L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Questi diversi lavori durarono circa otto giorni. Essi erano, dunque, finiti prima che si fosse compiuta la trasformazione del solfuro in solfato di ferro. Durante i giorni che seguirono, i coloni ebbero il tempo di fabbricare dei vasi refrattari in argilla malleabile e di costruire un fornello di mattoni, di forma speciale, destinato alla distillazione del solfato di ferro, quando questo fosse stato prodotto. Tutte queste utilissime cose furono ultimate verso il 18 maggio, cioè press’a poco allorché la trasformazione chimica volgeva al suo termine. Gedeon Spilett, Harbert, Nab e Pencroff, abilmente guidati dall’ingegnere, erano divenuti i più abili operai del mondo. La necessità è, d’altronde, il maestro che più si ascolta e che meglio insegna.
Quando il mucchio di piriti fu interamente trasformato dal fuoco, il prodotto dell’operazione, consistente in solfato di ferro, solfato d’alluminio, silice, residuo di carbone e cenere, fu deposto in una vasca piena d’acqua. Si agitò questa miscela, la si lasciò posare, poi la si decantò e se ne ottenne un liquido chiaro, contenente soltanto del solfato di ferro e del solfato d’alluminio in soluzione, essendo le altre materie rimaste solide, perché insolubili. Infine, essendo questo liquido in parte evaporato, dei cristalli di solfato di ferro si depositarono sul fondo, e le acque madri, vale a dire il liquido non evaporato, che conteneva del solfato d’alluminio, furono abbandonate.
Cyrus aveva, dunque, a sua disposizione un’assai grande quantità di cristalli di solfato di ferro, dai quali si trattava ora di estrarre l’acido solforico.
Nella pratica industriale, la fabbricazione dell’acido solforico esige degli impianti costosi. Occorrono infatti grandi capannoni, attrezzature speciali, apparecchi di platino, camere di piombo inattaccabili all’acido nelle quali avviene la trasformazione, ecc. L’ingegnere non aveva certo tutti questi mezzi a sua disposizione, ma sapeva che, in Boemia soprattutto, si fabbrica l’acido solforico anche con mezzi più semplici, i quali offrono inoltre il vantaggio di produrlo a un grado superiore di concentrazione. Così si fa l’acido conosciuto sotto il nome di acido di Nordhausen.
Per ottenere l’acido solforico, a Cyrus Smith non restava da fare che una sola operazione: calcinare in un vaso chiuso i cristalli di solfato di ferro, di modo che l’acido solforico si distillasse in vapori, i quali vapori avrebbero poi prodotto l’acido per condensazione.
A questa operazione appunto servirono le terraglie refrattarie, nelle quali furono messi i cristalli, e il forno, il cui calore doveva distillare l’acido solforico. L’operazione fu condotta perfettamente a termine e il 20 maggio, dodici giorni dopo averla iniziata, l’ingegnere era in possesso dell’agente chimico che egli contava di utilizzare in seguito nei più svariati modi.
Ora, perché voleva egli possedere tale agente? Semplicemente per produrre l’acido nitrico, il che fu facile, poiché il salnitro, attaccato dall’acido solforico, gli diede precisamente l’acido nitrico per distillazione.
Ma, in fin dei conti, a quale uso avrebbe egli destinato l’acido nitrico? I suoi compagni lo ignoravano ancora, giacché egli non aveva ancora detto la sua ultima parola.
Intanto l’ingegnere raggiungeva il suo scopo con un’ultima operazione, dalla quale ottenne la sostanza che aveva richiesto tante manipolazioni.
Dopo aver preso dell’acido nitrico, egli lo mise in presenza della glicerina, ch’era stata precedentemente concentrata per evaporazione a bagnomaria, e ne ottenne, pur senza impiegare miscela refrigerante, parecchie pinte di un liquido oleoso e giallastro.
Quest’ultima operazione Cyrus Smith l’aveva fatta da solo, in disparte, lontano dai Camini, in quanto essa presentava pericoli di esplosione, e quando portò ai suoi amici un recipiente di quel liquido, si limitò a dir loro:
«Ecco la nitroglicerina!»
Infatti, quello era proprio il terribile prodotto, la cui potenza esplosiva è forse decupla di quella della polvere ordinaria e che ha già causato tante disgrazie! Tuttavia, da che è stato trovato il modo di trasformarlo in dinamite vale a dire di mescolarlo con una sostanza solida, argilla o zucchero, abbastanza porosa per trattenerlo, il pericoloso liquido ha potuto essere utilizzato con maggior sicurezza. Ma all’epoca in cui i coloni agivano nell’isola di Lincoln la dinamite non era ancora conosciuta.
«Questo è il liquore che deve far saltare i nostri macigni?» disse Pencroff, con aria abbastanza incredula.
«Sì, amico mio,» rispose l’ingegnere «e questa nitroglicerina produrrà tanto maggiore effetto, quanto più il granito duro e opporrà una resistenza più grande allo scoppio.»
«E quando vedremo ciò, signor Cyrus?»
«Domani, dopo che avremo praticato un foro da mina» rispose l’ingegnere.
L’indomani, 21 maggio, all’alba, i minatori si recarono a una insenatura che formava la riva est del lago Grant, a soli cinquecento passi dalla costa. In quel punto l’altipiano cadeva a strapiombo sulle acque, le quali erano trattenute solamente dalla cornice di granito. Era, dunque, evidente che se si abbatteva questa cornice, le acque sarebbero sfuggite per l’apertura e avrebbero formato un ruscello che, dopo essere scorso sulla superficie inclinata dell’altipiano, sarebbe andato a gettarsi sulla spiaggia. Di conseguenza, ci sarebbe stato un abbassamento generale del livello del lago e sarebbe venuta alla luce l’apertura di scarico, il che costituiva lo scopo finale.
Si trattava, dunque, di abbattere la cornice di granito. Sotto la direzione dell’ingegnere, Pencroff, armato d’un piccone, ch’egli maneggiava accortamente e vigorosamente, attaccò il granito nel suo rivestimento esterno. Il buco che bisognava praticare nasceva da uno scalino sulla riva e doveva addentrarsi nel masso obliquamente, in modo da incontrare un livello sensibilmente inferiore a quello delle acque del lago. In quella guisa, la forza esplosiva, aprendo la roccia, avrebbe permesso alle acque di riversarsi largamente al di fuori, e, quindi, di abbassarsi sufficientemente.
Il lavoro fu lungo, giacché l’ingegnere, volendo produrre un effetto formidabile, si proponeva di consacrare non meno di dieci litri di nitroglicerina all’operazione. Ma Pencroff e Nab, dandosi il cambio, lavorarono tanto bene che verso le quattro della sera il foro per la mina era compiuto.
Rimaneva il problema dell’accensione della sostanza esplosiva. Ordinariamente la nitroglicerina s’infiamma per mezzo dell’esca di fulminato, che, scoppiando, determina l’esplosione. Occorre, infatti, un urto per provocare l’esplosione, giacché, semplicemente accesa, la nitroglicerina brucerebbe senza esplodere.
Cyrus Smith avrebbe certamente potuto fabbricare un’esca. In mancanza di fulminato, egli avrebbe potuto facilmente ottenere una sostanza analoga al cotone fulminante; poiché aveva dell’acido nitrico a sua disposizione. Questa sostanza, chiusa in una cartuccia e introdotta nella nitroglicerina, sarebbe esplosa a mezzo di una miccia e avrebbe così determinato lo scoppio.
Ma Cyrus Smith sapeva che la nitroglicerina ha la proprietà di esplodere in seguito a un urto. Egli risolse dunque, di utilizzare questa proprietà, salvo ricorrere ad altro procedimento, se quello non fosse riuscito.
Infatti, il colpo di un martello su alcune gocce di nitroglicerina sparse sulla superficie d’una pietra dura, basta a provocare l’esplosione. Ma l’operatore non poteva essere là a dare il colpo di martello, senza rimanere vittima dell’operazione. Cyrus Smith pensò dunque di sospendere a un sostegno, sopra il buco della mina, e per mezzo di una fibra vegetale, una massa di ferro pesante parecchie libbre. Un’altra lunga fibra, solforata in precedenza, veniva legata a metà della prima per una delle sue estremità, mentre l’altra estremità terminava al suolo a parecchi piedi di distanza dal buco della mina. Accesa questa