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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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L’ingegnere propose, dunque, ai compagni di salire lungo il pendio che stavano allora osservando, e di ritornare ai Camini attraverso le alture, esplorando così le rive settentrionali e orientali del lago.

La proposta fu accettata, e in pochi minuti Harbert e Nab erano già arrivati sul pianoro. Cyrus Smith, Gedeon Spilett e Pencroff li seguirono con passo più posato.

A duecento piedi, si vedeva attraverso il fogliame la bella distesa d’acqua splendere sotto i raggi solari. Il paesaggio in quel punto era stupendo. Gli alberi, dai toni giallicci, si raggruppavano meravigliosamente per il piacere degli occhi. Alcuni enormi vecchi tronchi abbattuti dal tempo spiccavano, per la scorza nerastra, sul tappeto verdeggiante, che ricopriva il suolo. Là schiamazzava una folla di pappagalli chiassosi, veri prismi mobili, saltellanti da un ramo all’altro. Si sarebbe detto che la luce non arrivasse che decomposta attraverso quella singolare ramificazione.

I coloni, invece di raggiungere direttamente la riva nord del lago, si tennero sull’orlo del pianoro, in modo da arrivare alla foce del corso d’acqua restando sulla riva sinistra. Era un giro vizioso di un miglio e mezzo al più, ma la passeggiata era facile, poiché gli alberi, molto distanziati, lasciavano un comodo passaggio. Ci si accorgeva che là finiva la zona fertile; infatti, la vegetazione vi si mostrava meno rigogliosa che in tutta la parte compresa tra il corso del Creek Rosso e quello del Mercy.

Cyrus Smith e i suoi compagni camminavano con una certa circospezione su quel suolo nuovo per essi. Archi, frecce, bastoni con un ferro appuntito per manico, erano le loro sole armi. Ma nessuna belva pericolosa si mostrò; probabilmente, esse frequentavano piuttosto le folte foreste del sud; ma i coloni ebbero a un tratto la sgradita sorpresa di vedere Top fermarsi davanti a un serpente, che misurava da quattordici a quindici piedi di lunghezza. Nab lo ammazzò con un colpo di bastone. Cyrus Smith esaminò il rettile e dichiarò che non era velenoso, poiché apparteneva alla specie dei serpenti diamanti di cui si nutrono gli indigeni della Nuova Galles del Sud. Ma era possibilissimo che ne esistessero altri dalla morsicatura mortale, come, per esempio, le vipere sorde, a coda forcuta, che si drizzano sotto il piede dell’uomo, o i serpenti alati, muniti di due orecchiette che permettono loro di slanciarsi con estrema rapidità. Intanto Top, passato il primo momento di sorpresa, dava la caccia ai rettili con un accanimento che faceva temere per lui, tanto che il suo padrone lo richiamava continuamente.

La foce del Creek Rosso, nel punto ove esso si gettava nel lago, fu presto raggiunta. Gli esploratori riconobbero sulla riva opposta il luogo che già avevano visitato discendendo dal monte Franklin. Cyrus Smith constatò che il contributo d’acqua che il creek recava al lago era abbastanza notevole; era, dunque, indispensabile che in un punto qualunque la natura offrisse uno scarico all’eccesso d’acque del lago. Si trattava appunto di scoprire questo scarico, giacché, senza dubbio, esso formava una cascata, di cui sarebbe stato possibile utilizzare la forza meccanica.

I coloni, camminando ciascuno a proprio piacimento, ma senza troppo scostarsi gli uni dagli altri, presero dunque a percorrere la riva del lago, che era molto scoscesa. Le acque parevano estremamente pescose, e Pencroff si propose di fabbricare alcuni ordigni da pesca al fine di sfruttarle.

Bisognò dapprima doppiare la punta aguzza di nordest. Si sarebbe potuto supporre che lo scarico delle acque avvenisse in quel punto, poiché l’estremità del lago veniva quasi a pareggiare l’orlo del pianoro. Ma non era così e i coloni continuarono a esplorare la riva che, dopo una leggera curva, ridiscendeva parallelamente al litorale.

Da questo lato, la sponda del lago era meno boscosa, ma alcuni gruppi d’alberi, sparsi qua e là, rendevano anche più pittoresco il paesaggio. Il lago Grant si offriva allo sguardo in tutta la sua estensione e non un soffio increspava la superficie delle sue acque. Top, battendo la macchia, fece alzare a volo stormi d’uccelli vari, che Gedeon Spilett e Harbert salutarono con le loro frecce. Uno di quei volatili fu accortamente raggiunto dal ragazzo, e cadde ih mezzo alle erbe palustri. Top si precipitò verso di esso, e riportò un bell’uccello nuotatore, color ardesia, dal becco corto, dall’osso frontale sviluppatissimo, dalle dita allargate da un contorno festonato e con le ali ornate da un profilo bianco. Era una folaga, della grossezza di una bella pernice, appartenente al gruppo dei macrodattili, che costituisce la transizione fra l’ordine dei trampolieri e quello dei palmipedi. Magra selvaggina, dunque, e di un sapore che doveva lasciar molto a desiderare. Ma Top si sarebbe mostrato indubbiamente meno difficile dei suoi padroni: fu, quindi, convenuto che la folaga avrebbe servito alla sua cena.

I coloni percorrevano allora la riva orientale del lago e non dovevano essere molto lontani dalla parte già esplorata. L’ingegnere era meravigliatissimo di non vedere alcun indizio di scolo delle acque eccedenti e non dissimulava il proprio stupore al giornalista e al marinaio, che discorrevano con lui.

In quel momento, Top, che era stato calmissimo sino allora, diede segni di agitazione. L’intelligente animale andava e veniva sulla riva, si fermava poi improvvisamente e guardava le acque alzando una zampa, come se fosse stato in attesa di qualche invisibile preda; poi, abbaiava con furore, braccando, per così dire, indi taceva improvvisamente.

Né Cyrus Smith, né i suoi compagni avevano dapprima fatto attenzione allo strano contegno di Top; ma i latrati del cane divennero ben presto così frequenti, che l’ingegnere se ne preoccupò.

«Che cosa c’è, Top?» domandò.

Il cane fece parecchi salti verso il suo padrone, manifestando una vera e viva inquietudine, e si slanciò di nuovo verso la riva. Poi, tutto a un tratto, si precipitò nel lago.

«Qui, Top!» gridò Cyrus Smith, che non voleva lasciare il suo cane avventurarsi in quelle acque sospette.

«Che cosa succede, dunque, là sotto?» domandò Pencroff esaminando la superficie del lago.

«Top avrà sentito qualche anfibio» rispose Harbert.

«Un alligatore, indubbiamente» disse il giornalista.

«Non credo» rispose Cyrus Smith. «Gli alligatori si trovano solo in regioni di latitudine meno elevata.»

Intanto, Top era tornato indietro, in seguito alla chiamata del suo padrone, e aveva riguadagnato la sponda; ma non poteva starsene tranquillo; saltava in mezzo alle alte erbe, e guidato dal suo istinto, pareva seguire qualche essere invisibile, che si fosse furtivamente cacciato sotto le acque del lago, rasentandone gli orli. Nondimeno, le acque erano calme e la loro superficie non era turbata dal più lieve increspamento. Parecchie volte i coloni si fermarono sulla riva, osservando attentamente. Nulla. Ci doveva essere qualche mistero.

L’ingegnere era molto impensierito.

«Proseguiamo questa esplorazione fino alla mèta» disse.

Mezz’ora dopo, tutti erano arrivati all’angolo sudest del lago e si ritrovarono ancora sull’altipiano di Bellavista. A questo punto l’esame delle rive del lago doveva considerarsi terminato, e pur tuttavia l’ingegnere non aveva potuto scoprire dove e come si operava lo scarico delle acque.

«Eppure, lo scarico deve esistere,» egli ripeteva «e poiché non è all’esterno, bisogna ch’esso sia scavato nell’interno della massa granitica della costa!»

«Ma che importanza annettete a tale scoperta, caro Cyrus?» domandò Gedeon Spilett.

«Un’importanza abbastanza grande,» rispose l’ingegnere «poiché, se la dispersione delle acque si compie attraverso la massa granitica, è probabile che vi si possa trovare qualche cavità, che sarebbe facile rendere abitabile, dopo averne allontanato le acque.»

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