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La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]

Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:

Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.
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E dentro la più grande di quelle piramidi vidi la mia amata, che mi aspettava, silenziosa e immobile come una statua, che mi aspettava perché la riportassi di nuovo alla vita.

Il mattino seguente dissi a Lukka che avremmo lasciato l’accampamento e ci saremmo diretti in Egitto.

— È un bel viaggio — disse. — Attraverso terre ostili.

— È lì che andremo — insistetti. — Gli uomini mi seguiranno?

Gli occhi castani di Lukka si alzarono di scatto sui miei, poi guardarono da un’altra parte. — Abbiamo preso tre carri di bottino per un lavoro di qualche giorno e due ore di combattimento. Ti seguiranno, non temere.

— Per tutta la strada, fino in Egitto?

Sorrise senza divertimento. — Se ci riusciamo. Gli Egiziani reclutano soldati per il loro esercito, da quanto ho sentito. Sono stanchi di combattere personalmente le loro guerre. Se arriviamo ai loro confini, troveremo un impiego.

— Bene — dissi, felice di avere una scusa per attirarli verso la mia meta.

— Dirò agli uomini di cominciare a riunire dei carri per le nostre scorte — disse Lukka.

Gli afferrai una spalla. — Forse porterò una donna con me.

Lui sorrise. — Mi stavo chiedendo quando ti saresti rilassato.

— Ma non voglio che loro si trascinino dietro nessuna donna dall’accampamento. Si risentiranno perché io ne porto una? Creerà problemi?

Grattandosi la barba, Lukka rispose: — Ci sono state donne in abbondanza qui al campo. Gli uomini sono soddisfatti, per adesso. Ci muoveremo più in fretta senza gente al seguito, questo è certo. E probabilmente troveremo altre donne durante la marcia.

Capii cosa voleva dire. — Sì, dubito che il nostro viaggio verso l’Egitto sarà del tutto pacifico.

Questa volta i suoi occhi si fissarono nei miei. — Io spero soltanto che sia pacifica la nostra partenza dall’accampamento.

Sorrisi gravemente. Non era stupido, quell’Hatti.

Due notti dopo convinsi un ragazzino a venire con me al campo di Menelao. La zona non era veramente controllata: i pochi uomini di guardia sapevano che non c’era nessun nemico al momento. Stavano più attenti a proteggere dal furto il bottino e gli schiavi che a qualunque altra cosa.

Il ragazzo ed io trovammo la tenda di Elena. Fuori incontrai alcune schiave che mi guardarono di traverso, come se sapessero cosa stava per succedere. Una di loro mi introdusse nella tenda della sua padrona. Era grande, ed Elena ci stava passeggiando nervosamente.

La regina fece uscire l’ancella senza che tra noi ci fosse nemmeno una parola. Io diedi un pugno al ragazzo stupito, lo spogliai e guardai Elena infilarsi i suoi stracci sulla camicia corta. Indicò una semplice cassa di legno, larga la metà dell’apertura della mie braccia, e mentre io la tenevo alzata lei ne trasse da sotto una piccola scatola.

Sempre senza parlare uscimmo dalla tenda, oltrepassammo le donne e le guardie distratte e ci dirigemmo verso la riva del fiume, dove Lukka e i suoi uomini ci aspettavano con cavalli, asini e carri tirati da buoi.

Lasciammo l’accampamento nel buio della notte, come una banda di ladri. Cavalcando su una coperta ripiegata più volte che quella gente faceva passare per sella, mi voltai a guardare un’ultima volta le rovine di Troia, le sue mura un tempo fiere già sgretolate e simili a fantasmi nella fredda luce argentata della luna che sorgeva.

Il terreno tremò. I nostri cavalli sbuffarono e nitrirono, impennandosi nervosamente.

— È Poseidone che parla — disse Polete dal suo carro con voce debole ma comprensibile. — La terra tremerà ancora per la sua collera. Finirà l’opera di distruzione delle mura di Troia.

Il vecchio stava predicendo un terremoto. Violento. Un’altra buona ragione per noi per andare il più lontano possibile.

Guadammo il fiume e ci dirigemmo a sud. Verso l’Egitto.

PARTE SECONDA

Gerico

25

Come Lukka aveva predetto, il nostro viaggio non fu né facile né pacifico.

L’intero mondo sembrava in conflitto. Viaggiammo lentamente lungo la costa collinosa, attraverso regioni che i soldati Hatti chiamavano Assuwa e Seha. Sembrava che ogni città, ogni villaggio, ogni fattoria fosse in armi. Bande di predoni si aggiravano nella campagna, alcuni parte di antiche unità Hatti proprio come il contingente di Lukka, ma per lo più semplicemente briganti.

Combattevano quasi tutti i giorni. La gente si uccideva per un paio di polli o addirittura per un uovo. Perdemmo alcuni dei nostri uomini in queste schermaglie, e ne guadagnammo altri da bande diverse che si offrivano di unirsi a noi. Non accettai mai nessuno che anche Lukka non approvasse, e lui accolse solo altri professionisti hatti. Il nostro gruppo rimase di circa trentacinque elementi, uno più uno meno.

Io continuavo ansiosamente a guardarmi le spalle, ogni giorno, aspettandomi di vedere Menelao a capo delle sue forze all’inseguimento della sua ricalcitrante regina. Ma se gli Achei ci stavano seguendo, non ne vidi segno. E di notte dormivo senza che Apollo o Zeus o nessuno di loro venisse a farmi visita. Forse erano occupati da qualche altra parte. O forse, qualunque destino mi avessero preparato, l’avrei incontrato solo in Egitto, dentro la tomba di un re.

Cominciò la stagione delle piogge, e anche se trasformò le strade in pantani scivolosi e viscidi facendoci sentire miseri e infreddoliti, impedì alla maggior parte delle bande di briganti di compiere le loro scorribande assassine. Alla maggior parte. Riuscimmo a sfuggire a una trappola sulle colline al di sopra di una città che Lukka chiamava Ti-Smurna, e Lukka stesso venne quasi ucciso da un contadino che pensava che stessimo dando la caccia a sua moglie e alle sue figlie. Sporco e puzzolente, il contadino si era nascosto al riparo di una misera stalla, una bassa spelonca a cui aveva messo una porta, e aveva lanciato un forcone contro la schiena di Lukka quando lui era entrato a prendere un paio di agnelli. Era al cibo che davamo la caccia, non alle donne. Avevamo pagato la moglie del contadino con un monile del bottino di Troia, ma l’uomo si era nascosto appena ci aveva visto, aspettandosi che violentassimo le sue donne e bruciassimo quello che non potevamo portare via.

Così aveva cercato di colpire Lukka, alle spalle, uno sguardo omicida negli occhi spaventati e vili. Per fortuna io ero abbastanza vicino da mettermi di mezzo, deviando il forcone con il braccio.

Il contadino si aspettava di essere ucciso, ma noi l’avevamo lasciato lì, tremante, inginocchiato nello sterco dei suoi animali. Lukka parlò poco, come al solito, ma quello che disse significava molto.

— Ancora una volta ti devo la vita, mio signore Orion.

Io risposi con noncuranza: — La tua vita è molto importante per me, Lukka.

Non dormivo con Elena. Neanche la toccavo. Lei viaggiava con noi come parte del gruppo, senza lamentarsi delle difficoltà, degli spargimenti di sangue, del dolore. Di notte si faceva il letto da sola, con le coperte per i cavalli, e dormiva un po’ discosta dagli altri. Ma sempre più vicina a me che a chiunque altro. Io mi accontentavo di essere il suo guardiano, non il suo amante. Se questo la sorprendeva, non ne fece mai cenno. Non portava gioielli e non si truccava più. I suoi abiti erano semplici e rozzi, adatti al viaggio.

Ma era sempre bella. Non aveva bisogno di trucco o di vesti o di gioielli. Persino con il viso imbrattato di fango e i capelli legati sotto il cappuccio di un lungo mantello sporco, niente poteva nascondere quei grandi occhi azzurri, quelle labbra sensuali, quella pelle purissima.

Polete stava riprendendo le forze e anche un po’ del suo cinismo. Viaggiava in un carro cigolante tirato da buoi e tormentava chiunque fosse alla guida perché gli raccontasse tutto quello che vedeva, ogni foglia e roccia e nuvola.

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