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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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Chissà che stava facendo Livia in quel momento. Aviva deciso di andarsene in gita a Marsiglia con alcune pirsone dell’ufficio so’ e aviva a longo insistito pirchì macari lui fosse della partita.

«Scusami Livia ma proprio non posso. è un periodo di grande lavoro.»

Era una farfantarìa, mai aviva avuto accussì picca da fare come in quei giorni. Ma non aviva gana di conoscere pirsone nuove, il piaciri di stare con Livia sarebbe stato annullato dal disagio di dover fare vita in comune, sia pure per tri jorni, con gente familiare a lei ma a lui perfettamente sconosciuta.

«La verità è che diventi vecchio» gli aviva detto Livia quanno si era deciso a confessarle che la vera ragione del suo rifiuto era propio quella.

Embè? Che minchia viniva a significari? Se uno addiventa vecchio pirchì non deve godersi macari i privilegi che ti dà la vicchiaia oltre a patirne i disagi? Era patrone o no di non voliri più fare nuove accanoscenze?

Principiò a tirare un vento maligno. Meglio tornarsene al commissariato. Trasuto nel so’ ufficio, s’assistimò meglio avvicinando una poltroncina al divano indovi si sarebbe stinnicchiato per metterci supra le gambe.

Ripigliò in mano il libro di Borges. Ma doppo una decina scarsa di minuti l’occhi principiarono a fargli pampineddra, resistette eroicamente ancora tanticchia nella lettura e appresso, come fu e come non fu, le palpebre gli calarono di colpo come saracinesche.

Un botto spavintoso l’arrisbigliò, lo fece saltare addritta scantato. Gesù, che stava capitando? Pirchì nella cammara c’era scuro? E allura si rese conto che si era scatenato un temporale, che l’acqua di cielo cadiva a catate, che fora c’era un bel gioco di foco di tuoni e fulmini. Altro che il leggero annuvolamento previsto dalla televisione! Ma quanto aviva dormito? Il ralogio segnava le quattro. Forse era meglio tornarsene a Marinella, sicuramente il temporale aviva sgombrato la spiaggia dai gitanti. Andò a raprire la porta dell’ufficio e stava infilandosi la giacchetta quando un grido altissimo alle so’ spalle l’aggelò.

«Miiiiiiiiiiiiii!»

Si voltò. Era Catarella che si reggeva con le dù mano allo stipite per non cadiri agginucchiuni.

«Dottori! Vossia qua era? Nenti mi disse quel cornuto di Messineo! Che fu, ah, dottori?»

Meglio non dirgli la verità, non l’avrebbe capita.

«Aspettavo due telefonate che sono arrivate. E ora torno a casa. Hai passato bene la pasquetta?»

«Sissi, dottori. Sono andato coi famigliari della famiglia sua di lei.»

«Sua di lei di chi, Catarè?»

«Sua di lei della me’ zita, dottori, che viene a dire so’ patre e so’ matre suoi di lei, so’ frate suo di lei, so’ soro la nica e so’ soro la granni, sue di lei, che venne col marito so’ di lei, cioè della soro granni, nella sua di lui campagna a Durrueli.»

«Sua di lui di chi, Catarè?»

«Del marito della soro granni della me’ zita, dottori. Capretto ’nfurnato mangiammo. Doppo il tempo cangiò e tornammo. Io servizio ripigliai.»

«Bene, ci vediamo domani.»

Come in matinata, s’arritrovò ad andare in senso inverso al serpentone di machine, motorini e furgoncini che tentava di rientrare a Vigàta. Il temporale lo stava mittendo di umore malo, non fece altro che santiare e fare gestacci e gettare gastìme contro gli automobilisti che si sentivano sperti e tentavano il sorpasso del serpentone invadendo la so’ corsia.

Arrivato a Marinella e affacciatosi alla verandina, l’umore malo gli si aggravò. Certo, sulla spiaggia non c’era più nisciuno, ma l’orda aviva lasciato appresso di sé sacchetti, bicchieri e piatti di plastica, bottiglie vacanti, lattine di birra, pezzi di cuddrirone, cacate di picciliddri, cartacce. A perdita d’occhio, non c’era un centimetro di rena che non era allordato. E la pioggia rendeva più evidente la lurdìa. “Il prossimo sdilluvio universale” pinsò “non sarà fatto d’acqua, ma di tutti i nostri rifiuti accumulati nei secoli. Moriremo assufficati dalla nostra stissa merda.” A quell’idea, accomenzò a sentire chiurito in tutto il corpo. Pigliò a grattarsi. Possibile che il solo pinsare alla lurdìa faciva addivintari lordi? Per il sì o per il no, andò a mettersi sutta alla doccia.

Quanno tornò a taliare dalla verandina, vitti che il temporale sinni era andato con la stissa velocità con la quale era arrivato. Il cielo stava tornando chiaro. Provò, verso quel temporale guastafeste, un irrazionale senso di simpatia, cosa del tutto insolita per lui che col malottempo non voliva propio manco spartirci il pane. Squillò il telefono. Fu tentato di non rispondere. E se era Livia che telefonava da Marsiglia?

«Pronto? Chi parla?»

«Sono Fazio, dottore.»

«Dove sei?»

«A Piano Torretta. La sto chiamando col telefonino.»

«E che ci fai a Piano Torretta?»

«Dottore, avevamo deciso di passare ’nzèmmula la pasquetta con Gallo, Galluzzo e le nostre famiglie. E siamo andati in contrada Sgombro.»

«Embè?»

«Doppo il tempo ha cominciato a cangiare e ci siamo messi in machina per tornare a Vigàta.»

«Che avevate mangiato?» spiò Montalbano.

Fazio stunò.

«Eh? Voli sapìri quello che abbiamo mangiato?»

«Mi pare importante, dato che vuoi farmi rapporto di come avete passato la jornata di festa.»

«Mi scusasse, dottore, ma le sto contando la cosa con ordine. All’altezza di Piano Torretta abbiamo visto che c’era confusione.»

«Che tipo di confusione?»

«Mah… fìmmine che chiangivano… òmini che currivano…»

«Che era successo?»

«È sparita una picciliddra di tri anni, dottore.»

«Come, sparita?»

«Dottore, non si trova più. La stiamo cercando. Gallo, Galluzzo e io ci siamo messi a capo di re gruppi di volontari… ma tra un due orate farà scuro e se non la troviamo a tempo bisognerà organizzare meglio le ricerche… Forse è meglio se lei fa un salto qua.»

«Arrivo.»

La strata per Montereale era traficata assà, stavolta macari lui faciva parte del serpentone del rientro. Passata una curva, si vitti perso. Davanti a lui c’erano bloccati un centinaro di veicoli. Fece appena a tempo a frenare che appresso a lui si fermò un pullman olandisi. Ora era imbottigliato e non potiva cataminarsi né avanti né narrè. Scinnì dall’auto santiando e non sapenno che fare. In quel momento, sparata in senso inverso e raprendosi un corridoio tra le dù file di machine, arrivò un’auto della stradale. Il poliziotto ch’era al volante lo riconobbe, frenò.

«Posso esserle utile, commissario?»

«Che succede?»

«Un TIR, che correva assai, a causa del fondo stradale bagnato ha sbandato e ha invaso la carreggiata opposta mentre arrivava una macchina con cinque persone a bordo. Due sono morte.»

«Ma i TIR possono circolare nei giorni di festa?»

«Sì, se hanno carichi deperibili.»

«L’autista del TIR dome sta?»

Il poliziotto lo taliò imparpagliato.

«È sotto shock, ma non si è fatto niente.»

«Meno male.»

Il poliziotto strammò ancora di più.

«Lo conosce?»

«Io? No. Ma trattatelo bene, mi raccomando. Sapete quanto il nostro ministro, quello che ci vuole far correre a 150 all’ora, ci tiene agli autisti dei TIR. Gli ha fatto macari lo sconto sulle multe.»

Aiutato dall’agente della stradale, potè nesciri faticosamente dalla fila, fare una curva perigliosa e tornare narrè per pigliare una strata alterativa che però era tanticchia più longa.

Fu accussì che venne a trovarsi a passare sutta alla collina chiamata Ciuccàfa in cima alla quale c’era la grandissima villa di don Balduccio Sinagra, dove era stato una volta, al tempo dell’indagine su una coppia di vecchietti scomparsa nel corso di una gita a Tindari. La grande famiglia mafiosa dei Sinagra si era disgregata, a quanto pareva c’era un solo superstite, un nipote di don Balduccio, Pino, detto “l’accordatore” sia per l’abilità diplomatica che sapiva tirare fora nei momenti sdilicati sia pirchì si contava che una volta aviva strangolato a uno con una corda di pianoforte, il quale Pino, però, da tempo si era trasferito in Canada o negli Stati Uniti. Tutti i beni (almeno accussì si diciva) dei Sinagra erano stati sequestrati. Orazio Guttadauro, storico avvocato della famiglia e ora eletto a furor di popolo in Parlamento tra le fila della maggioranza, era arrinisciuto però a salvare (almeno accussì si diciva) la villa di Ciuccàfa. Sul tetto della quale il commissario, sorpreso, vitti ora svettare una gigantesca antenna parabolica. Ma come? Se la villa era chiusa da anni! Chi era andato ad abitarci? Forse l’avivano affittata.

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