La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Chiuse gli occhi con più forza e vide la sua stanza vuota, udì sua madre che chiamava Sam, udì suo padre che gli dava del bugiardo. Gli insegnanti lo punivano. Tracey non chiamava più. Brian e Tar e Fleet e tutti gli altri. Dietro le palpebre, i colori dell’arcobaleno pungevano come aghi spuntati; sembrava che il suo occhio nero sanguinasse dagli angoli; poi vide se stesso sull’erba del parco, con gli occhi aperti e ciechi, la gola lacerata e sanguinante.
Il cavallo aspettava.
Riaprì gli occhi, il bruciore se ne andò, le immagini se ne andarono, ma l’animale era sempre lì.
Sono pazzo, pensò; e all’improvviso qualcosa nel petto iniziò ad allargarsi, a esplodere … e non sentì assolutamente nulla.
«Sì», disse con tono risoluto. «Sì. Fallo.»
L’animale attese ancora un attimo, poi si diresse verso lo Squartatore, con lo sguardo fisso sul petto dell’uomo, le zampe sempre più in alto, e sempre più pesanti nel ricadere. Gli zoccoli facevano sprizzare scintille verdi dalla terra.
Quando arrivò a circa dieci metri, Falwick gemette per il terrore e si girò di scatto verso sinistra, fuggendo fra gli alberi; lo stallone si alzò contro la luna, con le zampe anteriori furibonde, la criniera gonfia e il vapore che usciva come fumo nero dalle narici.
Poi si abbatté.
La terra era silenziosa, a eccezione del rumore delle scarpe dello Squartatore: silenziosa, a eccezione delle scintille che si sprigionavano nell’oscurità, scintille verdi che lasciavano la scia e morivano prima di toccare il suolo.
Don rotolò sulle ginocchia, stringendo inconsciamente con la mano destra il ramo che aveva lasciato cadere prima, e osservò lo Squartatore che correva a sinistra, svoltava a destra e poi girava in tondo proprio mentre il cavallo lo raggiungeva e si impennava.
Don gridò.
Falwick urlò.
E lo stallone si abbatté su di lui, e le scintille si trasformarono in un fuoco verde.
11
Don si mise a sedere all’improvviso, con gli occhi spalancati e la bocca aperta in un grido che non raggiunse mai le labbra. Le braccia erano tese lungo i fianchi e la testa compiva movimenti circolari nel tentativo di far tornare la circolazione lungo la spalla destra. Improvvisamente la testa scricchiolò. Rimase con la bocca aperta. C’era la mano di una donna, lunghe pallide dita che cercavano di tranquillizzarlo. Con estrema cautela, i suoi occhi seguirono quella mano, individuarono il polso, poi il braccio, infine videro il viso ansioso e pallido della madre.
«Don, va tutto bene.»
Vide muoversi le labbra (il cavallo che si impennava), udì le parole (lo Squartatore che strillava) e solo dopo parecchi secondi acconsentì a sdraiarsi di nuovo, mentre una figura scura ai piedi del letto alzava il materasso per consentirgli di stare seduto.
«Don, tesoro, va tutto bene.»
Finalmente le urla senza eco scomparvero, il tunnel si chiuse su se stesso e, una volta messo a fuoco l’ambiente, non fu necessario chiedere nulla: si trovava in una stanza di ospedale.
Un’infermiera alla sua sinistra gli misurò il polso; un medico la cui faccia era familiare entrò e prese la tabella; annuì dopo averla letta, quindi passò davanti all’infermiera e si sedette su uno sgabello. Aveva il viso scarno e pieno di rughe per le troppe estati passate al sole, mentre i capelli ricordavano un arruffato cespuglio grigio.
«Come ti senti, ragazzo?» Le grandi mani si muovevano — la fronte, il petto; premevano fra i capelli, schiacciavano leggermente la testa. «Senti male da qualche parte? Probabilmente ti fa male la schiena, vero?»
«E come fa a saperlo?» chiese Don con voce rauca, cercando di uscire dal parco.
Il dottore gli sorrise. «Sei rimasto a letto parecchio tempo senza muoverti: la schiena deve farti male per forza.»
«Adesso può tornare a casa, Jerry?»
«Questo pomeriggio, credo», rispose il dottor Naugle. Guardò Don. «È solo per sicurezza, okay? Sono certo di aver fatto tutto, ma voglio esserne completamente sicuro.» Guardò in direzione di Joyce. «È ora di pranzo.» Mosse la testa verso il supporto dal quale il liquido della flebo scendeva lentamente nel braccio di Don. «Con quello che gli abbiamo dato da mangiare da mezzanotte a ora, immagino che starà morendo di fame.» Un sospiro soddisfatto e si alzò in piedi. «Sono sicuro che andrà tutto bene, ragazzo mio, giusto?»
Prima che Don potesse rispondere, il dottore se n’era già andato, seguito dalla madre e dall’infermiera. Alla fine, la figura scura uscì dall’oscurità.
«Papà?»
Norman cercò di parlare, poi si inumidì le labbra e fece una smorfia, sedendosi sulla sedia di Joyce. Batté affettuosamente sulla spalla e sulla gamba di Don, poi fissò con sguardo assente il tubicino appeso al supporto e il cerotto sul braccio del ragazzo. I capelli spettinati apparivano ancora più grigi alla flebile luce che filtrava attraverso le tende alla veneziana: gli occhi erano arrossati, il naso leggermente rosso, l’unica mano visibile continuava a muoversi nervosamente.
Don rimase scioccato — suo padre aveva pianto.
«Accidenti», disse con troppa impazienza. «Ho tanta sete che mi berrei un lago intero.»
Norman afferrò con entusiasmo la brocca dell’acqua appoggiata sul comodino, versò un bicchiere, poi un altro.
«Come ti senti?»
«Malissimo. No, solo male.» Fece un piccolo movimento e sentì il livido sulla coscia e una fitta dolorosa nel punto in cui lo Squartatore lo aveva colpito con le ginocchia.
Norman si alzò in piedi, andò fino alla porta, poi ritornò indietro. «Immagino che il sergente Verona sarà qui fra pochi minuti. Aspettava che tu … aspettava che ti svegliassi.»
«La polizia?»
Scintille verdi fuoco verde.
«Vogliono sapere cos’è successo.» Era chiaro che anche lui voleva chiederglielo, ma era altrettanto evidente che aveva paura. «Anche i giornalisti.»
Don girò la testa per fissare il soffitto. «I giornalisti.»
«Be’, ragazzo mio, sei diventato un eroe. L’hanno già detto alla radio.»
Ebbe paura, e insieme freddo. «Papà, ascolta, io devo…»
La porta si spalancò ed entrò Verona. Aveva la giacca sgualcita, non portava la cravatta e dal gomito gli pendeva un filo d’erba bagnata. Joyce era dietro di lui e si mise a protestare quando l’uomo invitò i genitori a lasciarlo solo con il ragazzo. Norm la prese per un braccio; lei lo fissò, poi lanciò un bacio a Don e uscì. Chiusero la porta senza fare rumore. La luce della finestra si fece più luminosa.
Ebbe di nuovo paura, ma si calmò quando Verona gli strinse la mano con affetto, prima di sedersi.
«Questo», disse, indicando con la testa le loro mani unite, «è per adesso. Probabilmente più tardi inizierò a maledirti per quello che hai fatto, e continuerò a farlo fino a domenica. Non che tu mi sia antipatico», aggiunse, con un sorriso storto, «ma i giornali si chiederanno come mai un ragazzino è riuscito a eliminare lo Squartatore, quando le polizie di due stati non erano riuscite a trovare nemmeno una piccola traccia.»
Don si strinse nelle spalle e il suo stomaco si lamentò.
c’era sangue, tanto sangue, e il rumore di zoccoli al galoppo
«Allora, vuoi raccontarmi cosa è successo?»
Diglielo, pensò Don; e gli raccontò che non riusciva a dormire, allora era uscito a fare due passi, poi si era ritrovato nel parco. Lì l’uomo lo aveva preso, e da lì era riuscito a fuggire.
Verona non prendeva appunti, e non aveva nemmeno un registratore. Annuiva. Ascoltava. Gli fece qualche altra domanda, e nel frattempo gli spiegò che cosa voleva sapere.
Era lo Squartatore. Quel vecchio brizzolato era lo stesso uomo che aveva ucciso Amanda. I campioni di tessuto prelevati dal corpo erano uguali a quelli trovati sotto le unghie della ragazza; si chiamava Falwick, era un ex sergente dell’esercito che evidentemente non era riuscito a integrarsi nel sistema. Erano riusciti a ricostruire la maggior parte dei movimenti di Don, ma lui aveva ancora qualche dubbio. Non sarebbe stato piacevole rievocare quei momenti, Verona lo sapeva bene, e si asciugò il viso con un fazzoletto, nascondendo per un attimo gli occhi, ma dovevano sapere. Solo un paio di cose. Poi lo avrebbe lasciato solo, a godersi il meritato riposo. Avrebbe anche tenuto lontano i giornalisti per un po’. Ma perché aveva colpito quell’uomo con tanta violenza? Perché così selvaggiamente?