La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #2
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Anna Maria Cossiga
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:
— La signora chiede se puoi andare nella sua camera — disse, dopo un goffo inchino.
Guardai su e giù per il corridoio. Era vuoto. — Dille che sarò lì tra qualche momento.
Dopo aver chiuso la porta, mi avvicinai al letto di Polete e mi sedetti sul bordo.
— Lo so — disse. — Stai andando da lei. Ti intrappolerà nella sua rete di lusinghe.
— Hai un modo di esprimerti poetico — dissi.
— Non cercare di adularmi.
Ignorando la sua petulanza, chiesi: — Puoi fare la guardia alle nostre cose finché non torno?
Lui grugnì, si rigirò nel soffice letto e infine ammise: — Penso di sì.
— Griderai forte se qualcuno entra nella stanza?
— Sveglierò l’intera locanda.
— Riesci a sbarrare la porta dietro di me e a tornare a letto?
— Cosa importa se inciampo e mi rompo il collo? Tu sarai con la tua amata signora.
Io risi. — Forse starò lì solo pochi minuti. Non ho nessuna intenzione di…
— Oh no, no davvero! — disse ridacchiando. — Assicurati solo di non muggire come un toro in calore. Voglio provare a dormire un po’.
Sentendomi un po’ come uno scolaro che sgattaiola fuori dal dormitorio, andai alla porta e augurai a Polete un piacevole sonnellino.
— Ho il sonno molto leggero, sai — disse lui.
Se intendesse rassicurarmi sul fatto che nessun ladruncolo sarebbe riuscito a derubarci, o avvisarmi di evitare i rumori nella stanza di Elena, non potrei dirlo. Forse intendeva entrambe le cose.
Il corridoio era ancora vuoto, e non vidi nessun angolo buio né una nicchia dove un nemico avrebbe potuto nascondersi in agguato. C’era solo il pavimento di mattonelle consumate, le pareti intonacate e le sei porte di legno delle stanze occupate dai miei uomini. Anche se nessuno di loro le avrebbe usate, quella notte. Dall’altra parte del corridoio correva una ringhiera di assi scheggiate che dava sul cortile centrale della locanda.
Strinsi il pugno per bussare alla porta di Elena, poi mi ricordai delle parole di Polete. Sentendomi un po’ stupido, grattai invece sulle assi di legno liscio.
— Chi è? — disse la voce smorzata di Elena.
— Orion.
— Puoi entrare.
Aprii la porta. Lei era al centro della modesta stanza, splendente come il sole. Aveva indossato gli stessi abiti e gli stessi gioielli che portava la prima volta che l’avevo vista da sola, a Troia. Lì, mi era parsa incredibilmente bella. Qui, nella rozza locanda con le mura grossolanamente intonacate e le finestre prive di tende, mi sembrò una dea scesa in Terra.
Chiusi la porta dietro di me e ci appoggiai la schiena, quasi indebolito dalla bellezza di lei.
— Non hai preso per te nessuno dei tesori di Troia, mio signore Orion — disse.
— Non ne ho voluto nessuno. Finora.
Lei aprì le braccia e io mi avvicinai, la sollevai e la portai verso il soffice letto di piume. Lontano, nella mia memoria, piangevo per una donna completamente diversa dalla bionda, minuta Elena: una donna dai lucidi capelli neri e dai profondi occhi grigi, un’alta e superba dea della verità e della bellezza. Ma era morta, ed Elena era come un caldo fuoco tra le mie braccia.
Il sole scese nel mare luccicante e lunghe ombre violacee si allungarono sulla città mentre il manto della notte copriva ogni cosa. Le stelle fecero capolino tra i brandelli di nuvole e la falce della luna di Artemide si alzò mentre Elena ed io facevamo l’amore e ci assopivamo, ci svegliavamo e facevamo l’amore di nuovo, poi dormivamo e facevamo l’amore un’altra volta.
Nella mezza luce che precede la vera alba dormimmo l’una nelle braccia dell’altro, completamente svuotati, ignari, spossati.
E io mi trovai in quell’altro mondo di luce dorata così brillante che mi feriva gli occhi.
— Credi di potermi sfuggire?
Mi voltai e mi rivoltai, cercando, sforzandomi, di vedere il Radioso. Niente. Solo la sua voce.
— Hai ostacolato i miei piani per l’ultima volta, Orion. Non puoi sfuggire alla mia vendetta.
— Fatti vedere! — gridai. — Vieni qui in modo che possa strangolarti!
Ma mi ritrovai seduto sul letto, le mani ad artiglio che stringevano l’aria vuota, mentre Elena mi fissava con occhi spaventati.
Quella mattina accompagnai Elena e Polete nel centro della città, mentre Lukka, che era tornato all’alba tenendo fede alla sua parola, rimaneva di guardia alle nostre cose e guardava severamente i suoi uomini che tornavano alla locanda barcollando, uno per uno.
Efeso era davvero una città di cultura e di benessere, ricca di templi di marmo e con le strade affollate di mercanti e di merce proveniente da Creta, dall’Egitto, da Babilonia e persino dalla lontana India.
Polete era interessato soprattutto alla piazza del mercato. Era forte abbastanza da camminare, adesso, e si era legato un fazzoletto di seta bianca sugli occhi inutili. Gli avevo procurato un bastone e lui stava imparando a tastare il terreno davanti a sé in modo da poter camminare da solo.
— Cantastorie! — disse, mentre rasentavamo piccoli drappelli di persone riuniti intorno a vecchi accoccolati per terra che intessevano incantesimi di parole per qualche spicciolo.
— Non qui — gli sussurrai.
— Lasciami fermare ad ascoltare — mi pregò. — Prometto di non dire una parola.
Glielo permisi, riluttante. Sapevo di potermi fidare della sua parola. Era del suo cuore che mi preoccupavo. Era un cantastorie, ce l’aveva nel sangue. Per quanto tempo sarebbe potuto restare in silenzio quando aveva la storia più grandiosa di tutti i tempi da raccontare alla folla?
Decisi di lasciargli un’ora tutta per lui, mentre Elena ed io davamo un’occhiata ai negozi e alle bancarelle del mercato. Lei sembrava immensamente felice di toccare stoffe e di esaminare ceramiche decorate, mercanteggiando con i negozianti per poi allontanarsi senza comprare nulla. Io mi stringevo nelle spalle e l’accompagnavo, rimuginando nel fondo della mia mente la minaccia che il Radioso mi aveva fatto prima dell’alba.
“Mi distruggerebbe, se potesse. Che non lo abbia fatto, dimostra o che gli altri Creatori glielo stanno impedendo, o che ha bisogno di me per qualche altra missione.”
“Oppure” osai pensare “che io sto diventando abbastanza forte da difendermi da lui.”
Il terreno vibrò. Un urlo si levò dalla folla nella piazza del mercato. Alcune terrecotte caddero dai ripiani e si ruppero in mille pezzi. Il mondo sembrava girare vorticosamente, da far venire la nausea. Poi la vibrazione cessò, e tutto tornò normale. Per un attimo la gente rimase completamente in silenzio. Poi un uccello cinguettò e tutti cominciarono a parlare contemporaneamente con la tipica eccitazione di chi si sente di essere scampato a un pericolo.
Una scossa di terremoto. Abbastanza naturale in quella zona, pensai. A meno che non fosse un avvertimento, un messaggio di quelle creature superiori che la gente considerava dèi.
L’ora era quasi passata. Potevo vedere Polete, al di là della grande piazza del mercato, in piedi ai margini della folla riunita intorno a uno dei cantastorie, le gambe nodose sottili quasi quanto il bastone a cui si appoggiava.
— Orion.
Guardai Elena. Mi sorrideva come una madre comprensiva sorride al figlio disobbediente. — Non hai sentito nemmeno una parola di quello che ho detto.
— Mi dispiace. La mia mente era altrove.
Lei ripeté: — Ho detto che potremmo vivere molto bene qui a Efeso. È una città civile. Con le ricchezze che abbiamo portato, potremmo comprare una comoda villa e vivere splendidamente.
— E l’Egitto?
Lei sospirò. — È così lontano. E viaggiare è stato molto più difficile di quanto avrei pensato.
— Forse potremmo procurarci una nave e salpare verso l’Egitto — suggerii. — Sarebbe molto più rapido e facile che non per terra.