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La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]

Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:

Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.
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Ma poi sentii la voce di Lukka che mi chiamava da poco lontano, alle mie spalle. — Stai bene, mio signore Orion? Hai bisogno di aiuto?

Le guardie volsero lo sguardo in quella direzione. Vidi che Lukka aveva portato il suo intero contingente, in pieno assetto da battaglia: trentacinque Hatti armati di scudi e spade di ferro.

— Non ha bisogno di nessun aiuto — rispose subito Agamennone — tranne che per portare via lo schiavo che ho punito.

Con questo si voltò e tornò in fretta nella sua baracca. Le guardie sembrarono emettere un grande sospiro di sollievo e abbassarono le lance.

Io mi avvicinai a Polete, raccolsi il suo corpo sanguinante e lo portai tra le braccia alla nostra tenda.

23

Mi occupai di Polete per il resto della notte. C’era solo vino per lenire il suo dolore, e niente per alleviare l’angoscia della sua mente. Lo adagiai nella mia tenda, gemente e singhiozzante. Lukka trovò un guaritore, un vecchio dignitoso dalla barba grigia che, assistito da due giovani donne, cosparse di balsamo le sue bruciature e le fessure sanguinanti che erano state le orecchie. — Nemmeno gli dèi possono restituirgli la vista — disse il guaritore con tono solenne, sussurrando in modo che Polete non potesse sentire. — Gli occhi sono stati bruciati.

Sapevo cosa si provava. Ricordavo il mio intero corpo che veniva bruciato vivo.

— Gli dèi siano maledetti — ringhiai. — Vivrà?

Se le mie parole lo avevano colpito, il guaritore non lo diede a capire. — Il suo cuore è forte. Se sopravviverà alla notte, vivrà per tutti gli anni a venire.

Il guaritore stemperò una qualche polvere in una coppa di vino e la fece bere a Polete, che sprofondò nel sonno quasi immediatamente. Le donne prepararono una scodella di cataplasma e mi fecero vedere come spalmarlo su un panno per metterlo sugli occhi del vecchio. Non parlarono praticamente mai, istruendomi con la dimostrazione, anziché con le parole, e non una volta mi guardarono direttamente in faccia. Il guaritore sembrava sorpreso che volessi curare personalmente Polete. Ma non fece commenti, e mantenne la sua aria professionale.

Rimasi seduto vicino al vecchio cantastorie fino all’alba, mettendogli compresse fresche sugli occhi circa ogni mezz’ora, impedendogli di toccarsi le bruciature. Dormì, ma anche nel sonno si lamentava e si dibatteva.

Molto dopo che l’alba aveva tinto il cielo di un rosa delicato, il respiro di Polete accelerò all’improvviso e lui cercò di togliersi il panno che gli copriva il viso. Io fui più veloce, e gli afferrai i polsi prima che potesse farsi del male.

— Mio signore Orion? — La sua voce era stridula e secca.

— Sì — dissi. — Tieni le mani lungo i fianchi. Non cercare di toccarti gli occhi.

— Allora è vero? Non era un incubo?

Gli sollevai leggermente la testa e gli diedi un sorso di vino. — È vero — risposi. — Sei cieco.

Il suo gemito avrebbe strappato il cuore a una statua di marmo.

— Agamennone — disse, molti attimi dopo. — Il potente re si è vendicato su un vecchio cantastorie. Come se questo gli rendesse fedele sua moglie.

— Prova a dormire — dissi. — Il riposo è ciò di cui hai bisogno.

Lui scosse la testa. Il panno scivolò via, scoprendo la carne viva delle due piaghe bruciate che erano state i suoi occhi. Mi avvicinai per rimettere a posto il panno, vidi che si stava asciugando e lo spalmai di altro cataplasma.

— Potresti anche tagliarmi la gola, Orion. Non ti servirò a niente, adesso. Non servirò a nessuno.

— È già stato sparso troppo sangue, qui — dissi.

— A niente — mormorò mentre gli applicavo il panno. Poi gli sollevai di nuovo la testa e gli diedi altro vino. Si riaddormentò presto.

Lukka infilò la testa nella tenda. — Mio signore, il re Ulisse vuole vederti.

Uscii dalla tenda alla luce del giorno. Ordinando a Lukka che un uomo vegliasse Polete, mi diressi alla nave di Ulisse e mi arrampicai sulla scala di corda che pendeva dallo scafo incurvato.

Il ponte era disseminato del tesoro saccheggiato a Troia. Diedi le spalle a quella distesa luccicante e guardai verso la città. C’erano centinaia di minuscole figure sui bastioni, che abbattevano le pietre annerite, sudando sotto il sole caldo per radere al suolo le mura che per tanto tempo avevano sfidato gli Achei.

Dovetti camminare con attenzione per non inciampare nei mucchi di tesori che coprivano il ponte. Ulisse era al suo posto sul ponte di poppa, ritto nella luce abbagliante del sole, con i capelli ancora bagnati per la solita nuotata, un sorriso compiaciuto sul viso folto di barba.

I suoi occhi cercarono i miei. — La vittoria è completa grazie a te, Orion. — Indicando i lavori di demolizione continuò: — Troia non risorgerà mai più.

Io annuii cupamente. — Priamo, Ettore, Alessandro; l’intera Casa di Ilio è stata spazzata via.

— Tutti tranne Enea il Dardano. Si dice che fosse un bastardo di Priamo. Non abbiamo trovato il suo corpo.

— Può essere bruciato nell’incendio.

— È possibile — disse Ulisse. — In ogni caso, non credo che sia molto importante. Se è vivo, sarà nascosto da qualche parte nelle vicinanze. Lo troveremo. E comunque non resterà niente qui a cui possa tornare.

Nel frattempo, un’enorme pietra venne divelta a forza di leve e funi. Cadde a terra, alzando una pesante nuvola di polvere. Solo più tardi ne sentii il tonfo.

— Apollo e Poseidone non saranno contenti di quello che viene fatto alle loro mura.

Ulisse rise. — Qualche volta gli dèi devono inchinarsi al volere degli uomini, Orion, che gli piaccia o no.

— Non temi la loro ira?

— Se non avessero voluto che abbattessimo le mura, non saremmo riusciti a farlo.

Era quello che mi chiedevo. Gli dèi sono più sottili degli uomini, e hanno una memoria più lunga. Sapevo che Apollo era adirato con me: come avrebbe sfogato la sua ira?

— È il tuo turno di scegliere la tua parte del bottino della città — disse Ulisse, indicando un grande mucchio sulla poppa della nave. — Prendi un quinto di tutto quello che vedi.

Io lo ringraziai, e passai un’ora a rovistare tra tutta quella roba. Scelsi coperte, armature, indumenti, armi, elmi e gioielli che potevano essere scambiati con cibo e riparo.

— I prigionieri sono laggiù, tra le navi. Prendi un quinto anche di quelli.

Io scossi la testa. — Ho a malapena cavalli e asini — spiegai. — I bambini sarebbero inutili e le donne causerebbero solo litigi tra i miei uomini.

Ulisse mi guardò attentamente. — Parli come uno che non ha nessuna intenzione di venire a Itaca.

— Mio signore — risposi — sei stato più che generoso con me. Ma nessuno qui ha alzato una mano per aiutare il mio servo la notte scorsa. Agamennone è un animale crudele e vizioso. Se ti seguissi nella tua terra, mi verrebbe presto la voglia di cominciare una guerra contro di lui.

Ulisse borbottò: — Questo sarebbe assurdo.

— Forse sì. Meglio che le nostre strade si separino qui e adesso. Lascia che prenda i miei uomini e il mio servo cieco, e che vada per la mia strada.

Il re di Itaca si sfregò la barba, riflettendo. Infine assentì. — Molto bene, Orion. Vai per la tua strada. E che gli dèi possano esserti amici.

— Anche a te, nobilissimo fra tutti gli Achei.

Non vidi mai più Ulisse. Quando tornai alla mia tenda, dissi a Lukka di mandare gli uomini a prendere il bottino che avevo scelto e di trovare cavalli e asini per trasportare quello e noi: lessi delle domande nei suoi occhi, ma non le pose. Invece si affrettò a eseguire i miei ordini.

Mentre il sole cominciava a scendere dietro le isole e noi ci riunivamo intorno al fuoco per il pasto serale, un giovane messaggero arrivò correndo e mi si avvicinò.

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