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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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«Lo so benissimo che ci sono le regole! Ma lo sai come sono, le tue regole? Sono come il maglione di lana che mi fece zia Cuncittina.»

Fazio lo taliò, completamente perso.

«Il magliuni?!»

«Sissignore. Quanno avivo una quinnicina d’anni me’ zia Cuncittina mi fece un magliuni di lana. Ma siccome non sapiva usari i ferri, il magliuni aviva ora maglie larghe che parivano pirtusa ora maglie troppo stritte, e aviva un vrazzo più corto e uno più longo. E io, per farmelo stare giusto, doviva da una parte tirarlo e dall’altra allintarlo, ora stringerlo e ora allargarlo. E lo sai pirchì potiva farlo? Pirchì il magliuni si prestava, era di lana, non era di ferro. Mi capisti?»

«Perfettamente. Perciò accussì la pensa vossia?»

«Accussì la penso.»

Verso le deci e mezza da Marinella chiamò a Mery. Si misero d’accordo che Montalbano sarebbe andato a trovarla il sabato che veniva. Al momento di salutarla, gli venne di fare una pinsata.

«Ah, senti una cosa. Avrei bisogno di sistemare una ragazza diciottenne…»

«Sistemare in che senso?»

«Mah, come cameriera, come guardiana di non so che cosa, come baby sitter… è pulita, bella, il che non guasta, è abituata a guadagnarsi il pane sin da quando era bambina, tutti quelli coi quali ha lavorato me ne hanno detto bene.»

«Dici sul serio?»

«Sul serio.»

«Non ha nessuno a Vigàta?»

«Nessuno.»

«E come mai?»

«Ti conto la sua storia quando vengo.»

«Quindi sarebbe disposta a dormire dai suoi datori di lavoro?»

«Sì.»

«Gesù, che bello! C’è mia madre che si sta disperando… proprio un’ora fa mi ha telefonato che non ce la fa più… Senti, sabato, quando vieni, potresti portarla con te?»

Niscì sulla verandina. Notti dolcissima, gran lustro di luna e il mare che risaccava a lèggio. Sulla spiaggia non si vidiva anima viva. Si spogliò e andò di cursa a farisi una natata.

Ritorno alle origini

uno

Aviva passato la prima parte della jornata di vacanza della pasquetta in una pace di paradiso.

La sira avanti la televisione aviva comunicato all’urbi e all’orbo che la matinata del jorno appresso, vale a dire il lunedì dell’Angelo, sarebbe stata tutta da godersi: temperatura quasi estiva, nenti nuvole e manco un alito di vento. Nel doppopranzo, invece, era previsto qualichi annuvolamento, ma non c’era da farsi prioccupazione, cosa leggera, robba di passaggio.

Il che veniva a significare che Vigàta al completo, dai catanonni ai pronipoti, sarebbe scasata verso la campagna o verso il mare, abbondantemente munita di sfincioni, cuddrironi, arancini, pasta ’ncasciata, milanzani alla parmigiana, purciddratu, panareddri coll’ovo, cannoli, cassate e altre squisitezze da mangiare all’aperto, in quello che teoricamente era un picnic ma che praticamente finiva col rivelarsi una specie di cenone di capodanno.

Il che veniva sempre a significare che la spiaggia davanti alla so’ casa di Marinella sarebbe stata invasa da famiglie ululanti e musiche a tutto volume, impossibile pinsari a una tranquilla mangiata sulla verandina. Perciò, in previsione del virivirì, aviva telefonato alla trattoria di Enzo e si era messo d’accordo.

Alle nove della matina di pasquetta, la so’ machina fu l’unica che si dirigì verso il paisi, procedendo in senso inverso a un serpentone di automobili, motociclette, furgoni, biciclette che sdunava da Vigàta. Il commissariato, quanno ci arrivò, era semideserto. Mimì Augello era fora Vigàta con Beba, ma sarebbe tornato in sirata, Fazio a fare una scampagnata, persino Catarella aviva pigliato il fujuto verso spazi aperti.

Trasenno, avvertì il telefonista:

«Messineo, non mi passare telefonate.»

«E chi vuole che telefoni?» arrispunnì, saggiamente, l’altro.

Si era portato appresso dù libri, una raccolta di saggi e articoli di Borges e un romanzo di Daniel Chavarría ambientato a Cuba. Uno per la matinata e uno per il doppopranzo. Sì, ma con quale principiare? Risolse che, avendo la testa lucida e non appesantita ancora dalla digestione, certamente era meglio attaccare con Jorge Luis Borges che ti obbliga sempre e comunque all’esercizio dell’intelligenza. Si mise a leggere comodamente assittato sul divanetto che c’era in un angolo dell’ufficio.

Quanno taliò il ralogio, con incredulità si addunò che erano già passate tri ore abbunnanti. Mezzojorno e mezza. E come mai? Si fece capace che non era andato oltre alla pagina 71, lì si era intoppato a ragionare supra a una frase:

Il fatto stesso di percepire, di porre attenzione, è di tipo selettivo: ogni attenzione, ogni fissazione della nostra coscienza, comporta una deliberata omissione di ciò che non interessa.

Questo era vero, si disse, in linea generale. Ma nel suo caso particolare, di sbirro cioè, la selezione tra ciò che interessa e ciò che non interessa non doviva essiri contemporanea alla percezione, sarebbe stato un errore grave. La percezione di un fatto, in un’indagine, non può consistere in una scelta contestuale, dev’essere assolutamente oggettiva. Le scelte si fanno appresso, faticosamente e non per percezione, ma per ragionamenti, deduzioni, comparazioni, esclusioni. E non è detto che non comportino lo stesso il rischio dell’errore, anzi. Ma, in percentuale, la possibilità di errore è più bassa rispetto alla scelta dovuta a un’istintiva selezione percettiva. Però d’altra parte, a ben considerare, in cosa consisteva quello che Hammett chiamava “l’istinto della caccia” se non nella capacità di una fulminea selezione all’atto stesso della percezione?

Allora cosa avrebbe potuto scrivere e consigliare in un ideale Manuale del perfetto investigatore? Che forse la virtù stava nel mezzo, come al solito (e s’arraggiò con se stesso per la frase fatta che gli era venuta in testa). E cioè che la scelta percettiva bisognava tenerla in gran conto perché era la prima cosa da discutere fino alla sua negazione.

Compiaciuto per le vertiginose altezze filosofiche raggiunte, sentì che gli smorcava il pititto. Allora telefonò alla trattoria. Rispose un cammareri.

Voce sconosciuta, doviva trattarsi di un aiutante chiamato per l’occasione.

«Montalbano sono. Passami Enzo.»

In sottofondo, un tirribìlio di voci, vociate, risati, chianti di picciliddri, rumorate varie di bicchieri, piatti, posate.

«Dottore, c’inzirtò a non viniri qua» fece Enzo. «Un burdellu c’è. Non abbiamo più un posto. La robba so’ è pronta. Tra un quarto d’ora massimo ci la faccio portari.»

Dedicò il quarto d’ora d’aspittatina a sgombrare la scrivania da tutte le cose che c’erano di supra e a cummigliarne il piano con le pagine di un vecchio giornale. Con qualichi minuto di ritardo, s’appresentò un piciotteddro con dù sacchetti di plastica. Dintra c’erano tri capaci portavivande, uno con pasta, uno con il pisci e uno con l’antipasti, e inoltre una scanata di pane, mezza bottiglia di vino, mezza d’acqua minerale, posate e dù bicchiera. Il picciotteddro disse che sarebbe passato doppo un’orata a ritirare le cose lorde e sinni tornò a dare una mano in trattoria. Montavano se la scialò pigliandosela commoda. Quanno finì, i portavivande sparluccicavano come se erano nisciuti allura allura dalla fabbrica. Rimise quello che era restato dintra ai sacchetti, levò le pagine del giornale, rimise a posto la scrivania, niscì dalla cammara, consignò i sacchetti al piantone dicendogli che sarebbe passato un picciotto a ritirarli e l’avvertì:

«Vado a fare due passi.»

Il bar vicino al commissariato era aperto e vacante di clienti. Si pigliò un cafè e camminando per le strate lungo le quali non s’incontrava anima criata si dirigì al molo per la solita passiata fino a sutta il faro. S’assittò supra allo scoglio chiatto, si inchì una mano di pietruzze di pirciali e accomenzò a tirarle a una a una in acqua. Si addunò che da ponente arrancavano, velocissime, pisanti nuvole nivure d’acqua. Il tempo stava rapidamente cangiando.

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Сюжет
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Главный герой
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