Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
A mano a mano che proseguivano, le terre coltivate cedevano il posto alle foreste, villaggi e fortini erano più piccoli e più distanziati uno dall’altro, le colline erano più alte e le valli più profonde. Era difficile trovare cibo. In città, Yoren aveva fatto un carico di pesce salato, pane duro, lardo, rape, sacchi di fagioli e di avena e forme di formaggio giallo. Ma ormai tutto quanto era stato divorato fino all’ultimo boccone. Costretti ora a nutrirsi di quello che offriva la terra, Yoren aveva dovuto ricorrere a Koss e a Kurz, che in città erano stati imprigionati come bracconieri. Li mandava nei boschi avanti alla colonna. Alla sera, loro riapparivano con un cervo legato per le zampe al palo che portavano a spalla o con mazzi di quaglie appese alle cinture. I ragazzi più piccoli avevano il compito di raccogliere bacche o anche, nel caso si trovassero a costeggiare un frutteto, di scalare gli steccati per cogliere mele.
Arya, che usciva sempre da sola, era agile a scalare e veloce a raccogliere. Un giorno, per puro caso, le capitò di trovarsi davanti un coniglio. Era grasso e con il pelo marrone, lunghi orecchi e naso tremolante. I conigli corrono più in fretta dei gatti, ma non sanno arrampicarsi sugli alberi bene quanto loro. Arya lo fece fuori con un colpo bene assestato del bastone e Yoren ne ricavò uno stufato aggiungendo funghi e cipolle selvatiche. Arya ricevette un’intera coscia, il coniglio dopo tutto lo aveva preso lei, e la condivise con Gendry. Tutti gli altri ricevettero almeno un mestolo, perfino i tre ai ceppi. Jaqen H’ghar la ringraziò con cortesia, Mordente si leccò le dita unte con un’espressione estatica, ma Rorge, quello senza naso, le rise in faccia: «Guardalo, il grande cacciatore: Bitorzolo-Testa di Bitorzolo acchiappaconigli».
All’esterno di un fortino chiamato Briarwhite, alcuni braccianti circondarono la carovana, chiedendo moneta per le pannocchie che avevano preso. Yoren adocchiò le falci che i contadini stringevano in pugno e gettò loro alcuni soldi di rame. «C’era un tempo in cui gli uomini in nero ricevevano cibo e alloggio dappertutto, da Dorne a Grande Inverno. Perfino gli alti lord dicevano che era un onore averli ospiti sotto il loro tetto» disse loro il confratello errante, pieno di amarezza. «Adesso codardi come voi vogliono soldi per un morso a una mela piena di vermi.» Yoren sputò con disprezzo.
«È grano maturo, meglio di quello che merita un fetente corvo nero come te» rispose con ostilità uno dei contadini. «Adesso va’ via dal nostro campo, e portati dietro i tuoi ladruncoli, prima che vi mettiamo tutti su un palo per spaventare gli altri corvi.»
Arrostirono le pannocchie nella notte umida, rivoltandole con lunghi bastoni biforcuti, mangiando il tutto appena uscito dalla brace. Arya trovò che avessero un sapore delizioso, ma Yoren era troppo inferocito per mangiare. Una nube sembrava gravare su di lui, una nube sfilacciata e nera come la sua cappa. Continuò a passeggiare avanti e indietro per l’accampamento, imprecando a denti stretti.
Il giorno dopo, Koss tornò indietro di corsa avvertendo di avere avvistato un accampamento avanti a loro.
«Venti o trenta uomini, maglie di ferro e mezzi elmi» spiegò il bracconiere. «Alcuni sono feriti malamente e almeno uno sta morendo, a giudicare dai suoi lamenti. Urlava talmente forte che sono riuscito ad avvicinarmi inosservato. Hanno picche e scudi, ma solamente un cavallo, e pure azzoppato. Dal puzzo, direi che sono accampati lì da un bel po’.»
«Hai visto qualche vessillo?»
«Un gatto selvatico maculato, giallo e nero, su sfondo marrone fango.»
«Non lo conosco» ammise Yoren, infilandosi in bocca una foglia amara da masticare. «Possono essere di una parte o anche dell’altra. Ma da qualsiasi parte stanno, se sono conciati davvero così male vorranno le nostre cavalcature. E forse non si accontenteranno di queste. Ci conviene fare un giro largo per evitarli.»
Il giro largo li portò fuori strada di parecchie miglia e costò loro almeno due giorni di marcia in più, ma il corvo errante insistette che il gioco valeva la candela. «Sulla Barriera tempo ne avrete fin troppo. Il resto della vostra vita, probabilmente. Mi sembra che non c’è alcuna fretta di arrivare.»
Continuando verso nord, Arya vide sempre più uomini che facevano la guardia ai campi. Spesso si limitavano a rimanere immobili lungo la strada, osservando freddamente tutti quelli che passavano da là. In altri casi, pattugliavano a cavallo, costeggiando gli steccati con asce da battaglia attaccate alla sella. A un certo punto, Arya notò un individuo che si era arrampicato su un albero morto, arco in pugno e faretra appesa a un ramo. Nel momento in cui avvistò la carovana, incoccò una freccia e non distolse mai lo sguardo fino a quando anche l’ultimo carro non fu fuori della vista.
«Quell’idiota sull’albero!» Yoren imprecò per l’intero transito. «Vedremo quanto ci sta bene tra quei rami una volta che arrivano gli Estranei a farlo scendere. Allora sì che urlerà aiuto agli uomini in nero, ci puoi giurare.»
Il giorno seguente, Dobber individuò un chiarore rossastro nel cielo che imbruniva. «O la strada del Re ha girato e stiamo tornando indietro, o il sole si è messo a tramontare a nord.»
Yoren andò ad arrampicarsi su un rilievo roccioso, in modo da avere una visuale migliore. «È un incendio» annunciò. Si leccò un pollice e saggiò l’aria. «Il vento lo spinge lontano da noi. Ma teniamolo comunque d’occhio.»
E lo tennero d’occhio. Con il calar della notte, il baluginante chiarore purpureo si fece sempre più intenso, fino a quando sembrò che l’intero orizzonte a nord fosse avvolto dalle fiamme. Di quando in quando, riuscivano addirittura a sentire l’odore del fumo. Il vento però continuò a soffiare nella medesima direzione e l’incendio non si avvicinò. All’alba, non sembrava essere rimasto più niente da bruciare. Ma quella notte, nessuno di loro era riuscito a prendere sonno.
Intorno a mezzogiorno, raggiunsero il punto in cui sorgeva il villaggio. Per miglia e miglia, i campi tutto attorno erano una desolazione carbonizzata, le case ridotte a gusci vuoti, anneriti. Il terreno era disseminato di carcasse di animali inceneriti e sventrati. Torme di corvi stavano banchettando con i resti in un’orgia di furibonde beccate. Se disturbati nel loro macabro pasto, si levavano in volo gracchiando. Veli di fumo continuavano a innalzarsi dall’interno del fortino. Vista da lontano, la palizzata di tronchi appariva solida: non lo era stata abbastanza.
Cavalcando in testa alla carovana, Arya vide corpi bruciati, irriconoscibili, infilzati su pali lungo tutte le mura, le mani alzate a coprire le facce in una sorta d’inutile tentativo di proteggersi dalle fiamme che li avevano divorati. Yoren diede l’ordine di fermarsi quando si trovavano ancora a una certa distanza e disse ad Arya e agli altri ragazzi di montare la guardia ai carri, mentre lui, Murch e Cutjack si avvicinavano a piedi. Quando raggiunsero il portale semidistrutto, un nugolo di corvi si levò in volo da dietro le mura. I corvi ingabbiati sui carri risposero al loro gracchiare.
«Non dovremmo andare a cercarli?» disse Arya a Gendry, dopo che Yoren e gli altri erano stati via parecchio tempo.
«Yoren ha detto di aspettare.» La voce di Gendry era stranamente cupa. Arya si voltò verso di lui e vide che si era messo in capo l’elmo, tutto acciaio scintillante e grandi corna ricurve.
Quando finalmente fecero ritorno, Yoren aveva una bambina tra le braccia, mentre Murch e Curjack trasportavano una donna in una barella di fortuna ricavata da una coperta strappata. La bimba non poteva avere più di due anni e piangeva senza sosta, un suono flebile, come se le fosse rimasto qualcosa incastrato in gola. O non era in grado di parlare o lo aveva dimenticato. All’altezza del gomito, il braccio destro della donna era ridotto a un moncone sanguinante. I suoi occhi parevano non vedere nulla, nemmeno quando fissavano qualcosa. Lei riusciva a parlare, ma le uniche due parole che diceva erano: «Vi prego, vi prego…». Continuava a gridare: «Vi prego, vi prego…». Rorge trovò che la cosa fosse molto divertente e si mise a sghignazzare dal buco che aveva al posto del naso. Anche Mordente cominciò a ridere, finché Murch non inveì contro entrambi e ordinò loro di smetterla.