La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #2
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Anna Maria Cossiga
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:
Zeus fece uno sforzo per dominare la sorpresa e la paura che le mie parole avevano scatenato in lui. Controllò il suo volto e lo rese quasi privo di espressione, ma non abbastanza rapidamente da mascherare completamente le sue emozioni.
— Ci sono altri, da altre parti dell’universo? — chiesi. — Altri universi?
— Questo era qualcosa che non c’eravamo aspettati — ammise. — Il nostro continuum interferisce con altri. Quando apportiamo cambiamenti nel nostro spazio-tempo, questo influisce su altri universi. E le loro manipolazioni influiscono su di noi.
— E cosa significa?
Fece un profondo sospiro. — Significa che dobbiamo lottare non solo per mantenere questo continuum, ma anche per proteggerlo da coloro che vogliono manipolarlo per i loro scopi.
— E io? Dove mi inserisco?
— Tu? — Mi guardò con evidente perplessità, come se una spada, o un computer o un’astronave avessero chiesto quale fosse il loro scopo. — Tu sei un nostro strumento, Orion, da usarsi dove e quando lo riteniamo utile. Ma sei uno strumento testardo; non ti sei curato dell’ordine di Apollo, e adesso lui vuole distruggerti.
— Ha ucciso la donna che amavo. Era una di voi: quella che io chiamo Atena.
— Non darne la colpa a lui, Orion.
— Invece lo faccio.
Zeus scosse la testa. — È triste che tu biasimi gli dèi e ci consideri fonte dei tuoi guai. Sei stato tu stesso a procurarti sofferenze maggiori di quelle che avresti dovuto sopportare.
— Eppure tu mi proteggi dall’ira di Apollo.
— Puoi esserci ancora utile, Orion. È uno spreco distruggere uno strumento che può essere usato.
Sentii la rabbia montare dentro di me. La sua fredda soddisfazione, la sua aria di superiorità, cominciavano a farmi infuriare. O ribollivo perché sapevo che lui mi era superiore, molto più potente di quanto io avrei mai potuto sperare di essere?
— Porta al Radioso un messaggio da parte mia — dissi. — Digli che sto imparando. I miei ricordi cominciano a tornare. Un giorno, qualunque cosa lui sappia, la saprò anch’io. Qualunque cosa lui possa fare, anch’io sarò capace di farla. E un giorno io lo distruggerò.
Zeus mi sorrise, con compassione, nel modo in cui un padre sorride a un figlio disobbediente. — Ti distruggerà lui molto prima di quel giorno, Orion. Stai vivendo una vita in prestito.
Io volevo rispondere, ma lui svanì nel nulla. La città lontana, l’aura dorata tutt’intorno a me, tutto scomparve come il filo di fumo di una candela. Ero di nuovo nella mia tenda, e il sole stava sorgendo sul giorno in cui le spoglie di Troia sarebbero state spartite e gli dèi avrebbero ricevuto i loro sacrifici di animali e di uomini.
22
Il giorno sorse grigio e tetro. Gli Achei, doloranti e indisposti dopo la lunga notte, erano silenziosi e solenni mentre il sole si alzava lentamente dietro i banchi di nubi. Il vento dal mare sapeva di pioggia, e del freddo dell’autunno imminente.
Né io né i miei Hatti prendemmo parte ai sacrifici. Polete rimase sconcertato.
— Ma tu servi la dea — disse.
— È morta. Non importa quello che offriranno, lei non potrà riceverlo.
Borbottando “sacrilegio”, Polete si allontanò verso i grossi mucchi di detriti e assi di legno che gli schiavi e i thetes stavano radunando al centro dell’accampamento. Io rimasi vicino al nostro fuoco, non lontano dalle navi di Ulisse, e mi limitai a guardare.
Nestore guidò i sacerdoti in processione attorno al campo, seguito da Agamennone e dagli altri capi, tutti nelle loro più splendide corazze e armati di lunghe lance luccicanti che mi sembrarono più oggetti ornamentali che guerreschi.
Mentre loro sfilavano cantando inni a Zeus e a tutti gli altri immortali, le vittime sacrificali venivano riunite al centro del campo. C’era il solito gregge di capre e pecore e la mandria di tori, a centinaia, che scalciavano abbastanza polvere da oscurare le rovine annerite di Troia sul promontorio. Belati e muggiti facevano da contrappunto al salmodiare e ai canti degli Achei.
Le vittime umane, tutti gli uomini oltre i dodici anni catturati vivi, avevano le mani strettamente legate dietro la schiena e le caviglie immobilizzate. Tra loro, anche a distanza, riconobbi il vecchio gentiluomo che mi aveva scortato al palazzo. Stavano in silenzio, cupi, completamente consapevoli di quello che li aspettava, ma senza né chiedere pietà né lamentarsi del loro fato. Suppongo che sapessero bene che nulla avrebbe cambiato il loro destino.
Tutta la lunga giornata venne dedicata ai sacrifici rituali. Prima gli animali, dalle colombe ai tori urlanti che si agitavano follemente anche se i loro zoccoli erano fermamente legati insieme, inarcando la groppa e scuotendo la testa finché l’ascia di pietra del sacerdote non calava sulla gola con uno schizzo di sangue caldo. Furono sacrificati persino dei cavalli, a dozzine.
Poi toccò agli uomini. Uno per uno furono condotti all’altare grondante di sangue, e fatti inginocchiare con la testa piegata. I fortunati morirono con un solo colpo. Ma solo i più fortunati.
Quando tutto finì e vennero accesi i fuochi, i sacerdoti erano coperti di sangue e l’accampamento puzzava di interiora e di escrementi. Mentre il sole calava, le pire fiammeggiavano contro il cielo che incupiva mandando in alto spire di fumo che si presumeva gradito agli dèi.
Poi tutti si diressero alle navi di Agamennone, al centro della spiaggia, dove i tesori razziati a Troia formavano un alto mucchio. Centinaia di donne e bambini erano raggruppati alla catasta, controllati da un gruppo di guerrieri sogghignanti.
Agamennone salì su una sedia splendidamente intagliata, anch’essa presa alla città. Era stata posta su una piattaforma improvvisata per diventare una sorta di trono. Il re cominciò a dividere il bottino, un tanto a ogni comandante, cominciando con il vecchio Nestore dalla barba bianca.
Gli Achei gli si affollarono intorno, la brama e l’invidia che luccicavano negli occhi. Io rimasi fermo vicino alla nave di Ulisse, e notai che Lukka e i suoi uomini erano rimasti con me.
— Le vostre cose sono al sicuro? — gli chiesi.
Lui borbottò un’affermazione. — Volevano prendere le nostre donne per farle spartire al Sommo Re, ma li abbiamo convinti a lasciarci in pace.
Quasi sorrisi, immaginandomi Lukka e i suoi disciplinati soldati a formare una falange contro un branco di guerrieri achei che cominciavano appena a smaltire la sbornia.
La cerimonia continuò sino a notte inoltrata. Agamennone spartì armature e armi di bronzo, monili d’oro, urne e vasi stupendi, porfido e onice, utensili da cucina in rame, tripodi di ferro e pentole, vesti, sete, coperte, arazzi; e donne, giovinetti e ragazze. Tenne per sé metà di tutto: il diritto del Sommo Re. Ma mentre alcuni dei comandanti mi passavano vicino, portando il loro bottino alle navi, li sentii lamentarsi della sua avarizia.
— Ha la generosità di uno scarabeo stercorario.
— Sa che siamo stati noi a combattere più duramente, sul muro. E cosa ne abbiamo in cambio? Meno di suo fratello.
— Quelle donne sarebbero dovute essere nostre, ti dico. Il re è troppo avido.
— Cosa ci puoi fare? Lui prende quello che vuole e a noi resta quello che lascia.
Pensai che anche Ulisse sembrava meno che soddisfatto quando mi si avvicinò. La luce dei roghi era troppo lontana, ma i nostri fuochi da campo illuminavano di guizzi rossi il suo viso dalla barba scura.
— Orion — mi chiamò. Io mi avvicinai.
— Il tuo servo Polete si sta scavando la fossa da solo — disse Ulisse. — Sta criticando la generosità del Sommo Re.
Guardai nei suoi occhi scuri. — Non lo stanno facendo tutti? — chiesi con grazia.