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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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«Adesso non c’è più nessun dubbio» ripeté Cyrus Smith. «Là è l’apertura dello scarico, e io la metterò allo scoperto.»

«Come?» domandò Gedeon Spilett.

«Abbassando di tre piedi il livello delle acque del lago.»

«Ma come farete ad abbassare il loro livello?»

«Aprendo loro un’altra uscita più ampia di questa.»

«In quale punto, Cyrus?»

«Sulla parte della riva che più si avvicina alla costa.»

«Ma è una riva di granito!» fece osservare il giornalista.

«Ebbene,» rispose Cyrus Smith «questo granito lo farò saltare, e le acque, sfuggendo dal nuovo sbocco, si abbasseranno in modo da scoprire la famosa apertura…»

«E formeranno una cascata cadendo sulla spiaggia» aggiunse il giornalista.

«Una cascata che noi utilizzeremo!» rispose Cyrus. «Venite, venite! E l’ingegnere trasse seco il compagno, la cui fiducia in Cyrus Smith era tale, da non permettergli alcun dubbio sulla riuscita dell’impresa. Eppure, come intaccare la riva di granito; come, senza polvere e con degli strumenti imperfetti, disgregare quelle rocce? Non era un lavoro superiore alle sue forze quello in cui l’ingegnere si accaniva a cimentarsi?»

Quando Cyrus Smith e il giornalista rientrarono ai Camini, vi trovarono Harbert e Pencroff occupati a scaricare il loro traino di legna.

«I taglialegna avranno presto finito, signor Cyrus,» disse ridendo il marinaio «e quando avrete bisogno di muratori…»

«Di muratori, no, ma di chimici» rispose l’ingegnere.

«Sì,» aggiunse il cronista «stiamo per far saltare l’isola…»

«Far saltare l’isola!» esclamò Pencroff.

«Almeno in parte!» replicò Spilett.

«Ascoltatemi, amici» disse l’ingegnere.

E fece loro conoscere il risultato delle sue osservazioni. Secondo lui, una cavità più o meno considerevole doveva esistere nella massa di granito che reggeva l’altipiano di Bellavista, ed egli voleva penetrare sino a essa. Per far questo, bisognava, prima di tutto, mettere allo scoperto l’apertura attraverso la quale si precipitavano le acque e, a questo scopo, bisognava abbassarne il livello, procurando loro uno sbocco più ampio. Di qui la necessità di produrre una sostanza esplosiva, con la quale praticare un canale di scolo in un altro punto della riva. Cyrus Smith stava appunto per tentare questo usando i minerali che la natura metteva a sua disposizione.

È inutile dire con quale entusiasmo tutti, e più particolarmente Pencroff, accolsero la proposta. Adoperare i grandi mezzi, sventrare quel granito, creare una cascata, tutto questo piaceva immensamente al marinaio! Ed egli sarebbe stato adesso un chimico tanto zelante, — dato che l’ingegnere aveva ora bisogno di chimici — quanto in altro momento avrebbe potuto essere muratore o calzolaio. Egli sarebbe stato tutto quello che si sarebbe voluto che fosse, «anche professore di danza e di belle maniere», disse a Nab, se mai questo potesse essere necessario.

Nab e Pencroff furono subito incaricati di estrarre il grasso del dugongo, e di conservarne la carne, destinata all’alimentazione. Essi partirono subito, senza altre spiegazioni: la fiducia che avevano nell’ingegnere era assoluta.

Pochi istanti dopo, Cyrus Smith, Harbert e Gedeon Spilett, trainando il solito graticcio e risalendo il corso del fiume, si diressero verso il giacimento di carbon fossile, dove abbondavano quelle piriti schistose che si trovano, infatti, nei più recenti terreni di transizione, e delle quali Cyrus Smith aveva già raccolto un campione.

Tutta la giornata fu impiegata a trasportare una certa quantità di quelle piriti ai Camini. Verso sera, ve ne erano parecchie tonnellate.

L’indomani, 8 maggio, l’ingegnere iniziò le sue manipolazioni. Le piriti schistose erano composte principalmente di carbone, di silice, d’alluminio e di solfuro di ferro, quest’ultimo in grande quantità; si trattava dunque di separare dalle altre sostanze il solfuro di ferro e di trasformarlo in solfato, più rapidamente che fosse possibile. Ottenuto il solfato, se ne sarebbe estratto l’acido solforico.

Infatti era quello lo scopo da raggiungere. L’acido solforico è uno degli agenti chimici più adoperati, e l’importanza industriale di una nazione si può misurare dal consumo che essa ne fa. Questo acido sarebbe stato anche in seguito estremamente utile ai coloni per la fabbricazione delle candele steariche, la concia delle pelli, ecc.; ma in quel momento l’ingegnere lo riserbava ad altro uso.

Cyrus Smith scelse, dietro ai Camini, un luogo in cui il suolo fu reso con ogni cura tutto ugualmente piano. Su questa spianata egli innalzò un cumulo di rami e di legna tagliata a pezzetti, sul quale furono collocati dei frammenti di schisti piritici, appoggiati gli uni contro gli altri; il tutto fu poi ricoperto da un sottile strato di piriti, ridotte prima alla grossezza di una noce.

Fatto questo, fu appiccato il fuoco alla legna, e il calore si comunicò agli schisti, che si infiammarono poiché contenevano del carbone e dello zolfo. Allora, furono aggiunti nuovi strati di piriti frantumate, ordinandoli in modo da formare un enorme mucchio, rivestito esteriormente di terra e di erbe, dopo avervi opportunamente praticato alcune aperture per il passaggio dell’aria, come se si fosse trattato di bruciare un ammasso di legna per farne carbone.

Poi, si lasciò che la trasformazione si compisse; non occorrevano meno di dieci o dodici giorni, perché il solfuro di ferro si trasformasse in solfato di ferro e l’alluminio in solfato d’alluminio, due sostanze queste ugualmente solubili, mentre le altre, silice, carbone bruciato e cenere, non lo erano.

Mentre si compiva questo lavoro chimico, Cyrus Smith fece procedere ad altre operazioni. Essi mettevano in tutto, più che zelo, un vero accanimento.

Nab e Pencroff avevano estratto il grasso del dugongo, che era stato raccolto in grandi orci di terra. Ora, si trattava di separare da questo grasso uno dei suoi elementi, la glicerina, saponificando il grasso medesimo. Per ottenere questo risultato, bastava trattarlo con la soda o la calce. Infatti, l’una o l’altra di queste sostanze, dopo aver intaccato il grasso, avrebbe dato del sapone, isolando la glicerina; ed era appunto questa che l’ingegnere voleva ottenere. La calce non gli mancava, come si sa; solo che il trattamento con la calce non poteva dare che dei saponi calcarei, insolubili e di conseguenza inutili, mentre il trattamento con la soda avrebbe fornito, invece, un sapone solubile, che avrebbe trovato la sua applicazione nei vari bisogni della pulizia domestica. Quindi Cyrus Smith, da uomo pratico, doveva preferibilmente cercar di ottenere della soda. Era difficile? No, poiché le piante marine abbondavano sulla spiaggia; salicornie, ficoidi, e tutte quelle fucacee cui appartengono le alghe e i goemoni. Fu quindi raccolta una grande quantità di queste piante, che vennero prima fatte essiccare, poi bruciare in fosse all’aria aperta. La combustione di queste piante fu mantenuta per parecchi giorni, in modo che il calore si elevasse fino a fonderne anche le ceneri, e il risultato dell’incenerimento fu una compatta massa grigiastra, che da un pezzo è conosciuta sotto il nome di «soda naturale».

Ottenuto questo risultato, l’ingegnere trattò il grasso con la soda: si ebbe così un sapone solubile e la sostanza neutra chiamata glicerina.

Ma non era ancora tutto. Occorreva ancora a Cyrus Smith, in vista della sua attività futura, un’altra sostanza: il nitrato di potassio, che è più conosciuto sotto il nome di sale di nitro o salnitro.

Cyrus Smith avrebbe potuto fabbricare questa sostanza, trattando il carbonato di potassio, che si estrae facilmente dalle ceneri dei vegetali, con acido nitrico. Ma l’acido nitrico gli mancava, ed era proprio quello che egli voleva ottenere. Si trovava così dinanzi a un circolo vizioso, da cui non sarebbe mai uscito. Fortunatamente, però, questa volta la natura gli fornì il salnitro, senza che egli avesse altro disturbo che quello di raccoglierlo. Harbert ne scoperse un giacimento al nord dell’isola, ai piedi del monte Franklin, e non vi fu altro da fare che purificarlo.

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