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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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Questa non è la fine, pensò, contorcendo il corpo all’improvviso, nel tentativo di liberarsi dalla presa. Ma la testa urlò quando lui gli tirò i capelli, e la coscia sembrò scoppiare quando lui la schiacciò sotto il tacco, e la giacca e la camicia che l’uomo aveva afferrato gli si stringevano attorno al petto, stritolandogli i polmoni.

«Quelle piccole puttanelle mi implorano sempre, ma non serve a niente. Di’ ciao, moccioso, miserabile pezzo di merda bianco.»

Don ebbe un conato di vomito mentre la testa gli veniva spinta all’indietro: spalancò gli occhi e guardò fisso, poi mosse rapidamente la mano destra e colpì il bicipite di Falwick con il gomito. L’uomo grugnì per la sorpresa e lasciò la ciocca di capelli; Don lo colpì di nuovo, rapidamente, sforbiciando con le gambe fino a ritrovarsi disteso sulla schiena, con il braccio sinistro ancora sotto il corpo dell’uomo, ma riuscendo nello stesso tempo a immobilizzare Falwick.

E vide la faccia dell’uomo.

La stessa faccia dai lineamenti duri, lo stesso uomo spregevole che aveva visto sotto la gradinata.

Falwick gli sputò addosso, colpendolo al lato della testa con un pugno, poi si alzò in piedi, tirandoselo appresso, lasciando andare il braccio piegato e facendolo girare. Rideva. Tossiva. Gli fece fare quattro giri e poi lo lasciò andare con uno squittio; Don arrivò come una trottola fino al laghetto e cadde seduto nell’acqua.

Un errore! pensò con esultanza. Potrei sfuggirgli.

Ma per prima cosa doveva trarlo in inganno, oppure distrarlo; l’uomo con la giacca di tweed se ne stava in piedi sul bordo e lo osservava con soddisfazione, leccandosi le labbra e strofinandosi leggermente il braccio.

«Hai intenzione di scappare?» chiese Falwick con un sogghigno. «Hai intenzione di provarci, ragazzo? Bene, se è così, è meglio che ti alzi, altrimenti ti faccio a pezzi dove sei adesso.»

Non era vero.

Stava succedendo a qualcun altro, era un sogno.

Era come … e Don vide se stesso sullo schermo del cinema: si alzava dall’acqua gelida con aria vendicativa e si lanciava in direzione dell’uomo, assestandogli un calcio in pieno petto con una mossa velocissima. Si udiva il rumore di ossa rotte. Il sangue colava dalle labbra incrostate dell’uomo. Un altro calcio nello stomaco, e poi un pugno letale al mento: lo Squartatore cadeva indietro, nel lago, rigido e privo di sensi.

Questo sullo schermo.

«Dannato moccioso», disse lo Squartatore con disgusto. «Voi piccoli, fottuti mocciosi, siete tutti uguali. Siete tutti dannatamente uguali. Non avete fegato. Siete solo dei fottuti ragazzini e non meritate di vivere.»

Don cercò di allungarsi fino a quando sentì la rete di protezione dietro la schiena.

«Bene», esclamò Falwick annuendo. «Molto bene. Stai cercando di partire in vantaggio.»

Il clacson di una macchina risuonò con insistenza lungo la strada. Lo stridore dei freni impazziti, poi il rumore del metallo che cozza contro altro metallo.

«Bene, merda», disse Falwick.

Don guardò dietro le spalle, non osando credere a quello che aveva udito. Un incidente. La polizia. Si alzò incespicando, mise le mani attorno alla bocca e gridò. Si afferrò alla rete di protezione e iniziò a correre. Falwick era di fronte a lui, con le braccia aperte e le dita che si agitavano.

Don fece una finta a sinistra, poi a destra, ma lo Squartatore rimase fermo davanti a lui, con le braccia ora alzate, ora abbassate, mettendo in mostra quelle orribili unghie che erano tanto lunghe da sembrare artigli.

Un grido, poi una mossa rapida: stava correndo lungo il sentiero, verso il campo da baseball, con la testa alta e le braccia in movimento, cercando di ignorare il dolore lancinante al collo e alla coscia, cercando di non ascoltare quell’uomo che lo stava inseguendo sempre più da vicino, quell’uomo che ansimava ridacchiando alle sue spalle, ringhiando come un cane liberato da un guinzaglio.

Fuori dagli alberi e attraverso i prati, verso l’uscita nord. Là c’erano delle case. Avrebbe gridato. Avrebbe potuto rompere un vetro. Qualcuno sarebbe venuto a vedere che cosa era successo e avrebbero chiamato la polizia. Poteva ancora essere un eroe; poteva ancora tornare a casa, e vivo; oh, Gesù, ti prego, non farmi morire, non voglio morire come Amanda.

Lo Squartatore gli era al fianco, seguiva facilmente la sua andatura e sogghignava. «Ehi, moccioso, tutto qui, quello che sai fare?»

Il ragazzo inciampò, l’uomo lanciò un urlo e gli assestò un pugno violento nello stomaco. Cadde in avanti, sentendo il fuoco attorno alla testa; si trascinò sulle mani e sulle ginocchia fino a quando i gomiti cedettero e cadde pesantemente a terra. Ansimava. Piangeva. Infuriato con se stesso per essere stato così idiota, infuriato con lo Squartatore che non lo voleva lasciar vivere, infuriato con quel fottuto mondo per tutte le sue dannatissime regole!

Si irrigidì, in attesa del colpo.

Alzò lo sguardo, aveva le guance coperte di erba e di fango, e vide lo Squartatore in piedi sopra di lui, con le mani sui fianchi.

«Fatto, moccioso?»

Si piegò, storse le labbra, e sentì la sua bocca aprirsi lentamente.

«Piccolo bastardo.»

Lo Squartatore guardò il cielo, la luna, poi alzò la testa come se stesse ascoltando delle istruzioni provenienti dalla notte. Quindi si abbassò per afferrargli la giacca e Don sgusciò via, agitandosi fino a quando si ritrovò a camminare all’indietro sul sedere.

«Cristo», bofonchiò lo Squartatore, avvicinandosi di nuovo e rimanendo immobile.

Gli occhi del ragazzo erano spalancati per il terrore, ma non stavano guardando l’uomo.

Falwick sbuffò, si avvicinò e rimase immobile quando lo udì dietro di sé.

Ferro contro ferro. Sordo. Lento.

«Cosa cazzo è?»

Don sentì che le labbra iniziavano a tremargli, avvertì il freddo che dalla terra risaliva lungo i suoi vestiti e gli entrava nelle ossa, ma non riuscì a scappare dall’uomo che nel frattempo si era girato, né riuscì a vedere qualcosa che potesse dimostrargli che non era pazzo del tutto.

Ferro contro ferro.

Pietre su un tronco cavo.

Legno contro legno.

Gli zoccoli di un cavallo nero che galoppava leggero sul terreno.

Falwick scosse la testa, si sfregò gli occhi, scosse di nuovo la testa e alzò le mani. «Che cosa diavolo è?»

Lo stallone era sul lato opposto del campo, più ombra che materia, con i fianchi neri scintillanti, la criniera immobile nonostante il vento che soffiava sotto la luce della luna. Si muoveva senza muovere la testa, scintillante lungo il tracciato del campo, attraverso il monte del lanciatore, sull’erba. E poi si fermò.

Falwick cercò di guardare più in là, per vedere dov’era il padrone e sapere se avrebbe dovuto uccidere di nuovo quella notte; Don si trasse indietro: non osava sperare che fosse vero.

«Va’ a farti fottere!» disse allora Falwick, girandosi verso la sua preda con una smorfia.

Il cavallo sbuffò e scalpitò.

Falwick si guardò alle spalle e Don vide il sangue colare da quel viso sporco.

Il cavallo riprese a muoversi, più lentamente; era grande una volta e mezzo qualsiasi cavallo Don avesse mai visto. I muscoli guizzavano e si flettevano come onde nere sopra una distesa di acqua nera; la coda era arcuata e nervosa, il ciuffo spuntava nero fra le orecchie che si tendevano piatte ai lati della testa imponente; e gli occhi erano grandi e obliqui, di un verde scuro brillante.

«Tu?» mormorò il ragazzo.

L’animale si fermò e lo guardò, e lui vide con la coda dell’occhio che lo Squartatore indietreggiava.

«Tu?»

Il cavallo aspettava.

Don guardò Tanker Falwick, chiuse gli occhi e vide Amanda.

Potrei essere un eroe, pensò, ma chi mi crederebbe?

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