lavoro, mamma», disse Don frettolosamente dal sedile posteriore, mentre si teneva a fianco la sua medaglia nella scatola ancora chiusa.
«Grazie, tesoro.»
«Ha ragione», approvò Norman, con un’esagerata dimostrazione di buon umore. «Un gran lavoro, signora Boyd. Se vuoi diventare sindaco, io voglio il posto di accalappiacani.»