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Il lungo ritorno [Homegoing - it]

Электронная книга - «Il lungo ritorno [Homegoing - it]». Краткое содержание книги:

Sono gli Hakh’hli. Sono alieni. Si nutrono di carne umana. Il lungo viaggio nello spazio era alla fine. Sandy, l’umano cresciuto su un’astronave degli extraterrestri Hakh’hli, era pronto al ritorno sulla Terra. Gli alieni erano animati dalle migliori intenzioni.. Solo la scienza Hakh’hli poteva risolvere il problema di trasformare i pianeti. I terrestri avevano bisogno di quel contatto. Ma c’era da fidarsi?
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Boyle gli rivolse un’occhiata indagatrice. — Spero che non ti dispiaccia… C’è un tale interesse da parte della gente nei tuoi confronti…

— Soprattutto da parte di voi sbirri — osservò Sandy.

Boyle ci mise un attimo a rispondere, ma alla fine lo fece con tono piuttosto rilassato. — Sì, sono un poliziotto, più o meno. Il mio mestiere consiste nel proteggere la società.

— Come Kojak?

Boyle sgranò gli occhi, poi si produsse in un ampio sorriso. — Continuo a dimenticarmi che avete visto un sacco di vecchi telefilm — disse. — Comunque sì, proprio come Kojak. Come qualsiasi buon poliziotto. Ho bisogno di informazioni, e il miglior modo per ottenerle è chiederle a qualcuno che sta all’interno.

— All’interno di cosa? — domandò Sandy. Boyle scrollò le spalle. — Non so molto a proposito dei poliziotti — continuò Sandy. — Ottenete ancora le vostre informazioni attraverso il metodo del… come si chiamava? Il “terzo grado”?

— Io non ho mai fatto una cosa del genere! — ribatté subito Boyle con tono secco. — Non ne ho mai avuto bisogno. Devo ammettere che so di alcune occasioni in cui certi poliziotti hanno fatto uso di questo metodo, ma del resto penso che si tratti di una cosa abbastanza naturale. Perché, gli hakh’hli non fanno mai cose del genere?

— Mai — rispose Sandy con tono convinto. — Non ho mai sentito parlare di nessun tipo di pratica nella quale si infligga a qualcuno del dolore fisico in maniera volontaria, per nessun motivo.

— Nemmeno minacce?

— Minacce di dolore? No! O magari stai parlando di una minaccia di morte? Ma non credo che funzionerebbe, comunque — spiegò. — Gli hakh’hli non temono la morte come la temete voi… cioè, noi.

— Già, è quello che hai detto tu stesso al tenente Darp — ammise Boyle. — Quindi… be’, supponiamo che un hakh’hli impazzisca. Che divenga completamente antisociale. In quel caso, be’, non esisterebbe un modo per, diciamo, costringerlo a dire una cosa che non ha intenzione di dire?

— Non credo proprio. Non con la minaccia o la tortura, almeno.

A quel punto Boyle sembrò perdere interesse nell’argomento. — Mi domando che cosa stia trattenendo ancora la nostra colazione — disse. Poi sorrise nuovamente. — Allora non sapevate che vi stavamo riprendendo?

Sandy scrollò le spalle. — Se è per questo — disse — quando siamo atterrati non sapevamo nemmeno se avevate ancora la televisione o meno. Quando gli hakh’hli arrivarono per la prima volta in questa parte della galassia, anni fa, ricevevano un sacco di trasmissioni. Radio, televisione, un sacco di cose. Questa volta però non hanno captato nulla, tanto che siamo arrivati a pensare che aveste smesso di trasmettere.

Boyle assunse un’espressione pensierosa. — In un certo senso, è stato proprio così — disse. — Con tutta quella robaccia in orbita, i satelliti per le comunicazioni risultano praticamente inutilizzabili. Di conseguenza, usiamo quasi esclusivamente le microonde o i cavi a fibre ottiche. Persino le emittenti locali usano antenne direzionali, così non sprecano energia trasmettendo verso l’alto.

— Non è che lo state facendo per non divulgare informazioni all’esterno?

Boyle assunse un’espressione realmente sorpresa. — Certo che no! — rispose. — Come puoi pensare una cosa del genere? In fondo, come potevamo sapere che gli hakh’hli erano là fuori ad ascoltare? — Scosse il capo.

— No, è solo che abbiamo realmente fatto un gran pasticcio lassù, e il problema non è solo di carattere fisico. Figurati che alcuni di quei vecchi satelliti sono ancora altamente radioattivi. Gli effetti delle Guerre Stellari ci faranno compagnia ancora per un bel po’ di tempo… Anche se devo ammettere che al momento è stato un gran bello spettacolo di fuochi d’artificio.

Sandy drizzò le orecchie. — Vuoi dire che tu hai visto la guerra?

— Certo che l’ho vista. Avevo 12 anni. Naturalmente, non ho visto nulla personalmente con i miei occhi, soprattutto perché mi trovavo a Cleveland, nell’Ohio, e inoltre era pieno giorno. La Guerra Stellare vera e propria è iniziata alle due di pomeriggio ora di Cleveland, e al tramonto era già bell’e che finita. In ogni caso, abbiamo avuto tutti quanti la possibilità di vederla alla televisione, e ti assicuro che si trattava di uno spettacolo incredibile, con tutti quei fuochi d’artificio nello spazio.

— Si concesse una pausa, abbassando lo sguardo verso Sandy. — I tuoi genitori non ti hanno raccontato niente in proposito?

— Come avrebbero potuto? — domandò Sandy con tono risentito. — Sono morti prima che li potessi conoscere. In verità non li ho mai nemmeno visti in faccia, a parte la fotografia di mia madre.

— Ah sì? Posso vedere questa fotografia? — Boyle studiò con attenzione il piccolo rettangolo di carta offertogli da Sandy. Non disse nulla per qualche secondo, poi scandì le sue parole con grande cura. — Certo che era proprio una bellissima donna — disse. — Ti spiace se faccio una copia di questa fotografia?

— Perché? — domandò Sandy con genuino stupore.

— Credo che il pubblico sarebbe felicissimo di sapere che aspetto ha — disse Boyle mentre si infilava la fotografia in tasca. — Hai mai visto la loro nave?

— La nave dei miei genitori, intendi? Non esattamente. Anche in questo caso, ho visto solo immagini registrate.

Boyle annuì con enfasi, come se gli fosse appena venuta in mente un’idea. — Senti un po’, Sandy. Se io ti mostrassi le fotografie di tutte le astronavi che si trovavano nello spazio a quell’epoca, credi che saresti in grado di riconoscere quella dei tuoi genitori?

— Credo di sì. Potrei provarci, almeno.

— Nessuno potrebbe chiederti di più — disse Boyle con tono soddisfatto. — Ah, ecco il tenente Darp con la nostra colazione!

Marguery fece il suo ingresso nel salone seguita da un cameriere che spingeva un carrello con la colazione. Mentre salutava i presenti, il cameriere tirò fuori una serie di piatti coperti e apparecchiò il tavolo per tre.

L’interesse di Sandy venne subito monopolizzato dai profumi delle cibarie, anche se non poté fare a meno di notare il magnifico aspetto di Marguery. Le lunghe trecce ramate della donna sembravano brillare di luce propria, e l’abito che indossava era completamente diverso da quello della sera precedente. Portava una gonna dello stesso colore dei capelli che le arrivava quasi fino alle ginocchia, una giacca di pelle bianca sfrangiata e calze di un azzurro luminoso che le arrivavano fino a metà coscia terminando in una banda di quadratini rossi, bianchi e azzurri. Sandy si rese conto con un certo disappunto che anche Boyle indossava abiti diversi rispetto a quelli della sera precedente, e a quel punto gli venne spontaneo domandarsi se non stesse commettendo un errore nell’indossare sempre gli stessi abiti tutti i giorni.

Ma adesso era il momento di consumare la “colazione”, e Sandy dedicò tutta la sua attenzione a questo compito specifico. I “pancake” erano ottimi, soprattutto se ricoperti con il dolcissimo e denso “sciroppo d’acero”. Anche il piattino di “macedonia di frutta” non era affatto male. Dapprincipio Sandy vi si dedicò con estrema cautela, dando piccoli morsi a ogni pezzetto, ma poi i sapori e la consistenza dell’”arancia”, del “pompelmo” e del “melone” lo conquistarono completamente. Dopo un po’ apparve anche Polly, e a quel punto iniziò il consueto interrogatorio giornaliero. Solo dopo diverse ore, quando Polly si ritirò nella sua cabina per il pasto principale e il periodo di intontimento, Sandy ebbe finalmente l’opportunità di prendere da parte Hamilton Boyle e domandargli se vi fosse effettivamente un motivo valido per cambiarsi d’abito ogni giorno.

Il suo volto era ancora paonazzo per la vergogna quando, dopo essersi ritirato rapidamente nella sua cabina personale, accese la doccia e si infilò sotto il getto caldo per darsi una lavata.

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