La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
«Ma perché?» disse in tono lamentoso, mentre sua madre si avviava verso il corridoio.
Lei si fermò, ritornò indietro e gesticolò con un braccio nell’aria. «Be’, sai, con tutti quegli animali e quelle cose strane in giro, be’ … non pensavo che ti interessasse un manifesto che raffigura soltanto degli alberi.»
12
Fu una cena piuttosto affrettata. Joyce trascorse più tempo a gesticolare e a blaterare che a mangiare. Norman perse la pazienza più di una volta nel tentativo di mantenersi controllato e Don spazzolò tutto quanto aveva nel piatto, fece il bis e prese in considerazione anche una terza porzione per vedere di calmare il vorace appetito che si era impossessato di lui. Eppure continuava ad avere acidità di stomaco e il suo tic si rifiutava di lasciare in pace l’angolo dell’occhio sinistro. Era il nervoso, pensò, per l’ansia sempre crescente di sua madre, che sfiorava l’isteria, per l’imminente cerimonia di apertura delle festività di quella sera al parco, e per l’irascibilità di suo padre. Più si avvicinava l’ora di uscire, più Norman si faceva scorbutico, finché Don decise di scusarsi e si precipitò di sopra a cambiarsi.
Si chiuse la porta alle spalle, accese la luce e si costrinse a guardare il poster che aveva tolto dall’armadio e rimesso al suo posto.
Il cavallo al galoppo era sparito.
Lo guardò soltanto una volta. Riusciva solo a immaginarselo mentre correva attraverso il prato, con gli occhi verdi scintillanti, in direzione di Falwick, come lui stesso gli aveva comandato.
Andò alla finestra e vide soltanto il buio.
«Don», lo chiamò sua madre mentre passava davanti alla sua porta. «Sbrigati, tesoro, altrimenti faremo tardi.»
Le dita si rifiutavano di allacciare i bottoni, di chiudere le scarpe, di pettinare i capelli; gli tremavano le labbra mentre tentava di scrollarsi di dosso una sensazione di gelo invernale che gli aveva paralizzato le braccia, ormai incapaci di svolgere qualsiasi lavoro; gli bruciavano gli occhi per la polvere che mandava stilettate di fuoco bianco al cervello, un fuoco vorticoso che si mescolava fino a formare la figura infiammata di un cavallo.
Corse nel bagno per svuotare lo stomaco di quanto aveva mangiato.
Inginocchiato sul pavimento, con le mani aggrappate ai lati del water, sentì Joyce che si lamentava a proposito di qualche macchia che le aveva rovinato il vestito, sentì Norman che si lagnava dei fotografi che sicuramente l’avrebbero fatto apparire come un cadavere per via del vestito nero che lei gli aveva consigliato.
Un ulteriore rigurgito di bile prima di piangere lacrime amare annaspando alla ricerca dell’aria, poi Don tirò lo sciacquone e prese un asciugamano. Inumidì la spugna sotto il rubinetto, strizzò l’asciugamano e se lo gettò sulla faccia. La camicia era bagnata, ma lo choc era stato un sollievo; aveva la gola infiammata, ma quando si alzò in piedi per bere un po’ d’acqua non ottenne la reazione che si sarebbe aspettata. L’acqua scivolò giù senza difficoltà e allora sorrise alla propria immagine riflessa con aria sardonica, mentre gli gocciolavano i capelli e il viso e gli occhi si stavano arrossando.
«Grande eroe», mormorò. «Assomigli a Tar dopo tre giorni di ubriacature.»
Si asciugò rapidamente, si lavò i denti e si pettinò i capelli; tornò in camera per cambiarsi camicia e pantaloni, trovò una giacca sportiva che avrebbe potuto indossare e si precipitò al piano di sotto, dove si mise ad aspettare nel salotto guardando fuori dalla finestra.
La strada era buia e una leggera brezza faceva oscillare le ultime foglie rimaste sugli alberi. Passò una coppia abbracciata che però non indossava cappotti pesanti.
Il signor Delfield, dall’altra parte della strada, stava litigando con il suo bassotto che non voleva farsi mettere al guinzaglio e che, liberandosi dal collare, fece perdere l’equilibrio al pover’uomo. Questi si mise a inseguirlo agitando un pugno mentre con l’altra mano sbatteva nervosamente il guinzaglio sul marciapiede. Passò la convertibile rossa, decappottata e con la radio ad alto volume. Il vento soffiava a raffiche, una ghianda rotolò sul vialetto e finì nell’oscurità.
Dove sei? pensò, sentendo il freddo che filtrava dal vetro.
Non ci fu risposta e non aveva più tempo per rifare la domanda. Joyce era nell’ingresso e faceva tintinnare le chiavi mentre chiamava Norman e diceva a Don di lasciare una luce accesa in modo da non rompersi una gamba quando fossero rientrati, mentre si domandava ad alta voce che cosa avesse dimenticato, che cosa potesse andare storto, che cosa avrebbe pensato la gente se i festeggiamenti fossero iniziati con un tonfo invece che con un fuoco d’artificio.
Don seguì i genitori in giardino, dove respirò a pieni polmoni, vide il signor Delfield precipitarsi in casa tenendo in braccio il suo cagnolino scodinzolante e andò a sedersi sul sedile posteriore senza fretta.
Arrivati al parco, furono costretti a parcheggiare a nord, mentre Joyce si lamentava perché avrebbero dovuto uscire a un’ora più decente per trovare un posto migliore.
Ai cancelli esitò, in ascolto. Non si sentiva nient’altro che il mormorio di una folla che attendeva pazientemente, il rumore di una portiera che si chiudeva, i tacchi delle scarpe di sua madre sul selciato.
Attorno al palco della banda erano state sistemate a semicerchio delle sedie pieghevoli. Le luci erano brillanti e puntate sull’orchestra, che prese posto tra gli applausi della folla. Era presente una troupe televisiva che si aggirava in mezzo a un gruppetto di giornalisti, mentre il sindaco e le personalità locali guardavano con sospetto verso le telecamere.
Don era seduto tra i suoi genitori e non gli piaceva il modo in cui gli altri lo guardavano, lo puntavano, illuminati da sorrisi avidi. I Quintero erano seduti alle sue spalle, e lui trascorse la maggior parte del tempo a bisbigliare con Tracey sulla stupidità di tutta quella messa in scena, rispondendo ai saluti e ai sorrisi che riceveva dai conoscenti.
Il capobanda salì sul podio e il pubblico sedette; si voltò verso il microfono e si schiarì la gola, causando un fischio nell’impianto acustico. Si mise a ridere nervosamente; il pubblico lo imitò nella risata. Li ringraziò tutti per essere intervenuti e presentò il sindaco Garziana, che per quindici minuti non parlò d’altro che della storia di Ashford in modo tanto noioso da far innervosire le file posteriori e da far raggelare il sorriso sui visi degli spettatori antistanti.
Seguì un momento di pausa drammatica, poi si passò alle presentazioni dei membri del comitato per la Festa di Ashford, dei presidi di entrambi i licei e di una dozzina di altre persone che avevano dato il proprio contributo per festeggiare il compleanno della città.
Norman e Joyce si erano messi vicini e Don ammiccò loro quando Norman si girò verso la folla a salutare.
Il sindaco fece un’altra pausa, poi riprese a parlare con voce tanto bassa da obbligare tutti a trattenere il respiro per non perdersi qualche parola. Menzionò lo Squartatore e presentò Don.
Lui non si mosse, nonostante l’entusiasmo dell’applauso.
«Forza», lo spronò Joyce, abbracciandolo dolcemente.
Non ci riusciva. Le telecamere stavano riprendendolo e il sindaco stava sorridendo, mentre il capo della polizia era balzato sul palco con un pacchetto nelle mani.
«Vai, Donald», gli sussurrò Norman, spingendolo violentemente.
Non ci riusciva.
Dove sei?
Tracey si sporse in avanti e gli arruffò i capelli. «Va’, veterinario», gli mormorò in un orecchio.
Lui sorrise, scosse la testa e si alzò. Si lisciò la giacca, si sentì la gola asciutta e la distanza da percorrere tra i flash e i riflettori gli sembrò lunghissima. Udiva solamente il rumore delle sue scarpe.