La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #2
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Anna Maria Cossiga
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:
I suoi occhi si illuminarono. — Certo! Ci sono centinaia di navi nel porto.
Ma quando arrivammo alla banchina, tutti i pensieri in merito svanirono dalla nostra mente. Vedemmo sei galere attraccare al porto, tutte con una testa di leone dipinta sulle vele.
— Menelao! — ansimò Elena.
— O Agamennone — dissi io. — In entrambi i casi, non possiamo restare qui. Stanno cercando te.
26
Fuggimmo da Efeso durante la notte, lasciando il locandiere, che aveva sperato che rimanessimo a lungo, molto seccato.
Mentre ci dirigevamo verso le colline e piegavamo a sud mi chiesi se non avremmo potuto chiedere protezione al consiglio della città. Ma la paura degli Achei che avevano appena distrutto Troia avrebbe paralizzato gli Efesini, mi resi conto. La loro città non aveva mura né un vero esercito, e tutto il controllo si limitava a quello necessario a mantenere l’ordine nei distretti dei bordelli. Per la sua sicurezza, dipendeva dalla buona volontà di tutti. Non avrebbero permesso ad Elena di restare quando Menelao e suo fratello Agamennone avessero richiesto la sua consegna.
Così continuammo ad avanzare, tra le piogge e il freddo dell’inverno, portandoci dietro il nostro bottino di Troia. Eravamo uno strano gruppo: la fuggitiva Elena di Sparta, un cantastorie cieco, una banda di soldati professionisti sopravvissuti a un impero che non esisteva più e un esule di un tempo diverso.
Arrivammo a Mileto. Lì c’erano mura, e solide, e un’indaffarata attività commerciale.
— Ci sono già stato una volta — mi disse Lukka — quando il Sommo Re Hattusilis era irato con la città e ha condotto l’esercito alle sue porte. Erano tutti così spaventati che le hanno aperte senza fare resistenza. Si sono rimessi alla misericordia del Sommo Re. Lui fu magnifico! Uccise solo i capi, quelli che gli erano dispiaciuti, e a noi non permise di toccare un uovo.
Comprammo provviste e cavalli freschi. Mileto sarebbe stata l’ultima grande città sulla nostra strada per un certo tempo. Decidemmo di muoverci nell’entroterra, attraverso le montagne del Toro e la pianura della Cilicia, poi lungo le terre Mitanni e giù sulla costa Siriana.
Ma i suoni e i profumi di un’altra città Egea furono troppo per Polete. Venne da me quando cominciammo a smontare il campo, proprio fuori dalle mura della città, e mi annunciò che non sarebbe venuto con noi. Preferiva restare a Mileto.
— È un posto in cui potrò raccontare le mie storie e guadagnarmi il pane — mi disse. — Non ti sarò di peso più a lungo, mio signore Orion. Lascia che passi i miei ultimi giorni cantando di Troia e delle gesta grandiose che vi si compirono.
— Non puoi stare da solo — insistetti. — Non hai casa né riparo di alcun genere. Come troverai da mangiare?
Lui mi afferrò la spalla con sicurezza, come se avesse potuto vederla. — Lascia che sieda in un angolo del mercato e racconti la storia di Troia, e avrò cibo e vino e un morbido letto prima del calar del sole.
— È davvero questo quello che vuoi? — gli chiesi.
— Ti sono stato di peso abbastanza a lungo, mio signore. Ora posso prendermi cura di me stesso.
Era lì davanti a me nella luce grigia del mattino, un fazzoletto bianco pulito sugli occhi, una tunica nuova sul corpo magro. Scoprii che anche gli occhi ciechi possono piangere. E che lo potevo anch’io.
Ci abbracciammo come fratelli, e lui si voltò senza un’altra parola e camminò lentamente verso le porte della città, battendo il bastone davanti a sé.
Mandai avanti gli altri, dicendo loro che li avrei raggiunti più tardi. Aspettai mezza giornata, poi entrai in città e mi diressi al mercato. Polete sedeva a gambe incrociate al centro di una grande folla che continuava ad aumentare, le braccia gesticolanti, la voce ansimante che parlava lentamente, maestosamente: — Poi il potente Achille pregò sua madre, Teti dai Piedi d’Argento: “Madre, la mia vita è destinata ad essere così breve che l’eterno Zeus, colui che fa tuonare il cielo, mi deve un premio di gloria più prezioso…”
Osservai solo per qualche minuto. Fu abbastanza. Uomini e donne, ragazzi e ragazze, si affrettavano a unirsi alla folla, gli occhi fissi su Polete come quelli di un uccello ipnotizzato da un serpente. Ricchi mercanti, soldati in maglie metalliche, donne eleganti nelle loro vesti colorate, magistrati della città con le insegne del loro ufficio; tutti si accalcavano per sentire il racconto del vecchio. Persino gli altri cantastorie, ignorati da quando Polete aveva cominciato a cantare di Troia, si alzavano dalle loro pietre e si dirigevano lentamente e con riluttanza ad ascoltare il nuovo arrivato.
“Aveva ragione lui” ammisi di malavoglia. “Ha trovato il suo posto. Sarà nutrito e ospitato, qui, persino onorato.” E finché noi eravamo lontani, avrebbe potuto cantare di Troia e di Elena quanto voleva.
Tornai alla porta della città, dove avevo lasciato il mio cavallo alle guardie. Diedi al loro caporale qualche moneta di rame e mi avviai sulla pista nell’entroterra. Non avrei mai più rivisto Polete, e questo mi faceva sentire il peso della perdita.
Ma il tempo e la distanza mitigarono la tristezza, finché rimase solo il ricordo dolce-amaro del vecchio, irritabile cantastorie.
Lukka ci condusse attraverso un passo di montagna ripido e pieno di neve e poi giù, nella pianura tiepida e fertile della Cilicia, dove crescevano uva, grano e orzo, e dove gli alberi di olivo punteggiavano la campagna.
Le città della Cilicia erano chiuse agli stranieri. Il crollo dell’impero Hatti si era sentito, lì; non potendosi più appoggiare alla legge imperiale e alla protezione dell’esercito, ogni città doveva preoccuparsi della sua sicurezza. Barattammo ciò che serviva con contadini e borghigiani sospettosi, poi ci dirigemmo a est e infine a sud, tenendo il mare sulla nostra destra.
Notai che Elena si guardava spesso alle spalle, cercando, come me, segni di inseguitori. Scrutavamo il mare, anche, ogni volta che riuscivamo a vederlo. Nessuna delle vele che individuammo aveva la testa di leone.
Durante il viaggio dormimmo separati. Era una disciplina migliore per gli uomini, pensai. Non avrei dormito con lei finché non fossimo arrivati in una città o in un villaggio dove i soldati avrebbero potuto trovare donne anche per sé.
Mi resi conto che la mia passione per Elena era controllabile, e non quel genere d’amore che provavo per la mia dea morta.
Pian piano, lei cominciò a raccontarmi della sua vita passata. Era stata rapita quando aveva meno di dodici anni, portata via dalla fattoria di uno zio sulla sella di un capitano locale che si era invaghito della sua bellezza appena sbocciata. Suo padre aveva pagato il vecchio bandito e lui l’aveva restituita senza toccarla, ma l’incidente aveva convinto suo padre che sarebbe stato meglio far sposare la figlia rapidamente, mentre era ancora vergine.
— Ogni principotto dell’Acaia chiedeva la mia mano — mi disse una notte mentre eravamo accampati in un piccolo villaggio circondato da una palizzata di assi appuntite. Il capo del villaggio aveva deciso di essere ospitale verso la nostra banda di armati. Lukka e i suoi uomini si stavano intrattenendo con alcune delle donne locali. Ad Elena e a me era stata offerta una capanna di mattoni di fango. Era la prima volta che ci trovavamo sotto un tetto da settimane.
Lei parlava malinconicamente, quasi con tristezza, quasi come se tutto quello che le era successo fosse stato in qualche modo colpa sua. — Con così tanti pretendenti, mio padre doveva essere molto cauto nella scelta. Infine, scelse Menelao, fratello del Sommo Re. Era un buon affare per lui; legava la nostra famiglia alla Casa più potente di Argo.
— Non hai avuto nessuna voce in capitolo nella decisione?
Lei sorrise a un’idea così assurda. — Non ho visto Menelao fino al giorno delle nozze. Mio padre mi teneva ben protetta.