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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

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Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«È un sacrilegio» dichiarò Allard. Ebbe quanto meno il buonsenso di parlare a voce bassa. Dale mugolò la sua approvazione.

«Silenzio» impose Davos. «Ricordate dove vi trovate.»

Entrambi i suoi figli erano bravi uomini, ma ancora giovani. Allard, soprattutto, era troppo impetuoso. “Se avessi continuato a fare il contrabbandiere, Allard sarebbe finito sulla Barriera. Una fine che Stannis gli ha risparmiato. E un altro motivo per cui gli sono debitore…”

Erano venuti a centinaia ad ammassarsi contro le porte del castello per essere testimoni del rogo dei Sette Dei. Il lezzo che ammorbava l’aria era fetido. Perfino per i soldati era difficile non sentirsi a disagio. Quale terribile sacrilegio veniva perpetrato contro quegli dei che molti di loro avevano adorato per tutta la vita.

La donna rossa camminò per tre volte attorno al fuoco, pregando la prima volta nel linguaggio di Asshai, la seconda in valyriano dotto, la terza nella lingua comune. Fu quest’ultima la sola che Davos riuscì capire.

«R’hllor, scendi a spezzare le nostre tenebre» invocò la sacerdotessa. «Signore della luce, noi ti offriamo questi falsi dei, questi sette che sono uno, e quell’uno è il nemico. Portali via, e fa’ scendere la tua luce su di noi, perché la notte è oscura e piena di terrori.»

La regina Selyse fece eco alle sue parole. In piedi accanto a lei, Stannis si limitò a osservare, impassibile, la mascella come di pietra sotto l’ombra nera e blu della sua barba dura come limatura di ferro. In onore del rogo dei sette, si era vestito più riccamente del solito.

Il tempio della Roccia del Drago sorgeva nel punto esatto in cui Aegon il Conquistatore si era inginocchiato a pregare la notte prima di salpare. Quel gesto non era bastato a salvare il sito sacro dagli uomini della regina: avevano rovesciato gli altari, abbattuto le statue, distrutto le finestre di vetro istoriato con le mazze da battaglia. L’unica cosa che septon Barre aveva potuto fare era stato maledirli. Per difendere gli dei, invece, ser Hubard Rambton si era schierato davanti al tempio insieme ai suoi tre figli. I Rambton erano riusciti a uccidere quattro soldati prima di venire sopraffatti dagli altri. Poco dopo, Guncer Sunglass, un lord molto pio, aveva comunicato a Stannis di non potere più appoggiare la sua pretesa al Trono di Spade. Ora lord Sunglass condivideva una cella torrida con il septon e con i due figli superstiti di ser Hubard. Gli altri lord non ci avevano messo molto a imparare la lezione.

Per Davos il contrabbandiere, gli dei non avevano mai significato granché. Nonostante ciò, era noto che Davos, come molti altri uomini, faceva sacrifici in onore del Guerriero prima di andare in battaglia, al Fabbro prima di varare una nave e alla Madre quando sua moglie era gravida. A guardare i loro simulacri venire ridotti in cenere, Davos si sentiva male, e non solamente a causa del fumo.

“Maestro Cressen avrebbe fermato questo scempio.” Il vecchio sapiente aveva osato sfidare il Signore della luce. Per una simile empietà era stato punito con la morte, o almeno queste erano le dicerie. Davos però conosceva la verità. Aveva visto il maestro lasciare cadere qualcosa nella coppa di vino. “Veleno. Che altro poteva essere? Ha bevuto un sorso di morte per liberare Stannis da Melisandre. Ma, in qualche modo, il dio della donna rossa l’ha protetta.” Lui stesso le avrebbe volentieri tagliato la gola, ma quali sarebbero state le sue reali possibilità di riuscita là dove perfino un dotto maestro della Cittadella aveva fallito? In fondo, lui non era altro che un contrabbandiere che era riuscito a elevarsi, Davos del Fondo delle Pulci, Cavaliere delle cipolle.

Avvolti nei loro sudari di fiamme, gli dei al rogo diffondevano una luce cangiante, un caleidoscopio di sfumature rosse, arancioni, gialle. Tempo prima, septon Barre aveva raccontato a Davos come quelle statue erano state scolpite dai pennoni delle navi che avevano portato da Valyria i primi Targaryen. Nel corso dei secoli, erano state dipinte, ridipinte, smaltate, argentate, ingioiellate. «Questa loro bellezza farà sì che siano più gradite a R’hllor» aveva commentato Melisandre nel dire a Stannis di rimuoverle e di trascinarle fuori delle porte del castello.

La Vergine era caduta contro il Guerriero, le braccia spalancate quasi a tenerlo stretto a sé. Quando le fiamme salirono a lambirle il volto, la Madre parve quasi sussultare. Una spada lunga le era stata piantata nel cuore, l’impugnatura di cuoio simile a una spirale di fuoco. Il Padre, il primo a cadere, era più in basso di tutte le altre statue. Davos aveva osservato la mano dello Sconosciuto deformarsi e contorcersi, le dite annerite che si staccavano e cadevano una dopo l’altra. Lì vicino, lord Celtigar stava tossendo convulsamente, un fazzoletto di uno con granchi ricamati premuto contro il viso pieno di rughe. Uomini della città libera di Myr si scambiavano battute, godendosi il calore del fuoco. Ma il giovane lord Bar Emmon era diventato grigio in volto e lord Velaryon guardava il re, non le fiamme.

Davos avrebbe dato qualsiasi cosa per conoscere i suoi pensieri, ma lord Velaryon non si sarebbe mai confidato con lui. Il sangue del lord delle Maree era lo stesso sangue dell’antica Valyria e per ben tre volte la sua nobile Casa aveva generato spose per altrettanti principi Targaryen. Davos Seaworth invece puzzava di pesce e di cipolla. Lo stesso valeva anche per tutti gli altri nobili. Non poteva fidarsi di nessuno di loro, e nessuno di loro lo includeva mai nei propri concili privati. I suoi figli erano parimenti disprezzati. “Ma i miei nipoti affronteranno i loro in torneo, e un giorno la loro linea di sangue si congiungerà in matrimonio con la mia. Col tempo, la piccola nave nera del mio vessillo salirà tanto in alto quanto il cavallo marino di Velaryon o i granchi rossi di Celtigar.”

Ma solo se Stannis fosse asceso al Trono di Spade. Se però questo non fosse accaduto…

“Tutto ciò che sono, è a lui che lo devo.” Stannis lo aveva fatto cavaliere, gli aveva concesso un posto d’onore alla sua tavola e una galea da battaglia con cui navigare al posto della sua barca da contrabbandiere. Dale e Allard comandavano altre galee, Maric era rematore capo sulla Furia, Matthos serviva il padre sulla Betha nera e il re aveva preso Devan come suo scudiero reale. Un giorno, anche lui sarebbe stato fatto cavaliere, e anche i due ragazzi più giovani. Marya era castellana di una piccola fortezza a capo Furore, con servitori che la chiamavano “milady”, e ora Davos poteva andare a caccia al cervo in boschi di sua proprietà. Tutto questo aveva ricevuto da Stannis Baratheon, al misero prezzo di poche falangi della mano sinistra. Davos tastò la piccola sacca di cuoio che portava appesa al collo. Quei resti di dita erano il suo portafortuna e, in quel momento, ne aveva veramente bisogno, di fortuna. “Tutti noi ne abbiamo bisogno. Lord Stannis più di chiunque altro.”

Fiamme pallide salirono verso il cielo grigio. Il fumo nero continuò a contorcersi, ad avvolgersi su se stesso. Ogni volta che il vento lo spingeva verso gli astanti, gli uomini tossivano, fregandosi gli occhi che lacrimavano. Allard voltò la testa dall’altra parte, tossendo e imprecando. “Un presagio delle cose a venire.” Davos ormai non ne dubitava più. Molti altri roghi sarebbero stati accesi prima che quella guerra avesse fine.

Melisandre era vestita in satin scarlatto e velluto rosso sangue e i suoi occhi parevano essere avvolti dalle fiamme come il rubino rosso che scintillava alla sua gola. «Negli antichi libri di Asshai sta scritto che verrà il giorno, dopo la lunga estate, in cui le stelle sanguineranno e il respiro gelido delle tenebre scenderà a incombere sul mondo. In questa ora terribile, un guerriero estrarrà dal fuoco una spada fiammeggiante. Quella spada sarà la Portatrice di luce, la Spada rossa degli eroi, e colui il quale la impugnerà sarà Azor Ahai reincarnato. E di fronte a lei le tenebre fuggiranno.» La donna rossa parlò a voce più alta, facendosi udire da tutti. «Azor Ahai, prediletto di R’hllor! Guerriero della luce, Figlio del fuoco! Vieni avanti, la tua spada ti attende! Vieni avanti e sollevala in pugno!»

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