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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Yoren fece sistemare la donna all’interno di uno dei carri: «Fate presto» insistette. «Al calar della notte, qui arriveranno i lupi… E forse anche qualcosa di peggio dei lupi.»

Frittella osservò la donna ferita contorcersi e lamentarsi dentro il carro: «Io ho paura…».

«Anch’io» confessò Arya.

«Senti, Arry…» le disse stringendole le spalle «non ho mai ucciso nessun ragazzo a calci. Vendevo le frittelle che faceva mia mamma, tutto lì.»

Quando si rimisero in marcia, Arya cavalcò quanto più avanti possibile a fianco della carovana, in modo da non udire il pianto ininterrotto della bambina, né i lamenti ossessivi della donna, “Vi prego, vi prego…”. Le tornò in mente una delle storie della vecchia Nan, che raccontava di un uomo imprigionato in un castello oscuro da giganti maligni. Era un uomo abile e coraggioso, così riuscì a imbrogliare i giganti e a fuggire… Solo che nel momento in cui si trovò fuori dal castello, gli Estranei lo presero e bevvero il suo sangue che era ancora caldo. Ora Arya sapeva che cosa dovette aver provato l’uomo in quel momento.

La donna morì prima del tramonto. Gendry e Curjack la seppellirono sulle pendici di una collina, sotto un grande salice piangente. Al soffiare del vento, Arya credette di continuare a udire il suo terribile mormorio: “Vi prego, vi prego, vi prego…”.

Sentì i capelli che le si rizzavano sulla nuca e corse via, lontano dalla tomba.

«Niente fuoco questa notte» fu la decisione di Yoren.

La loro cena fu a base di radici selvatiche trovate da Koss, fagioli essiccati e acqua di ruscello. Aveva un sapore strano, quell’acqua. Lommy disse loro che era l’odore dei cadaveri, corpi in putrefazione chissà dove a monte del ruscello. Se Reysen non fosse intervenuto, Frittella gli sarebbe saltato addosso.

Arya bevve troppo, giusto per mettersi qualcosa nello stomaco. Credeva di non poter prendere sonno, invece, chissà come, si addormentò. Quando si svegliò era notte fonda e aveva un disperato bisogno di orinare. Tutto attorno a lei c’era gente addormentata, avvolta in coperte e mantelli. Arya trovò Ago e si alzò, immobile, in ascolto. Udì i passi lievi delle sentinelle, qualcuno che si rigirava in un sonno inquieto, il russare pesante di Rorge, lo strano sibilo che Mordente emetteva quando dormiva. Da uno dei carri, veniva un rumore costante, ritmico: era Yoren, intento ad affilare sulla cote la lama della sua daga, mentre masticava foglie amare.

Uno dei ragazzi di quel turno di guardia era Frittella: «Dov’è che vai?» domandò vedendo Arya che si dirigeva verso gli alberi.

Lei fece un cenno vago in direzione dei boschi.

«Invece no che non ci vai!» Adesso che aveva una spada al fianco, anche se si trattava di una spada corta che lui usava come una clava, Frittella era più determinato. «Il vecchio dice che questa notte tutti devono stare vicino al campo.»

«Devo fare un goccio d’acqua» spiegò Arya.

«E allora usa quell’albero lì» indicò Frittella. «Te non lo sai quello che può esserci là fuori, Arry. Prima ho sentito dei lupi.»

Se si fossero messi a fare a botte un’altra volta, a Yoren non sarebbe andata giù. Arya fece finta di essere spaventata: «Lupi? Per davvero?».

«Li ho sentiti io» confermò il ragazzo.

«Non mi scappa poi così tanto.»

Arya tornò alla propria coperta e fece finta di dormire fino a quando non udì i passi di Frittella che si allontanavano. Poi strisciò nuovamente via nel buio, raggiunse l’altro lato dell’accampamento e s’infilò nei boschi, silenziosa come un’ombra. Anche da quel lato c’erano sentinelle, ma lei non ebbe difficoltà a evitarle. Per maggior sicurezza, s’inoltrò nella foresta molto più del solito. Una volta che fu certa che vicino non c’era nessuno, si abbassò le brache e fece quello che doveva fare.

Percepì il frusciare nel sottobosco quando era ancora lì a orinare, con i calzoni calati. “Frittella!” pensò in preda al panico. “Mi ha seguita!” Poi vide due occhi ferali scintillare nelle tenebre, ancora più luminosi per il riflesso dei raggi della luna. Lo stomaco stretto nella morsa del terrore, Arya cercò di afferrare Ago, senza nemmeno preoccuparsi di bagnarsi le brache. Gli occhi ferali si moltiplicarono: quattro, otto, dodici, un intero branco.

Uno dei lupi avanzò fuori dal folto degli alberi. La belva la fissò e mostrò le zanne, ringhiando sommessamente. Quanto era stata stupida. E quanto sarebbe stato trionfante Frittella la mattina dopo, alla vista del suo cadavere semidivorato… Ma il lupo improvvisamente si voltò e se andò, e anche tutti gli altri occhi tornarono a essere inghiottiti dalle tenebre. Tremando, Arya si ripulì alla meglio, si sistemò le brache e rientrò all’accampamento, seguendo il ritmico suono fino a dove si trovava Yoren.

Arya salì sul carro e si sistemò accanto a lui. «Lupi» sussurrò ancora scossa. «Nel bosco.»

«Sì, ce ne sono di sicuro.» Il confratello in nero nemmeno la guardò.

«Mi hanno fatto paura.»

«Davvero?» Yoren sputò. «Mi sembra che quelli come te vogliono bene ai lupi.»

«Nymeria era una meta-lupa.» Arya si strinse le braccia attorno al corpo. «È diverso. E comunque, adesso non c’è più. Jory e io le abbiamo lanciato contro delle pietre fino a quando non è corsa via… Altrimenti la regina l’avrebbe uccisa.» Parlarne la rese triste. «Se in città ci fosse stata anche lei, non avrebbe permesso che tagliassero la testa a mio padre.»

«Gli orfani non hanno padri» le rammentò Yoren. «O te ne sei scordata?» La foglia amara aveva fatto assumere alla sua saliva un caratteristico colore rosso vivo ed era come se la sua bocca stesse sanguinando. «I soli lupi di cui avere paura sono quelli che camminano a due zampe, come quelli che hanno distrutto quel villaggio.»

«Vorrei essere a casa» disse Arya con disperazione. Cercava sempre di essere coraggiosa, di essere feroce come un furetto, ma c’erano volte in cui sentiva di essere soltanto una bambina di dieci anni.

Il Guardiano della notte strappò un’altra foglia amara dalla balla nel retro del carro e se la cacciò in bocca: «Forse dovevo lasciarti là dove ti ho trovato, ragazzino. Tu e anche gli altri. Giù in città, dove si sta più sicuri… almeno così sembra».

«Non m’importa. Voglio tornare a casa.»

«Ho portato uomini alla Barriera per quasi trent’anni.» Una bava rossastra, simile a un ribollire di sangue, scintillò sulle labbra di Yoren. «In tutti questi anni, ne ho persi soltanto tre. Un vecchio se l’è portato via la febbre, un ragazzo di città morso da un serpente velenoso mentre cacava, e un idiota che ha cercato di uccidermi nel sonno… ricavandone in cambio un bel sorriso rosso.» Yoren si passò il taglio del pugnale davanti alla gola, per mostrarle che cosa intendesse dire. «Tre in trent’anni.» Sputò la foglia masticata. «Una nave, ecco. Quella era una scelta più sicura. Non c’è la possibilità di trovare altri confratelli lungo la strada, ma forse… un uomo astuto avrebbe preso una nave, invece… io no. Io sono trent’anni che percorro la strada del Re.» Rinfoderò il pugnale. «Va’ a dormire adesso, ragazzo. Mi hai sentito?»

Arya cercò di dormire. Eppure, mentre giaceva avvolta nella coperta, da qualche parte poteva udire l’ululare dei lupi… e anche un altro suono, più debole, nient’altro che un sussurro nel vento. Forse erano urla.

DAVOS

L’aria del mattino era resa opaca dal fumo degli dei che bruciavano.

Erano ormai tutti quanti avvolti dalle fiamme: la Vergine e la Madre, il Guerriero e il Fabbro, la Vecchia con gli occhi di perle e il Padre con la sua barba dorata, perfino lo Sconosciuto, scolpito in fattezze più bestiali che umane. Il vecchio legno disseccato dal tempo e gli infiniti strati di vernice e di smalto venivano divorati dal fuoco emettendo un bagliore quasi furioso. Il calore faceva vibrare l’aria gelida. Dietro quella cortina tremante, i doccioni e i draghi di pietra sulle mura del castello apparivano evanescenti, come se Davos li osservasse da dietro un velo di lacrime. “O come se le belve stessero muovendosi, si agitassero…”

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