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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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«Ci vediamo più tardi», gli disse Tracey, prima che Jeff formulasse la domanda. «Riguardati, eroe, d’accordo? Ci vediamo più tardi, magari stasera.»

Lo baciò sulle labbra, ma il bacio fu tanto rapido che non riuscì ad assaporarlo. Quando furono fuori dalla porta, vide che Tracey andava a sinistra, ma Jeff la prese per mano e la tirò a destra. Lei ridacchiò, lui la fece star zitta avvicinando la sua testa a quella della ragazza. Un panino, pensò; Cristo, un panino!

scintille verdi e fuoco verde

e la sagoma dello stallone contro il bianco della luna

«Io non lo farei salire», disse Chris, appoggiandosi sul materasso al suo fianco. «Si sta comportando da perfetto idiota. Ci credi se ti dico che anche secondo Tar si sta comportando da cretino?»

Pieno di riconoscenza, e leggermente imbarazzato, lui porse la guancia alle labbra di lei, e rimase confuso quando lei gli prese la testa fra le mani, la girò e gli diede un bacio che di certo il dottore non avrebbe approvato. Sembrò non notare il suo stupore, si limitò a risedersi sul letto, con la camicia bianca da uomo rigonfia all’altezza del seno e i capelli sciolti sulle spalle.

«Credo che sia geloso.»

«Brian?» Non riusciva proprio a immaginarlo. «Stai scherzando.»

«Be’», disse, appoggiandogli una mano sullo stomaco, «ha già bevuto. Puzza come una fabbrica di birra e non riesce a capire perché i giornalisti non vogliono più parlare con lui.» Giocherellava con le dita sul lenzuolo. «Ha raccontato…» Lo guardò senza alzare lo sguardo. «Ha raccontato qualcosa di Donny Paperino, capisci?»

«Stupendo», fece lui.

«Oh, non devi preoccuparti per questo. Nessuno gli dà retta. Dio mio, tu sei un autentico eroe, ti rendi conto? Voglio dire, tu sei il tipo di uomo che quelle teste di cazzo possono soltanto sognare.»

«Gesù, Chris.»

Guardò attraverso la finestra e sperò che lei se ne andasse. No, pensò con un briciolo di terrore. Basta che la smetta con queste stronzate.

«No, dico sul serio.»

«Cristo, la vuoi piantare?»

«Già, gli uomini non accettano i complimenti», disse lei rivolgendosi al muro.

«Be’…»

Lei rise in silenzio, mettendosi i capelli dietro le orecchie e girandosi verso di lui; se avesse voluto, avrebbe potuto vedere i suoi seni dove la camicia era sgualcita.

«Comunque immagino che tu stia bene.»

Il dito danzava senza posa sul lenzuolo e lui non poté fare a meno di guardarlo; lo osservò, come ipnotizzato, poi strinse le gambe, quando si fermò in un certo punto. Si schiarì la gola e si mise a sedere: il dito fece una breve pausa, poi riprese a danzare.

«Sì, grazie.»

«Ho sentito dire che ci sarà una grande festa al concerto.»

«Sì, l’ho sentito dire anch’io.»

Lei sorrise e ammiccò.

«Brian e Tar non hanno intenzione di andarci. Dicono che li fai vomitare.»

«Se è così, vorrà dire che arriverò in anticipo.»

Il labbro inferiore sparì per un attimo fra i denti, prima che lei si abbassasse di nuovo e lo baciasse, con forza, sorprendendolo a tal punto da farsi penetrare dalla lingua di lei senza rendersi conto di quello che stava succedendo: poi, sbalordito, spalancò gli occhi e vide la ragazza che lo fissava. Chris si mise a ridere senza allontanarsi, e la risata gli rimbombò nel profondo della bocca; pregò soltanto che i suoi genitori non entrassero proprio in quel momento.

Lei smise di baciarlo, ma non si mosse. «Ascolta, e dopo il concerto?»

Lui rimase ad aspettare.

«Se i tuoi ti lasciano — cioè, sai, sei stato in ospedale, forse pensano che non è il caso che tu vada — ma nel caso che ti lasciassero, forse potremmo andare da Beacher, dopo il concerto.»

Lui rise. «E potremmo provare il Don Boyd Special?»

«Lo sai già?» Si mise a ridere, dondolando lentamente mentre il suo dito si avvicinava all’inguine, accarezzava il rigonfiamento e si allontanava. «Benissimo! E vada per il Don Boyd Special!»

Lui riuscì soltanto ad annuire, inghiottendo la saliva e guardando il movimento del suo sedere stretto nei jeans.

Cristo, pensò, oh, Cristo!

qualcuno stava gridando e c’era del sangue sulle sue mani

Chiuse gli occhi e vide Jeff che prendeva Tracey per mano, vide la promessa negli occhi di Chris e avvertì la presenza di qualcuno nella stanza, qualcuno che lo guardava e non si muoveva.

Ti prego, no, pensò, aprendo gli occhi e rimanendo senza fiato.

Fleet era ai piedi del letto.

Aveva il volto rugoso e gli occhi cerchiati di rosso; afferrò con le mani la sponda metallica del letto ed esaminò attentamente il viso di Don.

«Santo cielo, mi hai spaventato», esclamò Don, sorridendo.

Fleet annuì.

«Ehi, ti senti bene?»

«Ehi, signorina, sono io che dovrei chiederlo a te», rispose Robinson, con un sorriso tirato sulle labbra. «Merda, hai fatto proprio un bel lavoro, no?»

Lui scrollò le spalle. «Credo di sì.»

«Credi di sì?»

«È che non … Non mi ricordo esattamente com’è andata.»

«Non dici stronzate?»

«Non dico stronzate.»

Fleet si allontanò dal letto e la luce della finestra gettò metà del suo viso in ombra.

«Grazie», disse allora, in tono appena percettibile. «Grazie. Per Mandy.»

Don non seppe cosa rispondere, e nemmeno seppe cosa fare quando Fleet si avvicinò improvvisamente al letto, abbassandosi fin quasi a toccarlo. «Lo volevo prendere io quel bellimbusto, Donny.» Le parole uscirono gutturali. «Volevo essere io a prendere quel fottuto bastardo, capisci?»

Don annuì, temendo che Robinson volesse picchiarlo.

Fleet fece un cenno con il capo, come se finalmente fosse riuscito a chiarire un punto importante, poi si raddrizzò e uscì senza dire una parola.

Entrò il dottor Naugle, seguito da Joyce e Norman. Prima che lui potesse dire una sola parola, la stanza si riempì di giornalisti. Erano piuttosto calmi, ma volevano conoscere i particolari, sembrava che si fossero messi d’accordo per fare domande a rotazione. Fece del suo meglio, aiutato un po’ dal padre, seduto al suo fianco, e dalla madre, seduta dall’altra parte; cercò anche di non chiudere gli occhi di fronte ai flash e di non perdere la pazienza quando uno dei giornalisti insinuò con disinvoltura che la storia raccontata da Brian era molto più simile alla realtà dei fatti di quanto non lo fosse la versione della polizia; fece qualche battuta su se stesso che fu accolta da sorrisi gentili, e fu con gentilezza che rifiutò l’invito di un fotografo ad afferrare una mazza a mo’ di randello; una giornalista gli chiese dei suoi rapporti con le ragazze e della sua passione per la corsa; e quando qualcuno gli chiese cosa ne pensava della medaglia, rispose con voce tranquilla che ne era felice, ma non pensava di meritarla.

Se ne andarono senza protestare quando il dottor Naugle disse loro che il tempo era scaduto. I suoi genitori lo lasciarono solo affinché si vestisse con gli abiti che gli avevano portato.

Mentre si stava infilando la camicia, ritornò l’infermiera con una sedia a rotelle.

«Devo usarla per forza?» chiese, indicandola con una mano, mentre si tirava su la cerniera dei pantaloni e allacciava la cintura. «Posso camminare.»

«Se non la usi, ti dovrò portare in braccio.»

Lui fece una smorfia e si sedette.

All’ingresso dell’ospedale gli fecero altre fotografie, poi ancora mentre saliva in macchina e mentre la macchina si allontanava lentamente dal marciapiede. Voleva che suo padre si sbrigasse; non voleva credere che il sorriso sul suo volto fosse dedicato ad altri che a lui.

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