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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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Era un luogo insolitamente impressionante. Una capriata gotica sosteneva il soffitto; le alcove lungo le pareti erano stipate di cianfrusaglie. Lampade rosse e verdi gettavano una luce che veniva soffocata e assorbita dai tendaggi neri.

Percorrendo lentamente la navata centrale, con i nervi a fior di pelle, Kelly si era avvicinato all’alto specchio nero all’estremità opposta, fissando il proprio indistinto riflesso con fascino ipnotico. Al di là c’erano profondità limpide, e Kelly avrebbe guardato più da vicino, se non avesse visto il gioiello.

Era una sfera di freddo fuoco verde, posata su un cuscino di velluto nero. Meravigliato Kelly l’aveva sollevata con le dita, rigirata più volte, e poi era scoppiato il putiferio. Le luci rosse e verdi tremolavano, un corno d’allarme squillava come un toro impazzito. Sacerdoti vendicativi apparivano nelle alcove come per magia, e il travestimento costituiva uno svantaggio. Il mantello tubolare nero gli costringeva le gambe mentre correva indietro lungo la navata, giù per i gradini sconnessi, attraverso i vicoli sudici fino alla sua aeromobile. Adesso che si chinava basso sui comandi, il sudore formava piccole gocce sotto il cerone bianco, e la pelle gli prudeva e si accapponava.

Dieci piedi più sotto, le pianure fangose incrostate di sale si allontanavano rapide a poppa. Giunchi giallo sporco sferzavano lo scafo. Premendosi il gomito contro il fianco, Kelly sentì la forma dura del gioiello. La sensazione sollevò emozioni diverse, tra le quali dominava l’apprensione. Abbassò l’aeromobile ancora più vicino al suolo. «Cinque minuti così, e sarò fuori dal raggio dei radar,» pensò Kelly. «Quando sarò tornato a Bucktown, sarò soltanto uno qualunque in mezzo a cinquantamila altri. Non possono certo individuarmi, a meno che Herli parli, o forse Mapes…»

Arrischiò un’occhiata alla placca retrovisiva. North City era ancora visibile, un esagerato Mont St. Michel che spuntava dalle tetre paludi di sale. Esalazioni nebbiose sfocavano i dettagli; la città si confuse nel cielo, e infine cadde sotto la linea dell’orizzonte. Kelly alzò con cautela il muso dell’aeromobile, e si levò tangenzialmente alla superficie, dirigendosi verso Magra Taratempos, il caldo sole bianco.

L’atmosfera si rarefece, il cielo divenne nero intenso, comparvero le stelle. C’era anche il vecchio Sole, una stella gialla sospesa tra Sadal Suud e Sadal Melik nell’Acquario, solo trenta anni luce per arrivare a casa.

Kelly udì un debole suono sibilante. La luce cambiò, da bianca a rossa. Sbatté gli occhi, si guardò attorno stupefatto.

Magra Taratempos era sparita. In basso a sinistra un gigantesco sole rosso opprimeva l’orizzonte; sotto, le paludi di sale fluttuavano in una nuova luce di colore rosso violetto.

Stupito, Kelly passò lo sguardo dal sole rosso al pianeta, e di nuovo in cielo dove solo un momento prima c’era Magra Taratempos.

«Sono diventato pazzo,» disse Kelly. «A meno che…»

Due o tre mesi prima, a Bucktown circolava una strana voce. In mancanza di un divertimento migliore, i raffinati della città ne avevano fatto una barzelletta, e infine anche quella storia era diventata rancida e non se n’era più parlato.

Kelly, che lavorava come scambista informatico alla stazione di astronavigazione, era bene al corrente di quella voce. Diceva all’incirca che un sacerdote Han, arcigno e tutto compreso sotto il nero mantello, era stato scaraventato nella palude da un raccoglitore di polline ubriaco. Come una tartaruga il sacerdote aveva sporto la faccia bianca da sotto il cappuccio del mantello, e nella parlata impura del pianeta aveva gracchiato: «Voi abusate dei sacerdoti di Han; voi vi beffate di noi e del nome del Grande Dio. Il tempo è breve. Il Settimo Anno è vicino, e voi atee creature terrestri cercherete di fuggire, ma non avrete un posto dove andare.»

Questa era stata la storia. Kelly ricordava il lieto eccitamento che svolazzava di bocca in bocca. Fece una smorfia, osservando il cielo con nuova apprensione.

I fatti erano davanti ai suoi occhi, innegabili. Magra Taratempos era svanito. In un altro quarto del cielo era apparso un nuovo sole.

Incurante del raggio dei radar, alzò il muso e si liberò del tutto dell’atmosfera. Gli schemi stellari erano cambiati. Il buio avvolgeva metà del cielo, con qua e là il solitario scintillio di una stella, o il filo sottile di una lontana galassia. Nell’altro quarto una vasta chiazza di luce attraversava il cielo, una luminosità allungata e stretta con un rigonfiamento centrale, il tutto cosparso di un milione di minuscoli punti di luce.

Kelly tolse energia al motore; l’aeromobile andò alla deriva. Indubbiamente la chiazza luminosa era una galassia vista da una delle sue frange esterne. In preda a uno stupore crescente, Kelly guardò di nuovo il pianeta sottostante. Verso sud vedeva l’altopiano triangolare sollevarsi con fatica e vigoria dall’acquitrino, e il Lago Lenore vicino a Bucktown. Proprio sotto di lui c’era la palude salata, e lontano a nord il mucchio di rovine dove gli Han avevano la loro città.

«Guardiamo in faccia la situazione,» disse Kelly. «A meno che io sia uscito di mente — e non lo credo — l’intero pianeta è stato preso e portato in un nuovo sistema solare… ho sentito parlare di strane cose qui e là, ma questa le supera tutte…»

Sentì il peso del gioiello in tasca, e con esso un nuovo brivido di apprensione. Per quanto ne sapeva i sacerdoti Han non potevano identificarlo. A Bucktown erano stati Herli e Mapes a spingerlo a quella bravata, ma avrebbero tenuto a freno la lingua. In apparenza se n’era andato nella sua capanna sulla sponda del lago, e nessuno poteva sapere dei suoi andirivieni… Girò l’aeromobile verso Bucktown, e mezz’ora più tardi atterrò alla sua capanna sul Lago Lenore. Si era grattato via il cerone dalla faccia; il mantello l’aveva scaricato in volo sopra la palude; e il gioiello gli pesava in tasca.

La capanna, una costruzione bassa dal tetto piatto con pareti di alluminio e facciata di vetro, aveva un aspetto strano e poco familiare nella nuova luce. Kelly si diresse guardingo alla porta. Guardò a destra e a sinistra. Nessuno, niente in vista. Appoggiò l’orecchio al pannello della porta. Nessun rumore.

Fece scorrere il pannello, entrò, percorse l’interno con una rapida occhiata. Ogni cosa sembrava come l’aveva lasciata.

Andò verso il videofono, poi si fermò.

Il gioiello.

Lo tolse di tasca, lo esaminò per la prima volta. Era una sfera delle dimensioni di una pallina da golf. Il centro splendeva di un fuoco verde che scemava avvicinandosi alla superficie esterna. Lo soppesò. Era innaturalmente pesante. Affascinante in un modo strano, incantevole nell’insieme. Pensarlo attorno al collo di Lynette Mason…

Non adesso. Kelly lo avvolse nella carta, lo infilò in un vaso vuoto. Dietro la capanna, un vecchio noce bianco si levava in pendenza dall’humus nero, e sovrastava il tetto come un ombrellone da spiaggia grigio e sbrindellato. Kelly scavò un buco sotto una delle radici arcuate e seppellì il gioiello.

Ritornò nella capanna, andò al videofono, allungò la mano per chiamare la stazione. Mentre la mano era ancora distante dai bottoni, il cicalino suonò… Kelly ritrasse la mano.

Meglio non rispondere.

Il cicalino suonò più volte. Kelly rimase immobile, trattenendo il fiato, fissando il volto inespressivo dello schermo.

Silenzio.

Lavò via i resti del cerone, si cambiò d’abito, corse fuori, saltò nell’aeromobile e partì per Bucktown.

Atterrò sul tetto della stazione, notando che l’aeromobile di Herli era parcheggiata al solito posto. Improvvisamente si sentì meno perplesso e disperato. La stazione, con i suoi macchinari, i solidi regolamenti in stile terrestre, emanava sicurezza, un senso di normalità. In qualche modo l’ingegnosità e l’aggressività che avevano portato gli uomini sulle stelle avrebbero risolto quell’enigma.

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