L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
seconda fibra, essa avrebbe bruciato sino a raggiungere la prima, la quale, pigliando fuoco a sua volta, si sarebbe rotta, lasciando precipitare la massa di ferro sulla nitroglicerina.
Tutto fu, dunque, disposto in questo modo, dopo di che l’ingegnere, fatti allontanare i suoi compagni, riempì il foro da mina in guisa che la nitroglicerina arrivasse al livello dell’apertura, e ne gettò alcune gocce anche sulla superficie della roccia, sotto la massa di ferro già sospesa.
Fatto ciò, Cyrus Smith prese l’estremità della fibra solforata, l’accese, e abbandonando il luogo, ritornò ai Camini presso i compagni.
La fibra doveva bruciare per venticinque minuti, e infatti, venticinque minuti dopo rimbombò un’esplosione, di cui sarebbe impossibile dare anche una pallida idea. Tutta l’isola parve tremare dalle fondamenta. Una grande quantità di pietre si proiettò nell’aria, come se fosse stata eruttata da un vulcano. La scossa prodotta dallo spostamento d’aria fu così violenta, che le rocce dei Camini oscillarono e i coloni, benché fossero a più di due miglia dalla mina, furono buttati per terra.
Essi si rialzarono, risalirono sull’altipiano e corsero verso il luogo ove la riva del lago doveva essere stata sventrata dall’esplosione…
Un triplice evviva proruppe dai loro petti! La cornice di granito era aperta per un largo tratto! Un rapido corso d’acqua ne usciva, correva spumeggiando attraverso l’altipiano, ne raggiungeva l’orlo e si gettava da un’altezza di trecento piedi sulla spiaggia!
CAPITOLO XVIII
PENCROFF NON DUBITA PIÙ DI NULLA «L’ANTICO SBOCCO DEL LAGO» UNA DISCESA SOTTERRANEA «LA STRADA ATTRAVERSO IL GRANITO» TOP È SCOMPARSO «LA CAVERNA CENTRALE» IL POZZO INFERIORE «MISTERO» A COLPI DI PICCONE «IL RITORNO»
IL PROGETTO di Cyrus Smith era riuscito; ma egli, secondo la sua abitudine, senza manifestare alcuna soddisfazione, con le labbra strette, lo sguardo fisso, restava immobile. Harbert era entusiasta, Nab saltava dalla gioia, Pencroff dondolava la grossa testa mormorando:
«Via, è proprio bravo il nostro ingegnere!»
Infatti, la nitroglicerina aveva agito potentemente. Lo sfogo aperto al lago era di tale importanza che il volume delle acque che si riversavano dal nuovo sbocco era almeno il triplo di quello che doveva prima scaricarsi per l’antico. Poco dopo l’operazione, ne doveva seguire un abbassamento del livello del lago di almeno due piedi.
I coloni ritornarono ai Camini per prendervi picconi, bastoni ferrati, corde di fibra, un acciarino e dell’esca; indi ritornarono all’altipiano. Top li accompagnava.
Strada facendo, il marinaio non poté fare a meno di dire all’ingegnere:
«Ma sapete, signor Cyrus, che con il delizioso liquore che avete fabbricato si potrebbe far saltare l’intera nostra isola?»
«Senza dubbio: l’isola, i continenti e la terra medesima» rispose Cyrus Smith. «È solo questione di quantità.»
«Non potreste, dunque, usare la nitroglicerina per caricare le armi da fuoco?» domandò il marinaio.
«No, Pencroff, è una sostanza troppo pericolosa. Ma sarebbe invece agevole fabbricare del cotone fulminante, oppure della comune polvere da sparo, dato che abbiamo l’acido nitrico, il salnitro, lo zolfo e il carbone. Disgraziatamente, non abbiamo le armi.»
«Oh! Signor Cyrus,» rispose il marinaio «con un po’ di buona volontà…»
Decisamente, Pencroff aveva cancellato la parola «impossibile» dal dizionario dell’isola di Lincoln.
Giunti all’altipiano di Bellavista, i coloni si diressero immediatamente verso il punto del lago vicino al quale si trovava l’apertura dell’antico sbocco, che ormai doveva essere allo scoperto. Lo sbocco sarebbe divenuto praticabile, poiché le acque non vi si precipitavano più, e sarebbe stato senza dubbio facile studiarne la disposizione interna.
In pochi istanti, i coloni raggiunsero l’angolo inferiore del lago, e bastò loro un colpo d’occhio per constatare che il risultato era stato ottenuto.
Infatti, nella parete granitica del lago, e ora sopra il livello delle acque, appariva l’apertura tanto cercata. Uno stretto rilievo lasciato a nudo dalle acque permetteva di arrivarvi. L’apertura misurava circa venti piedi di larghezza, ma non ne aveva che due di altezza. Era come la bocca di una fogna al margine di un marciapiede. Non avrebbe, dunque, offerto un facile passaggio ai coloni; ma Nab e Pencroff impugnarono i loro picconi e, in meno di un’ora, ne ampliarono sufficientemente l’altezza.
Allora l’ingegnere s’avvicinò e constatò che le pareti dello sbocco, nella parte superiore, presentavano una pendenza di non più di trenta o trentacinque gradi. Esse erano, dunque, praticabili, e, purché la loro inclinazione non aumentasse, sarebbe stato facile discenderle anche fino al livello del mare. Se, dunque, come era probabilissimo, una qualche cavità esisteva nell’interno della massa granitica, si sarebbe forse potuto trovar modo di utilizzarla.
«Ebbene, signor Cyrus, che cosa ci trattiene qui?» domandò il marinaio, impaziente di avventurarsi nel cunicolo. «Vedete, Top ci ha preceduti!»
«Bene» rispose l’ingegnere. «Ma prima bisogna vederci chiaro. Nab, vai a tagliare alcuni rami resinosi.»
Nab e Harbert corsero verso le rive del lago, ombreggiate da pini e da altri alberi verdi, e tornarono tosto con dei rami che prepararono a mo’ di torce. Queste torce furono accese al fuoco dell’acciarino, e con Cyrus Smith alla testa, i coloni s’introdussero nell’oscuro budello, che le acque avevano sino a poco prima riempito.
Contrariamente a quanto si sarebbe potuto supporre, il diametro del budello si allargava sempre più, di guisa che gli esploratori poterono quasi subito discendere restando diritti. Le pareti di granito, logorate dall’acqua da tempo immemorabile, erano sdrucciolevoli e bisognava stare attenti per non cadere. Perciò i coloni si erano legati gli uni agli altri con una corda, come fanno gli alpinisti. Fortunatamente, alcune sporgenze del granito, che formavano dei veri gradini, rendevano la discesa meno pericolosa. Qua e là goccioline d’acqua, ancora sospese alle rocce, divenivano iridescenti al fuoco delle torce e si sarebbe potuto credere che le pareti fossero rivestite d’innumerevoli stalattiti. L’ingegnere osservò quel granito nero, ma non ci vide né una stratificazione, né una incrinatura. La massa era compatta e di grana estremamente unita. L’esistenza di quel canale datava, dunque, dall’origine stessa dell’isola. Non erano state le acque a scavarlo a poco a poco. Plutone, e non Nettuno, l’aveva fatto con la sua mano, tanto che si potevano distinguere sulla muraglia le tracce di un lavoro eruttivo, che lo sciacquio delle acque non aveva potuto cancellare interamente.
I coloni discendevano molto lentamente. Essi non potevano non provare una certa emozione nell’avventurarsi così in quelle profondità, che esseri umani visitavano evidentemente per la prima volta. Non parlavano, ma riflettevano, e a più d’uno dovette venire il pensiero che qualche polipo o altro gigantesco cefalopodo poteva occupare le cavità interne, in comunicazione con il mare. Bisognava, dunque, avanzare con una certa prudenza.
Del resto, Top stava alla testa della piccola schiera e si poteva fare affidamento sulla sagacia del cane, che, occorrendo, non avrebbe certo mancato di dare l’allarme.
Dopo essere disceso per un centinaio di piedi, per una via piuttosto sinuosa, Cyrus Smith, che camminava innanzi, si fermò, e i compagni lo raggiunsero. Il punto ove sostarono era incavato in modo da formare una caverna di mediocri dimensioni. Gocce d’acqua cadevano dalla volta, ma non provenivano da uno stillicidio attraverso la massa granitica. Erano semplicemente le ultime tracce lasciate dal torrente, che per tanto tempo era passato in quella cavità; l’aria, leggermente umida, non emetteva alcuna esalazione mefitica.