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Il lungo ritorno [Homegoing - it]

Электронная книга - «Il lungo ritorno [Homegoing - it]». Краткое содержание книги:

Sono gli Hakh’hli. Sono alieni. Si nutrono di carne umana. Il lungo viaggio nello spazio era alla fine. Sandy, l’umano cresciuto su un’astronave degli extraterrestri Hakh’hli, era pronto al ritorno sulla Terra. Gli alieni erano animati dalle migliori intenzioni.. Solo la scienza Hakh’hli poteva risolvere il problema di trasformare i pianeti. I terrestri avevano bisogno di quel contatto. Ma c’era da fidarsi?
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Sandy si risvegliò improvvisamente accanto a Polly, rendendosi immediatamente conto del fatto che fossero trascorse diverse ore.

Fece per muoversi. Polly si produsse in un ampio sbadiglio, quindi si girò su se stessa. Sandy riuscì a staccarsi e a togliersi di mezzo giusto in tempo per non farsi schiacciare. Muovendosi il più silenziosamente possibile, si alzò in piedi e si guardò attorno. Al di là dei finestrini della cabina era ancora notte. Non aveva assolutamente idea di che ore fossero. Pensò per un attimo di tornare accanto a Polly e di addormentarsi nuovamente nel calore del suo corpo enorme e muscoloso, ma poi gli venne in mente che poteva anche darsi che Marguery Darp si trovasse ancora nel salone ad aspettarlo.

Era un pensiero sciocco, e infatti Marguery non c’era. Non vi era più nessuno negli stretti corridoi del dirigibile. Le luci erano tutte spente, e il salone era deserto.

Sandy si sedette davanti a una finestra e scrutò fuori. Il cielo era scuro, ma pieno di stelle luminose. Il movimento del dirigibile più che preoccupante ormai risultava quasi gradevole per lui. Forse si stava “facendo le ossa”, pensò. Si protese in avanti con aria perplessa. Per un attimo gli era parso di vedere un altro agglomerato di stelle, particolarmente luminoso, proprio sotto di sé.

Poi però notò che le stelle erano rosse, bianche e verdi, e che quindi non potevano essere stelle. Doveva trattarsi di un altro dirigibile, che scivolava silenziosamente per la sua strada un migliaio di metri sotto di loro, proveniente da chissà dove e diretto in un luogo altrettanto sconosciuto.

— Signore?

Sandy si girò con aria colpevole. Un membro dell’equipaggio dal volto assonnato si era fermato sulla porta. — Gradirebbe del caffè, signore? — domandò.

— Oh sì, grazie — rispose Sandy senza esitazione. — Con molto latte e zucchero.

— Subito signore — disse la donna. Poi però si fermò. — Se desidera, posso accenderle la televisione — disse. — Oppure può ascoltare della musica sul canale della nave. Ci sono delle cuffie nella sua poltrona.

— Magari più tardi — rispose Sandy con tono cortese. Non si sentiva ancora pronto per la televisione terrestre. In verità, pensò, anche se avesse trovato Marguery Darp, con ogni probabilità non si sarebbe sentito pronto nemmeno per parlare con lei. Aveva un sacco di cose sulle quali riflettere. La prima cosa, e la peggiore, era la morte di Obie. Non appena vi pensò, sentì il caratteristico prurito alla base del naso che preannunciava l’arrivo di altre lacrime. Non fece nulla per impedire che le lacrime scorressero. Probabilmente, pensò, lui era l’unica persona in tutto l’universo a piangere la morte di Oberon. Di sicuro, nessun terrestre avrebbe pianto per la sua scomparsa. Ed era altrettanto certo che nessun hakh’hli fra quelli della nave lo avrebbe pianto, anche se poteva darsi che qualcuno fra loro fosse andato a controllare la discendenza di HoCheth’ik ti’Koli-kak 5329 per pura curiosità, giusto per controllare se vi era qualche tipo di parentela.

Comunque fosse, Obie era morto.

E non si trattava nemmeno del primo. Una dopo l’altra, tutte le persone che erano care a Sandy stavano scomparendo nel nulla davanti ai suoi occhi. Prima sua madre, ancora prima che lui nascesse, poi MyThara, che si era andata a buttare volontariamente nelle vasche dei titch’hik, e ora anche Oberon, che aveva pagato per la sua follia e per la sua abitudine di mettersi sempre in mostra. Solo che non aveva pagato solo lui! Anche Sandy stava pagando per questo, e in quel momento si rese conto che non era semplicemente triste per Oberon, ma che era addirittura arrabbiato con lui.

Poco dopo arrivò il caffè; Sandy mandò giù la prima tazza di liquido denso e bollente a una velocità tale da fargli bruciare la gola, quindi se ne versò subito un’altra. Lo zucchero sembrava alleviare la fame che non si era reso conto di provare fino a quel momento. Inoltre, per qualche motivo che non riusciva a identificare, sembrava anche migliorare il suo umore. Non in maniera decisiva, ma almeno fino al punto da far cessare le sue lacrime. In parte, pensò Sandy, questo poteva essere dovuto al fatto che il “caffè” conteneva “caffeina” e che la “caffeina” era una cosiddetta “sostanza stimolante”. Provò un certo moto di orgoglio interiore; stava finalmente iniziando ad abituarsi alle bevande e ai cibi terrestri. Decise che la prossima volta che Marguery lo avesse invitato a “bere qualcosa”, sarebbe stato più temerario e non si sarebbe limitato a un po’ di vino diluito nella gazzosa. Aveva visto Boyle bere una bevanda chiamata “scotch on the rocks”; decise che se la poteva apprezzare Boyle, la avrebbe senz’altro potuta apprezzare anche lui.

Ricordando quanto gli aveva detto poco prima la hostess del dirigibile, gli venne in mente che vi erano anche molti altri piaceri terrestri che doveva abituarsi ad apprezzare. Trovò le cuffie della sua poltrona, riuscì a infilarsele in modo che risultassero abbastanza comode senza premere troppo sul suo apparecchio acustico quindi, dopo alcuni tentativi, riuscì a trovare un canale che trasmetteva una musica apparentemente adatta al suo stato d’animo. Si appoggiò allo schienale e si abbandonò alla musica. Girando un poco la testa, poteva vedere le stelle e il paesaggio scuro che scorreva da basso, interrotto di tanto in tanto dalle luci di una occasionale città o villaggio. Continuando ad ascoltare la Sinfonia patetica di Ciaikovskij, Sandy si riaddormentò.

Si risvegliò sentendo il debole mormorio della sua stessa voce.

Si alzò a sedere di scatto, districandosi dal cavo delle cuffie che si era avvolto attorno al suo collo. Hamilton Boyle era in piedi alle sue spalle e stava guardando il grande televisore. Sullo schermo, Sandy vide l’immagine di se stesso che spiegava a un intervistatore invisibile come si svolgeva il Gioco delle Domande che aveva giocato per vent’anni con gli altri membri della sua coorte.

— Oh, scusami — disse Boyle. — Ti ho svegliato? Era una domanda stupida, poiché quel fatto era già evidente di per sé. — Non fa nulla — rispose comunque Sandy in tono cortese.

— Stavo cercando di aggiornarmi sulle ultime notizie — si scusò Boyle. — Il tenente Darp arriverà a minuti. Abbiamo pensato che avresti gradito fare un po’ di colazione.

— Oh, sì — disse Sandy con entusiasmo. Fuori dal finestrino vi era il sole. Le nubi erano tutte sotto di loro, e il calore del sole che filtrava attraverso i vetri gli procurava una piacevole sensazione. Si alzò in piedi e si stiracchiò. — Penso che anch’io gradirei “aggiornarmi sulle ultime notizie” — aggiunse.

Boyle sorrise. Era un bell’uomo, pensò Sandy. Gli riusciva difficile credere che avesse 62 anni, ma così gli aveva detto Marguery. I suoi capelli erano chiari e piuttosto folti, e sul suo volto non vi era traccia di rughe. Forse il suo volto era un po’ troppo spigoloso, pensò Sandy volendo trovargli un difetto, e a dir la verità sorrideva molto più di quanto non fosse necessario. Tuttavia, sembrava una persona amichevole e ben disposta nei confronti degli altri. — La maggior parte delle notizie di oggi riguardano proprio te, lo sai? — disse Boyle. — L’unica altra notizia interessante è quella di un rientro. Un vecchio satellite di quelli grandi sta per uscire dall’orbita, ed esiste la possibilità che piombi su qualche regione abitata. Comunque sia, non possiamo sapere dove si abbatterà, almeno non per un paio di giorni ancora.

— È una cosa che succede spesso? — domandò Sandy, interessato.

— Abbastanza spesso — rispose Boyle, spegnendo il televisore. Non sembrava gradire troppo quell’argomento particolare, così Sandy cambiò soggetto.

— Non sapevo che vi fossero delle telecamere nella stanza, ieri. Quando mi avete fatto tutte quelle domande sulla mia vita, intendo.

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