La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Don non lo sapeva. «Avevo paura. Stava per uccidermi.»
Verona fece schioccare la lingua. Jerry Naugle, il dottore di Don, aveva supposto che si trattasse di una difesa prodotta da una forma di isteria: una cosa abbastanza comune. Invece di scappare, Don aveva trovato un bastone e l’aveva usato per difendersi. Conosceva Amanda. Paura e rabbia, e forse anche un po’ di fortuna, e Falwick era caduto a terra. È quando l’isteria ha il sopravvento. L’adrenalina la alimenta. Luis Quintero era arrivato sulla scena dell’incidente, lungo la strada, e aveva sentito qualcuno gridare nel parco. Aveva trovato Don in ginocchio a pochi metri dal corpo, con il bastone ancora in mano; c’era sangue sul bastone e sugli abiti del ragazzo. Era profondamente scioccato e non riusciva nemmeno a dire come si chiamava.
«Immagino», disse Don, «sì, immagino sia andata così.»
E poteva essere andata così, pensò. Doveva essere andata così. Se ci fosse stato un cavallo, glielo avrebbero detto; se il cavallo fosse esistito, qualcuno lo avrebbe visto. Doveva essere stato lui, perché si ricordava la rabbia che aveva sentito dentro.
Verona gli strinse di nuovo la mano e gli occhi di Don si riempirono di lacrime quando ritonarono i suoi genitori.
Doveva essere andata così. L’isteria, e lo choc, e forse dopo tutto non era pazzo. La sua amica era stata uccisa perché aveva avuto paura, ma Don aveva fatto tutto da solo. Aveva perso i sensi, ma aveva fatto tutto da solo. Niente di magico. Nessuno stallone nero. Aveva ucciso un uomo. E da solo.
Pianse per quasi mezz’ora — prima forte, poi silenziosamente, inzuppando la camicia di sua madre che gli accarezzava i capelli e lo baciava sulla guancia, mentre suo padre gli stringeva le mani così forte da far schioccare le nocche. Pianse fino a quando ritornò il dottor Naugle, che li invitò ad andarsene dalla camera affermando che Don aveva bisogno di riposo se davvero voleva tornare a casa a mangiare qualcosa di decente. Norman era riluttante, ma alla fine uscì; Joyce lo abbracciò di nuovo, mormorando: «Tesoro, so che non sei Sam. Sei il mio Donny, e ti voglio bene».
Senza nessuna pastiglia dormì profondamente fino a dopo mezzogiorno. Quando si svegliò, la flebo era sparita; c’era un’infermiera con un vassoio colmo di cibo che Don mangiò senza sentirne il sapore. Quando ne chiese ancora, la donna sorrise e gli disse che ne avrebbe avuto molto una volta a casa; poi chiese di vedere i suoi genitori, i quali gli dissero che nella sala d’aspetto c’erano molti ragazzi che avevano voglia di vederlo. C’era anche un gruppo di giornalisti. Sembrava — gli spiegò il padre leggermente eccitato — che ci fosse il Presidente in città. Don era felice, ma cercò di non darlo a vedere, imbarazzato dall’immagine dello stallone sempre stampata nella sua testa, e preoccupato perché improvvisamente si era reso conto che l’unica cosa che voleva veramente era andarsene a casa a guardare da vicino il poster sulla parete.
Forse non era pazzo, ma doveva esserne sicuro.
«E vuoi sapere un’altra cosa?» disse sua madre. «Sei pronto? Il sindaco vuole consegnarti una medaglia durante il concerto di stasera. Una medaglia! Ti rendi conto?»
«A me? Una medaglia a me?»
Guardando suo padre, vide che annuiva con orgoglio; sua madre gli diede un altro bacio.
«Non è possibile», disse, conficcando le dita nelle lenzuola. «Mamma, non è possibile.»
«Ne riparleremo più tardi, tesoro, quando saremo a casa», disse lei in fretta e a bassa voce. «Dirò ai ragazzi di salire, io intanto andrò a prenderti dei vestiti puliti.»
scintille verdi
fuoco verde
Don non capì perché Tracey indossasse i jeans e una vecchia giacca, finché non ricordò che la scuola era chiusa per quanto era accaduto ad Amanda. E nemmeno capì perché fosse venuta con Lichter.
Dopo aver scambiato un’occhiata con Jeff, Tracey prese una sedia mentre lui si sedeva sul letto e afferrava la mano di Don.
«Il Povero Recluso ha colpito ancora», disse Jeff con entusiasmo. «Ma ascolta, sei impazzito o che cosa?»
«Chiudi il becco, Jeff», ordinò Tracey con aria gentile, e si sporse in avanti per baciare Don sulla guancia. La sua mano trovò quella di Don e la strinse. «Stai bene?»
«Credo di sì», rispose lui. «Non sono ferito o roba del genere. Tuo padre … Ehi, stai attento», protestò rivolto a Jeff, liberando la mano e sobbalzando, fingendo un dolore inesistente. «Sono cintura nera, non ti ricordi?»
«L’unica cosa che ricordo è che sei completamente pazzo.»
«Solo un pazzo può riconoscere un altro pazzo.»
«Molto divertente.»
«Don», disse Tracey. «Brian dice…»
«Che vada al diavolo Brian!» bofonchiò Jeff.
«…che è stato mio padre a ucciderlo, non tu. Racconta in giro un sacco di sciocchezze, ad esempio che l’altra notte ti ha spedito a casa prima che arrivassi al parco.» La preoccupazione si trasformò in un sorriso. «Ma nessuno lo ascolta.»
«Davvero?» chiese lui senza troppa allegria, poi inghiottì quel boccone amaro con uno sforzo che lo fece quasi grugnire.
«Stai bene?» chiese Jeff in fretta.
«È l’acido», rispose, battendosi lo stomaco. «È colpa del cibo. È quasi peggio di quello di Beacher.»
Jeff scoppiò a ridere, picchiò sul materasso e guardò Tracey. Lei ridacchiò, scosse la testa, e lui le disse di andare avanti.
«Allora?» fece Don, senza gradire troppo quella familiarità.
«Allora?»
«Beacher», iniziò Tracey, poi scoppiò a ridere, scosse la testa e le mani, quindi respirò profondamente per cercare di smettere. «Ha deciso di dedicarti un panino.»
«Che cosa ha fatto?»
Jeff annuì. «Ha chiamato un panino con il tuo nome e ora lo serve a tutti i giornalisti! Cristo, ma ti rendi conto?»
«E che panino è? Con un hamburger crudo?»
«No. È…» Jeff si alzò e si appoggiò al muro per evitare di cadere. «È con formaggio fuso, pancetta, lattuga e cipolle.»
«Che cosa?» urlò Don. «A parte il fatto che a me il formaggio fuso non piace, che cosa cazzo c’entra con tutta questa storia?»
«E chi lo sa? Comunque è quello che ti danno se vai a chiedere un Don Boyd Special.»
Scoppiarono tutti in una risata che passava da uno all’altro, si calmava per poi ricominciare: alla fine i fianchi gli facevano male, le guance erano sul punto di scoppiare e i polmoni si rifiutavano di rifornirlo d’aria. Jeff si rotolava sul pavimento, con le mani strette sullo stomaco. Tracey si dondolava sulla sedia, e così facendo sbatté contro il muro rischiando di far schizzare la sedia per terra.
L’infermiera entrò nella camera e rimase un attimo a guardarli, quindi fece una smorfia e strizzò loro l’occhio, invitandoli a stare buoni; poi arrivò il dottor Naugle che ordinò loro a voce alta di calmarsi, altrimenti avrebbe dovuto mettergli le camicie di forza.
Don fu il primo a tornare in sé, sbattendo gli occhi per eliminare le lacrime e gemendo mentre le costole cessavano di fargli male.
Riapparve l’infermiera, con le braccia conserte e un sopracciglio alzato, a indicare che l’orario delle visite era terminato.
«Merda», bisbigliò Jeff, stringendogli la mano e distogliendo lo sguardo quando Don colse la domanda nei suoi occhi — lo hai ucciso davvero tu, con le tue mani?