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La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]

Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:

Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.
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Efeso fu la sola eccezione a una litania di combattimenti. Avevamo passato la giornata arrancando stancamente in salita sotto un furioso temporale, bagnati fradici, infreddoliti e doloranti. Circa la metà degli uomini montava cavalli o asini. Elena cavalcava vicino a me su un piccolo pony bigio, avvolta in un mantello blu scuro con il cappuccio, zuppo e pesante di pioggia. Avevo mandato avanti tre dei nostri uomini, a piedi, in esplorazione. Altri ci seguivano, alla retroguardia, per avvisarci di eventuali banditi nascosti alle nostre spalle. O di Achei.

Quando arrivammo in cima alla collina, vidi uno dei nostri esploratori che ci aspettava sul ciglio di una strada fangosa.

— La città — indicò.

La pioggia stava diminuendo, ed Efeso si stendeva sotto di noi in uno sprazzo di sole che si era fatto strada tra le nuvole. La città brillava come una promessa di tepore e benessere, con il marmo bianco luccicante nella luce.

Sembrammo tutti riprendere le forze a quella vista, e scendemmo lungo la strada tortuosa, giù dalla collina, verso il porto.

Efeso è dedicata ad Artemide Guaritrice — disse Lukka. — La gente arriva qui da tutte le parti del mondo per essere guarita dai suoi mali. C’è una sorgente sacra la cui acqua ha poteri curativi miracolosi. — Aggrottò leggermente la fronte, come seccato della sua stessa creduloneria. Poi aggiunse: — Così mi hanno detto.

Non c’erano mura intorno ad Efeso. Nessun esercito aveva mai cercato di occuparla o saccheggiarla. Per una specie di accordo internazionale, quella città era dedicata alla dea Artemide e alle sue arti risanatrici, e nemmeno il più barbaro dei re avrebbe osato attaccarla, per paura di cadere, con tutto l’esercito, sotto gli strali invisibili della dea, portatori di peste e morte dolorosa.

Elena, sentendo Lukka che mi spiegava queste cose, cavalcò vicino a noi. — Artemide è la dea della luna, sorella di Apollo.

Questo mi fece accelerare il cuore. — Allora ha favorito Troia nella guerra.

Elena fece spallucce sotto il mantello zuppo. — Penso di sì. Non è servito a niente però, giusto?

— Ma sarà adirata con noi — disse Lukka.

“Lo è di più suo fratello anche se in realtà non sono fratello e sorella.” Mi sforzai di ridere e dissi a Lukka: — Certamente non crederai che gli dèi e le dee serbino rancore.

Lui non rispose, ma l’espressione del suo viso severo non era di felicità.

Qualunque fosse la sua divinità protettrice, Efeso era la civiltà. Persino le strade erano pavimentate di marmo. I templi maestosamente circondati di colonne di marmo bianco scanalato erano centri di cura come di culto. La città era abituata ad ospitare visitatori, e c’erano moltissime locande. Scegliemmo la prima che trovammo, in periferia. Era quasi vuota, dal momento che i pochi che viaggiavano durante la stagione delle piogge preferivano stare nel cuore della città o vicino alle banchine dove arrivavano le navi.

Il locandiere fu felicissimo di avere circa trenta ospiti. Continuò a fregarsi le mani e a sorridere mentre scaricavamo gli animali e i carri.

— Le vostre cose saranno perfettamente al sicuro qui, signore — mi rassicurò — anche se fossero d’oro massiccio. I miei stessi figli proteggono questa locanda e nessun ladro toccherà quello che è vostro.

Mi chiesi quanto ne sarebbe stato altrettanto sicuro se avesse saputo che dentro le scatole che portavamo nelle nostre camere c’erano veramente dei tesori d’oro. Ammucchiammo tutte le scatole in una sola stanza, la più grande della locanda, dove decisi io stesso di dormire insieme a Polete.

C’erano anche bordelli, in città. Gli uomini di Lukka scomparvero come sbuffi di fumo appena i cavalli furono messi nella stalla e le nostre cose riposte.

— Torneranno domattina — mi disse Lukka.

— Puoi andare anche tu — gli dissi.

— Ci vuole qualcuno che faccia la guardia alle nostre cose — rispose.

— Starò io di guardia. Tu vai a vedere la città.

Il viso severo di Lukka mantenne la sua maschera impassibile, ma io sapevo che stava riflettendo. Infine disse: — Tornerò al tramonto.

Io risi e gli diedi una pacca sulla spalla. — Torna all’alba, mio ligio amico. Goditi la città e le sue delizie. Ti sei meritato una notte di divertimento.

— Sei sicuro…

Indicando le scatole ammucchiate vicino al mio letto, dissi: — Posso fare la guardia ai nostri tesori.

— Da solo?

— Ho i feroci figli del locandiere. — Avevamo visto quei figli. Due erano grandi e corpulenti, altri due esili ma nerboruti, come se fossero nati da madri diverse. A noi non parevano pericolosi, non dopo i combattimenti che avevamo visto, ma sembravano adatti a tenere lontani i ladruncoli.

— E ci sono anch’io — disse Polete. — Anche senza orecchie, riesco a sentire meglio di un pipistrello. Nel buio della notte, sarò una vedetta migliore di te e dei tuoi due occhi.

Con grande riluttanza, Lukka ci lasciò.

Elena era nella stanza vicina. Aveva chiamato a servirla le due giovani figlie del locandiere. Le sentii chiacchierare e ridere mentre portavano secchi di acqua fumante su per le scale cigolanti e la versavano dentro la tinozza di legno che la madre aveva fatto avere a Elena.

Nessuno di loro sapeva chi fossimo, naturalmente. Sapevo che si sarebbe presto parlato della bella donna dai capelli d’oro e della banda di soldati hatti che erano con lei. Ma finché nessuno ci associava alla guerra di Troia o agli Achei eravamo abbastanza al sicuro.

— Parlami della città — chiese Polete. — Com’è?

Io andai sul balcone e cominciai a descrivere quello che vedevo: templi, locande, strade affollate, un porto indaffarato, vele al largo, splendide case sulle colline.

— Deve esserci un mercato nel cuore della città — disse Polete, ridacchiando con allegria. — Domani uno degli uomini potrebbe accompagnarmici e io racconterò la storia della caduta di Troia, dell’orgoglio di Achille e della crudeltà di Agamennone, dell’incendio della grande città e dell’uccisione dei suoi eroi. Alla gente piacerà moltissimo!

— No — dissi con garbo. — Non possiamo far sapere chi siamo. È troppo pericoloso.

Levò gli occhi ciechi verso di me. Le cicatrici delle bruciature sembravano fissarmi cariche d’accusa.

— Ma io sono un cantastorie! Ho la storia più grande che nessuno abbia mai sentito, qui, dentro la testa! — Si batté la tempia proprio sopra le fessure slabbrate dove erano state le orecchie. Posso fare la mia fortuna raccontando questa storia!

— Non qui — dissi. — E non adesso.

— Ma posso smettere di essere un peso per te! Potrei guadagnarmi la vita da solo. Potrei anche diventare famoso!

— Non finché lei è con noi — insistetti.

Lui sbuffò arrabbiato. — Ha causato più dolore di qualunque altra donna mai nata.

— Forse sì. Ma finché non la vedrò al sicuro in Egitto, dove potrà essere protetta, non racconterai niente su Troia.

Polete borbottò, brontolò e brancolò di nuovo verso il letto. Io mi misi al suo fianco e lo guidai lontano dalle scatole accatastate del bottino.

Quando il vecchio si fu lasciato cadere sul materasso di piume, sentii un grattare alla porta.

— Hai sentito…

Polete disse: — È qualcuno che chiede di entrare. Così fanno le persone civili. Non picchiano sulla porta come se volessero abbatterla, come fai tu.

Presi la spada dal tavolo in mezzo ai nostri due letti. Tenendola nel fodero, mi avvicinai alla porta e la socchiusi.

Era una delle figlie del locandiere: una ragazza robusta, con le fossette sulle guance e scuri occhi ridenti.

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