L'anno del contagio [Doomsday Book - it]
- Автор: Уиллис Конни
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0772-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:
— Gottebae plaise tthar tleve — disse la donna, tenendo cucchiaio e ciotola uniti davanti a sé. — Beth naught agast.
Il traduttore avrebbe dovuto fornire una traduzione immediata delle sue parole, ma forse la pronuncia di Kivrin era così diversa che la donna aveva creduto che si trattasse di una lingua straniera e stava cercando di risponderle goffamente in francese o in tedesco.
— Whatte place hast thou brotte me? ~ ripeté con maggiore lentezza, in modo da dare al traduttore il tempo di adattare le sue parole.
— Wick londebay yae comen lawdayke awtreen godelae deynorm andoar sic straunguwlondes. Spekefaw eek waenoot awfthy taloorbrede.
— Lawyes sharess loostee? — intervenne un'altra voce.
La donna si girò per guardare in direzione di una porta che Kivrin non poteva scorgere, poi nella stanza entrò una seconda donna molto più anziana, il cui volto incorniciato dalla cuffia era coperto di rughe e le cui mani erano quelle ruvide e vecchie che Kivrin ricordava di aver stretto nel delirio. La donna aveva al collo una catena d'argento e teneva in mano un piccolo cofanetto di cuoio che somigliava a quello che Kivrin aveva portato con sé ma era più piccolo e con i rinforzi in ferro anziché in ottone.
— Auf specheryit darmayt? — aggiunse, posando il cofanetto sul sedile sottostante la finestra.
Kivrin ricordava anche la sua voce, aspra e quasi rabbiosa nel rivolgersi alla donna accanto al suo capezzale come se fosse stata una serva… forse lo era davvero, e la vecchia era la signora della casa, sebbene la sua cuffia non fosse più bianca né il suo abito di fattura migliore. Però alla sua cintura non c'erano chiavi di sorta, e d'un tratto Kivrin ricordò che non era la governante a tenere le chiavi ma la signora della casa.
La signora del maniero, con la cuffia di lino ingiallito e la sopravveste tinta e tessuta malamente… il che significava che il vestito che avevano dato a lei era tutto sbagliato, sbagliato quanto la pronuncia di Latimer e quanto le assicurazioni della Dottoressa Ahrens che lei non avrebbe contratto nessuna malattia medievale.
— Ho fatto tutti i vaccini — mormorò, e le due donne si voltarono a guardarla.
— Ellavih swot wardesdoor feenden iss? — chiese in tono brusco la donna più anziana… era la madre dell'altra, oppure la suocera o la balia? Kivrin non ne aveva idea, perché il traduttore non riusciva a individuare neppure una delle sue parole, neanche un nome proprio o un titolo.
— Maetinkerr woun dahest wexe hoordoumbe — replicò l'altra.
— Nor nayte bawcows derouthe — rimbeccò la vecchia.
— Certessan, shreevadwomn wolde nadae seyvous — ribatté la donna più giovane, sollevando il mento in un gesto irritato.
Kivrin si chiese se stessero discutendo di ciò che ne dovevano fare di lei. Debolmente, spinse il copriletto con le mani come se potesse così allontanarsi da loro, e subito la donna più giovane posò ciotola e cucchiaio per accostarsi al letto.
— Spaegun yovor tongawn glais? — disse, e quelle parole avrebbero potuto significare «buon giorno» o «ti senti meglio?» oppure «Ti bruceremo all'alba» per quel che Kivrin era in grado di stabilire.
Forse la sua malattia stava impedendo al traduttore di funzionare, forse quando la febbre fosse passata sarebbe riuscita a capire tutto ciò che quella gente diceva.
La vecchia si inginocchiò ai piedi del letto tenendo fra le mani giunte una scatoletta d'argento appesa all'estremità della catena e cominciò a pregare mentre la donna più giovane si protendeva in avanti per dare un'occhiata alla fronte di Kivrin e poi allungava la mano dietro la sua testa, facendo qualcosa che causò uno strattone ai capelli… Kivrin si rese conto che dovevano averle fasciato la ferita alla testa e sollevò una mano a sfiorare il panno, abbassandola poi all'altezza del collo per toccarsi i capelli arruffati. Però non trovò nulla: i capelli finivano con una frangia irregolare appena sotto gli orecchi.
— Vae motten tiyez thynt — affermò la donna, in tono preoccupato. — Far thotyiwort wount sorr.
Era evidente che le stava fornendo una spiegazione di qualche tipo ma lei non capiva una sola parola, anche se poteva intuire quello che voleva dirle: era stata molto malata, tanto malata da credere di avere i capelli in fiamme. Ricordava che qualcuno… la vecchia?… aveva cercato invano di tenerle ferme le mani e di impedirle di battersele sulla testa per soffocare le fiamme, ed era chiaro che non c'era stato altro da fare che tagliarle i capelli.
Lei aveva detestato quella capigliatura lunga e ingombrante e il tempo che ci voleva per pettinarla, si era preoccupata di come si pettinassero le donne del medioevo, se intrecciassero o meno i capelli, e si era chiesta come avrebbe fatto a resistere due settimane senza lavarli, quindi adesso avrebbe dovuto essere contenta che glieli avessero tagliati, ma la sola cosa a cui riusciva a pensare era che Giovanna d'Arco aveva avuto i capelli corti ed era stata bruciata sul rogo.
Accorgendosi che la donna più giovane la stava fissando dopo aver ritratto la mano dalla fasciatura, Kivrin le sorrise con un po' d'incertezza e lei ricambiò il sorriso. Da un lato della bocca le mancavano due denti e quello accanto al buco era scuro, ma quel sorriso la fece apparire giovane come una studentessa del primo anno.
La donna finì di slegare la fasciatura e la posò sul copriletto: le bende erano composte da strisce dello stesso lino ingiallito della cuffia ed erano chiazzate di sangue rappreso… più di quanto Kivrin aveva creduto che ce ne sarebbe stato. Evidentemente la ferita prodotta dal Signor Gilchrist doveva aver ripreso a sanguinare.
Intanto la donna le stava toccando la tempia con aria nervosa, come se non avesse saputo cosa fare.
— Vexeyan hongroot? — chiese, e le passò una mano dietro il collo per aiutarla a sollevare la testa… Kivrin ebbe l'impressione che fosse terribilmente leggera ma si disse che doveva dipendere dall'assenza dei capelli.
La vecchia porse quindi alla donna una ciotola di legno perché l'accostasse alle labbra di Kivrin, che ne sorseggiò il contenuto pensando confusamente che quella sembrava la stessa ciotola in cui era contenuta la cera. Naturalmente era un'altra, e il suo contenuto non era il medicinale che le avevano somministrato in precedenza ma una farinata acquosa e grumosa meno amara della bevanda della notte prima ma caratterizzata da un retrogusto un po' unto.
— Thasholde nayive gros vitaille towayte — osservò la vecchia, in tono aspro e critico.
Kivrin si disse che doveva essere senza dubbio la suocera.
— Shimote lese hoor fource — rispose in tono mite la donna più giovane.
La farinata aveva un buon sapore e Kivrin cercò di berla tutta, ma dopo pochi sorsi si sentì spossata.
La giovane donna restituì allora la ciotola alla vecchia, che si era accostata a sua volta al fianco del letto, e tornò a riadagiare Kivrin sui cuscini, poi raccolse la benda insanguinata e sfiorò ancora la tempia della malata come se si stesse chiedendo se doveva rimetterle o meno la fasciatura. Alla fine la porse alla vecchia, che la posò insieme alla ciotola sulla cassapanca che doveva essere sistemata ai piedi del letto.
— Lo, liggethsteallouw — consigliò infine la donna più giovane, con il suo sorriso sdentato, e anche se le parole suonarono incomprensibili dal suo tono Kivrin dedusse chiaramente che le stava consigliando di rimettersi a dormire, per cui chiuse gli occhi.