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L'anno del contagio [Doomsday Book - it]

Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:

Per la giovane Kivrin, che si prepare a studiare dal vivo una delle epoche più oscure della storia, regno della paura, della superstizione e di tremendi flagelli, viaggiare nel tempo è un'esperienza unica e affascinante, ma in fondo non troppo difficile: l'importante è prepararsi con cura e osservare scrupolosamente tutte le regole perché il suo improvviso arrivo nel XIV secolo risulti plausibile e, soprattutto, passi inosservato. Il resto è compito di una straordinaria tecnologia che rende possibile un simile trasferimento temporale. Tuttavia il suo viaggio nel Medioevo, dove l'esistenza quotidiana è un'avventura per la sopravvivenza e dove si sta scrivendo un nuovo libro dell'Apocalisse, sarà molto più che la realizzazione di un sogno.
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— Non hai nulla da temere — aveva detto il prete. — Stai soltanto tornando a casa.

Requiescat in pace, pensò… e si addormentò.

Quando si svegliò la stanza era buia e una campana stava suonando molto lontano. Ebbe l'impressione che i rintocchi stessero echeggiando da molto tempo, come aveva fatto quella campana isolata quando lei era arrivata nella radura, ma dopo un minuto una seconda serie di rintocchi si unì alla prima, così vicina da sembrare appena fuori della finestra e così forte da soffocare lo scampanio sempre più generale. Il mattutino, si disse Kivrin, ed ebbe l'impressione di ricordare di aver già sentito le campane suonare in quel modo irregolare e un po' stonato che si accompagnava al battito del suo cuore… però era impossibile.

Doveva aver sognato, come aveva sognato che volevano bruciarla sul rogo, che le avevano tagliato i capelli e che la gente parlava una lingua per lei incomprensibile.

La campana più vicina smise di suonare mentre le altre continuarono per un po', come se fossero contente di farsi sentire… e Kivrin si trovò a rammentare anche questo. Da quanto tempo si trovava lì? Era stata notte e adesso era mattina. Anche se le sembrava che si fosse trattato di una sola notte, ricordava i volti che si erano chinati su di lei: quando la donna le aveva portato la coppa di medicinale e poi quando era venuto il prete insieme al bandito, lei aveva potuto vederli con chiarezza senza l'ausilio della luce tremolante della candela, e fra una visita e l'altra ricordava il buio e la luce fumosa delle lampade di sego e le campane che suonavano, smettevano, suonavano ancora.

Fu assalita da un'improvvisa fitta di panico e si chiese da quanto tempo si trovasse lì. Possibile che fosse rimasta malata per settimane e avesse saltato il recupero? Questo però era impossibile perché nessuno restava in preda al delirio per settimane, neppure a causa della febbre tifoidea, e lei non poteva avere la febbre tifoidea perché era stata vaccinata.

La stanza era fredda, come se il fuoco si fosse spento durante la notte. Cercò a tentoni le coltri e subito un paio di mani emersero dal buio per assestarle qualcosa di morbido intorno alle spalle.

— Grazie — disse Kivrin, e si riaddormentò.

Fu svegliata di nuovo dal freddo ed ebbe l'impresisone di aver dormito per pochi momenti anche se adesso nella stanza c'era un po' di luce che penetrava da una stretta finestra incastonata nella parete di pietra. Le imposte erano state spalancate e questo serviva soltanto ad aumentare il freddo.

Una donna era in punta di piedi su un sedile di pietra posto sotto la finestra ed era impegnata a fissare un panno sopra l'apertura. Vedendo che la donna indossava una tunica nera e una cuffia pieghettata bianca Kivrin pensò per un momento di trovarsi in un monastero, ma poi ricordò che nel quattordicesimo secolo le donne sposate si coprivano i capelli e soltanto le ragazze nubili li portavano sciolti e scoperti.

Quella donna però non sembrava abbastanza grande da essere sposata, o da essere una suora, e non poteva essere quella che l'aveva vegliata durante la sua malattia, perché si era trattato di una persona molto più anziana. Quando le aveva stretto le mani nel delirio, Kivrin aveva sentito che la sua pelle era ruvida e rugosa, e la sua voce era suonata rauca e aspra per gli anni, anche se forse si era trattato di un altro effetto del delirio.

La donna si protese in avanti nel fascio di luce che entrava dalla finestra, e Kivrin poté vedere che la sua cuffia era ingiallita e che ciò che indossava non era una tunica ma un abito come il suo, con una sopravveste verde scuro tinta malamente e all'apparenza fatta con iuta da sacchi… la trama della tessitura era così larga da poter essere facilmente visibile anche con quella luce scarsa.

La donna doveva essere una serva, ma d'altro canto le serve non portavano cuffie di lino e non avevano alla cintura mazzi di chiavi come quello che pendeva dalla cintura della donna e che la qualificava come una persona di una certa importanza, forse la governante.

E quello era un luogo di una certa importanza. Forse non era un castello perché la parete a cui era addossato il letto non era di pietra bensì di legno grezzo, ma molto probabilmente era la residenza di campagna di un nobile di un certo rango, un barone minore o magari anche qualcuno di posizione ancora più elevata. Il letto su cui lei era distesa non era un semplice pagliericcio ma un vero letto, con un'intelaiatura di legno sollevata da terra e tendaggi e rigide lenzuola di lino, e le coltri erano di pelliccia, mentre il sedile di pietra sotto la finestra era coperto da cuscini ricamati.

La donna finì di legare il panno a due piccole sporgenze di pietra ai lati della stretta finestra, poi scese dal sedile e si sporse a prendere qualcosa… Kivrin non poté vedere cosa perché i tendaggi del letto le coprivano la visuale; i tendaggi erano pesanti come tappeti e adesso erano stati tirati indietro e legati con qualcosa che sembrava corda.

La donna tornò a raddrizzarsi reggendo una ciotola di legno, poi sollevò le gonne con la mano libera e salì di nuovo sul sedile per cominciare a spennellare una sostanza densa sul panno.

Olio, pensò Kivrin. No, cera, si corresse subito. Il lino incerato veniva comunemente usato al posto del vetro per chiudere le finestre, ma si supponeva che nel quattordicesimo secolo il vetro fosse ormai diffuso nelle dimore nobiliari e che i nobili si portassero dietro i vetri delle finestre insieme al resto del mobilio quando si spostavano da una casa all'altra.

Devo ricordarmi di registrare il fatto che alcune case nobiliari di campagna non avevano i vetri alle finestre, pensò Kivrin, sollevando le mani e unendole… però lo sforzo di tenerle sollevate era eccessivo e dovette lasciarle ricadere sulle coltri.

La donna scoccò un'occhiata in direzione del letto, poi tornò a girarsi verso la finestra e riprese a spalmare la cera sul panno con lunghi gesti pacati.

Devo essere in condizioni migliori, rifletté Kivrin, e lei è rimasta al mio capezzale per tutto il tempo che sono stata malata.

Di nuovo si chiese quanto tempo fosse passato e decise che doveva scoprirlo, così come doveva ritrovare il sito della transizione.

Non poteva essere molto lontano, e se questo era il villaggio dove aveva avuto intenzione di dirigersi il sito distava appena un paio di chilometri. Cercò di ricordare quanto tempo avessero impiegato ad arrivare al villaggio, tempo che a lei era parso molto lungo. Il bandito l'aveva messa su un cavallo bianco che aveva i finimenti decorati da campanelli… soltanto che non si trattava di un bandito ma di un giovane dall'aspetto gentile e dai capelli rossi.

«Qual è il nome di questo villaggio in cui mi avete portata?» La notte precedente non era riuscita a elaborare mentalmente la frase, ma naturalmente questo era dipeso dalla febbre e adesso non aveva più difficoltà a ricordare gli insegnamenti del Signor Latimer, che aveva dedicato mesi ad affinare la sua pronuncia. Di certo sarebbero riusciti a comprendere una domanda come «In whatte londe am I» o perfino come «Whatte be thisse holding?», e se pure ci fosse stata qualche variazione dovuta ad un dialetto locale il traduttore avrebbe provveduto a correggerla.

— Whatte place hast thou brotte me? — domandò.

La donna si girò con espressione sorpresa e scese dal sedile continuando a tenere la ciotola in una mano e il pennello nell'altra; quando si avvicinò al letto, Kivrin ebbe però modo di vedere che quello che stava usando non era un pennello, bensì un cucchiaio di legno di forma squadrata e dall'incavo poco profondo.

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