Бесплатная библиотека
Читайте книгу на сайте или телефоне
READ-E-BOOK » Ужасы » La carezza della paura [The Pet - it]
La carezza della paura [The Pet - it] - Читать Любимую Русскую Полную Книгу 👉 Read-E-Book.com

La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
1 ... 39 40 41 42 43 44 45 46 47 ... 79
Перейти на страницу:

Quando arrivarono a casa, trovarono una macchina della polizia lungo il marciapiede e, vicino a questa, il sergente Quintero. Aprì la porta a Joyce e prese Don per mano mentre scendeva dall’auto. Era una situazione imbarazzante perché sapeva che quell’uomo voleva parlargli dello Squartatore e anche di Tracey; fu salvato da Joyce che lo spinse velocemente dentro casa, invitando il poliziotto a ritornare un’altra volta per una tazza di caffè. Appena entrato guardò la tromba delle scale, poi lasciò che lo portassero in salotto per distenderlo sul divano. Tutto quel trambusto per lui lo divertiva, ma non lo interessava molto; con sorrisi di scuse i suoi genitori lo lasciarono solo.

Si guardò attorno, pensando che le cose dovessero essere diverse, poi si rese conto con un sussulto che non era stato via nemmeno un giorno intero. Questo lo turbò. Il tempo non avrebbe dovuto dilatarsi così tanto, non avrebbe dovuto essere così pieno, ma nonostante questo, la sedia di suo padre era sempre allo stesso posto, e c’era una tazza vuota sul pavimento, c’erano dei dépliant sul divano e delle riviste sul tavolo. Non era cambiato niente, ma improvvisamente si convinse che questa volta le cose sarebbero dovute cambiare, in un modo o nell’altro.

Ritornarono con del caffè fumante e con una lattina per lui. Fece una smorfia mentre suo padre si lasciava cadere pesantemente sulla sedia, togliendosi le scarpe e agitandosi quando sua madre gettò a terra i dépliant e si inginocchiò sul cuscino di fianco a lui. Lei continuava a guardare l’orologio.

«Bene!» esplose Norman, bevendo un sorso di caffè.

Joyce lo abbracciò, dandogli un’occhiata maliziosa.

«Allora, ragazzo mio, stai bene?» chiese Norman con aria solenne. «Cioè, stai bene davvero?»

«Credo di sì», rispose lui in tutta sincerità. «Forse sono un po’ scosso, però credo di star bene.»

«Bene», disse sua madre, ritornando nel suo angolo. Poi apparvero le lacrime. «Dio mio, ho avuto tanta paura!»

«Abbiamo avuto tanta paura», le fece eco suo padre, mentre Don allungava una mano per toccare la gamba di Joyce. «Quando abbiamo scoperto che te ne eri andato, abbiamo avuto una paura folle che ti fosse successo qualcosa.»

Il tono nella voce dell’uomo lo fece girare. «Oh», disse alla fine. «Oh, merda!»

«Esatto», continuò Norman severamente, ma con un pizzico di gentilezza. «Mi ero alzato a prendere un bicchier d’acqua e ho visto la porta della tua camera aperta. Tu non c’eri, Donald. Era quasi mezzanotte e tu non c’eri. Non puoi immaginare quello che abbiamo provato.»

«Eri scappato», continuò sua madre. «Cioè, questo è quello che abbiamo pensato — che eri scappato, o qualcosa del genere.» Aveva un sorriso forzato e la risata scoppiò inaspettata. «Sai che stavo per chiamare la polizia?»

«Non riuscivo a immaginare», continuò Norman fermamente, «dove potessi essere. Abbiamo preso la macchina e siamo usciti a cercarti. Abbiamo perlustrato tutto il quartiere, cercando di capire che cosa diavolo avessi in mente di farci, perché mai avessi fatto una cosa tanto stupida.»

Don deglutì. «Non riuscivo a dormire», cercò di spiegare. «Ero uscito a fare due passi.»

«Senza dirci niente?»

«Stavate dormendo, non volevo svegliarvi.»

«Hai fatto diventare matta tua madre, lo sai questo, vero?»

Io sono un eroe, pensò allora, non te lo ricordi?

Norman si lasciò cadere indietro sulla sedia e si coprì il viso con le mani, si fregò la fronte, si agitò, poi scosse la testa. «Avrebbe potuto ucciderti.»

Joyce iniziò a piangere.

«Ma papà…»

«Dannazione, avrebbe potuto ucciderti!» ripeté Norman, con le mani appoggiate ai braccioli. «Avrebbero potuto chiamarci nel cuore della notte, e noi avremmo dovuto dire alla polizia che non sapevamo nemmeno che tu fossi fuori. A casa nostra, nostro figlio, e non sapevamo nemmeno che fossi fuori! Cristo, Don, prova a farlo un’altra volta e ti spacco la testa!»

Don si sforzò di capire — erano impazziti perché temevano per la sua salute, avevano paura perché era loro figlio; eppure non riuscì a trattenere una certa rabbia nel vedere l’espressione del viso di suo padre: uno sguardo duro e assassino, privo di qualsiasi traccia di compassione o di sollievo. Lanciò un’occhiata a sua madre — si stava asciugando la faccia con il dorso delle mani, sorridendo coraggiosamente per dimostrargli che suo padre aveva ragione, e che questa era la reazione a posteriori.

Poi i suoi occhi scorsero le lancette dell’orologio sopra il camino: si alzò battendogli affettuosamente una gamba. «Devo preparare la cena», annunciò. «Mancano solo due ore al concerto e … oh, santo cielo, non ce la farò mai a prepararmi. Mai. Norm, ti spiacerebbe pelare le patate? Devo iniziare a…» Fece un passo verso suo marito, poi guardò di nuovo l’orologio e uscì di corsa dalla stanza. «Santo cielo!» gridò. «Ti prego, solo tre o quattro!»

Norman rise con indulgenza e strizzò l’occhio a suo figlio. «Questa è una grande sera per lei», disse. «Lo è per tutti noi.»

«Oddio», mormorò Don. «Ascolta, devo venirci per forza?»

«Te la senti?»

«Non lo so.»

«Be’, se non te la senti, ti capiamo.» Si mise una mano sotto il mento. «In ogni modo, sarebbe carino. Ci sarà un sacco di gente che ti è grata per quello che hai fatto ieri notte.» Intrecciò le dita delle due mani. «Sai», continuò in tono pensieroso, «per essere sincero, non avrei mai pensato che tu potessi fare una cosa del genere.» Lo fissò per evitare che rispondesse. «Mi hai fatto morire di paura, ragazzo mio. Non farlo mai più.»

«Mi spiace, papà.»

Si alzò, cercando di scacciare un senso di vertigine, e guardò Norman che si tirava su a fatica dalla sedia. Rimasero uno di fronte all’altro per parecchi secondi; Don si aspettava un abbraccio.

«Le patate», disse Norman, con una risata imbarazzata. «Altrimenti tua madre mi scortica vivo. Dai, vieni a darmi una mano.»

Don lo seguì nel corridoio, ma svoltò verso le scale invece di continuare verso la cucina. Quando suo padre si girò, gli spiegò: «Devo darmi una ripulita, papà.» Arricciò il naso. «Puzzo di disinfettante, non senti? Scenderò per l’ora di cena, non preoccuparti, voglio solo…»

Fece un gesto vago in direzione del secondo piano e Norman annuì, gli fece un grande sorriso e se andò fischiettando.

Sono preoccupati per te, disse a se stesso salendo lentamente le scale; ma sono orgogliosi di te, lo sono davvero.

Ebbe un attimo di esitazione sul pianerottolo, poi entrò nella sua stanza e si fermò. Rimase senza fiato. Si appoggiò allo stipite e si rese conto che stava battendo i denti.

«Dopo essere stata da te, questa mattina, sono andata su in solaio», spiegò Joyce dietro di lui, con un filo di voce.

Lui non si mise a saltare. Si limitò ad annuire. Poi iniziò a camminare lentamente con una smorfia sul viso, salutando silenziosamente i suoi animali che erano tornati al loro posto, sullo scaffale, salutò la pantera appesa al muro dietro al letto, e gli elefanti, tornati di nuovo ai lati della porta. C’era un po’ di polvere sulla lince e il falco era coperto di ragnatele, ma a lui non importava niente: l’importante era che i suoi animali fossero ritornati al loro posto.

«Don, mi dispiace.»

Non era entrata, era rimasta nel corridoio, come se aspettasse di essere invitata. Lui si girò e le sorrise, poi abbassò la testa e alzò le spalle. Lei era in attesa e rigirava fra le mani la spazzola per i capelli, aspettando una sua reazione, e la sua assoluzione.

Alla fine Don guardò la scrivania, e poi lo spazio vuoto al di sopra di essa.

«Dov’è?» chiese, con un tono più aspro di quello che avrebbe realmente voluto usare. «Anche lì sopra c’era un poster. Mamma, dov’è?»

«Che cosa?» Joyce entrò nella camera, osservò e annuì. «Oh, be’, non ero molto sicura di quello, così l’ho tolto e l’ho messo nell’armadio in corridoio. Se vuoi vado a prendertelo.»

1 ... 39 40 41 42 43 44 45 46 47 ... 79
Перейти на страницу:
0
Сюжет
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8
  • 9
  • 10
0
Атмосфера
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8
  • 9
  • 10
0
Главный герой
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8
  • 9
  • 10
0
Общее впечатление
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8
  • 9
  • 10
Итоговая оценка: 0.0 из 10 (голосов: 0 / История оценок)