La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
«L’avrai», promise lei.
«Hai fatto un grande lavoro.»
Cinque minuti dopo imboccarono il vialetto di casa con il vento che li spingeva contro la porta; soffiava lungo la strada sollevando un polverone di foglie e terriccio, agitando gli alberi, facendo sbattere rumorosamente le persiane. Una lattina rotolò verso il tombino, un cane ululò e da qualche parte, oltre l’angolo della strada, qualcuno sbatté una finestra.
Entrarono spingendosi a vicenda nell’ingresso e si avviarono in cucina, mentre Joyce proponeva di lasciar perdere il caffè in favore di un bicchierino di brandy.
«Che tempismo», urlò dal ripostiglio, mentre Norman preparava tre bicchieri. Fece capolino dalle tendine della porta posteriore e in punta di piedi porse la bottiglia a suo marito che incominciò a servire. «Fantastico! Un solo saluto in più e saremmo annegati.»
Don fu sul punto di dirle che non stava ancora piovendo quando sentì gli scrosci portati da un turbine di vento, che colpivano le finestre e l’erba del giardino. Sarebbe stato un acquazzone veloce, ma aveva ragione — il tempismo era stato perfetto, doveva avere una divinità che la proteggeva. Poi sussultò quando suo padre gli porse il bicchiere tiepido.
«Fa’ pure», disse Norman, ridendo per l’espressione di sorpresa. «È un’occasione speciale. Non sto cercando di corromperti.» Si schiarì la gola e proseguì dicendo: «Credo … a noi».
«Giusto», approvò Joyce sorridendo e vuotò il bicchiere tutto d’un fiato.
Don fu più prudente, annusò il liquore arricciando il naso e poi lo ingoiò a fatica nonostante il bruciore che sentì subito dopo il primo sorso. Non riusciva a capire perché stessero brindando, ma non aveva intenzione di rovinare tutto, rifiutandosi di bere; quando alla fine riuscì a svuotare il bicchiere, il fuoco nel suo stomaco si era ridotto a piccoli tizzoni ardenti che lo avrebbero tenuto al caldo fino all’alba.
Sbadigliò.
Squillò il telefono e Joyce andò a rispondere; indicò con il pollice che la chiamata era per lei e sparì in salotto. Don sbadigliò di nuovo mentre fuori la pioggia si calmava e Norman si riempiva un altro bicchiere.
«Faresti meglio ad andare a letto», gli suggerì suo padre, mentre si toglieva le scarpe e metteva i piedi sul tavolo. «Domani hai la scuola.»
«Caspita, non mi merito nemmeno un giorno di vacanza per quello che ho fatto?» Si costrinse a ridere, per dimostrare che si trattava di uno scherzo. «E poi il dottor Naugle ha detto che mi devo riposare, ricordi?»
Stranamente, suo padre prese in considerazione l’idea e rispose che ne avrebbero riparlato l’indomani. Non fece altri tentativi; si diresse subito verso le scale, lanciò un bacio a sua madre che gli rispose con espressione assente e corse di sopra a due gradini alla volta, si precipitò in camera e si lasciò cadere sul letto.
Teneva ancora in mano la scatola di velluto. Accese la luce sul comodino, salutò la pantera che si stava ancora leccando la zampa e aprì il coperchio.
«Dio!», esclamò. «Cristo santo.»
Era grande quanto il palmo della sua mano, in oro pesante, con la scritta in rilievo: Per Servizio Pubblico, a Donald Boyd. La lesse ad alta voce agli amici che lo circondavano e poi appoggiò la scatola sulla scrivania. Evitando di proposito di guardare la parete, si voltò e si sbottonò la camicia, si levò le scarpe e i pantaloni e rimboccò il copriletto. Sentiva il poster alle sue spalle, ne percepiva la vuotezza, la nebbia, il peso degli alberi.
Quando spense la luce, percepì il buio alla finestra.
Sbadigliò talmente forte da farsi male alle mascelle; si stirò con tanta violenza da far dolorare i muscoli delle gambe; chiuse gli occhi, si girò su un fianco e abbracciò il cuscino; sospirò augurandosi che il sonno arrivasse alla svelta, si mise supino e sentì la federa del cuscino battere fredda contro la guancia. I piedi inciampavano nelle lenzuola.
La coperta era troppo pesante; ma il lenzuolo da solo non era sufficiente.
Andò nel bagno per lavare via il sapore di brandy dalla bocca.
Rimase fermo sul pianerottolo ad ascoltare i genitori che conversavano in cucina; rimase per una mezz’oretta e non sentì mai menzionare il suo nome.
«È l’ora di andare», mormorò, mentre tornava nella sua stanza. «Bel lavoro, ragazzo, siamo davvero orgogliosi di te, lo sai.»
La lampada era ancora spenta. Si diresse alla finestra, dove rimase a osservare il vento che soffiava tra le case, mentre la luna, di tanto in tanto, riusciva a far capolino tra gli squarci delle nuvole.
Mi dispiace, vero? domandò al cielo notturno. La mamma ha lavorato duramente per questo; non vuole che io le rubi l’attenzione.
Ma era solo un palliativo, un tentativo di comprensione, lui lo sapeva, lo sapeva bene che doveva sentirsi anche peggio. Ma non ci riusciva. Si sentiva come se qualcosa gli fosse stato portato via prima che lui ci riuscisse da solo, come se qualcosa di unicamente suo si fosse perso nel momento in cui aveva sentito la voce di Brian che si levava dal parco.
Irrigidì la mano destra e con le dita andò ad accarezzare la testa della lince rossa; poi più in alto, fino a sfiorare il leopardo.
Il respiro si condensava sul vetro. Le nuvole si richiusero. Si vedeva solo una luce proveniente da una casa poco più avanti e le ombre degli alberi sull’erba scura.
Se esisti davvero, pensò allora, dove sei? Dove sei?
E non fece nessun movimento quando vide due grandi occhi verdi che si aprivano lentamente e si fissavano su di lui.
13
Dormì fino a mezzogiorno, senza muoversi, senza sognare, svegliandosi soltanto una volta — quando il dottor Naugle passò da casa per visitare quello che lui chiamava il suo famoso paziente. Una risata leggera e nervosa — sua madre nell’ingresso con un soprabito in mano, come se fosse sul punto di uscire per tornare al lavoro dei festeggiamenti cittadini. Don aveva la mente confusa, scollegata, e a fatica sentì la voce dell’uomo che gli raccomandava di restare un altro giorno a letto per recuperare le forze più psichiche che fisiche.
Joyce si disse d’accordo e Donald non stette a discutere — non gli piaceva la debolezza che si era impossessata dei suoi muscoli, non gli piaceva l’idea di quello che sarebbe successo a scuola se si fosse fatto vedere barcollante e in cerca di aiuto per andarsene prima della fine delle lezioni.
Non gli piaceva pensare a quello che sarebbe successo se avesse inavvertitamente menzionato il cavallo.
Allora dormì, e questa volta i sogni arrivarono.
Sognò la stanza, le cui pareti si allargavano lentamente finché il suo letto si ritrovava nel mezzo di una caverna di pietra scura piena di gallerie; in una di queste c’era un’ombra, che lo attirava, lo adescava, che chiamava il suo nome senza emettere suoni e che gli ripeteva continuamente che tutto si sarebbe sistemato, alla fine.
Sognò la stanza, e dalle finestre riusciva a vedere il mondo dalla prospettiva di un falco pigro; cambiava e vedeva Ashford, cambiava ancora e vedeva il cavallo che aspettava pazientemente sotto l’acero in giardino, fissando la finestra in attesa del segnale, dicendogli che ormai non doveva avere più paura di niente e di nessuno — avrebbe dovuto solo chiamare e sarebbero arrivati subito i suoi amici.
E sognò ancora la stanza, e sulla sua scrivania si vedevano i resti dell’esplosione del peso che gli tormentava lo stomaco. Si era avvicinato senza toccare terra con i piedi, aveva soffiato sulla polvere biancastra sollevando un tornado, una torre nera che l’aveva circondato prima che riuscisse ad allontanarsi, che si era insinuata dietro i suoi occhi facendogli vedere la folla del concerto, i loro occhi pieni di risate, le loro bocche aperte come quelle di pagliacci, le loro dita che indicavano, le teste che annuivano, i loro ammiccamenti, e i piedi che strusciavano per terra; c’era anche la faccia rossa di Brian Pratt seduto dietro, mentre teneva le mani a cono attorno alla bocca — di’ a tutti che è stato il corvo gigante — e sorrideva con malignità in direzione di Tar Boston che invece aveva sollevato entrambi i medi delle mani — ehi, Paperino! — poi si era girato verso Fleet Robinson, che continuava a fissare stupidamente colui il quale gli aveva rubato la sua vendetta; aveva visto anche la storia di un corvo gigante, raccontata da un pagliaccio vestito con una tuta nera.