La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #2
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Anna Maria Cossiga
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:
— E poi Alessandro — dissi.
— E poi Alessandro. Era bello, spiritoso e affascinante. Mi trattava come una persona, un essere umano.
— Allora sei andata con lui volontariamente.
Ancora quel sorriso. — Non me lo ha mai chiesto. Non ha mai corso il rischio che io potessi rifiutarlo. Alla fine, nonostante il suo spirito e il suo fascino, si è comportato come un Acheo: ha preso quello che voleva.
Guardai in profondità nei suoi luminosi occhi azzurri, così innocenti, così scaltri. — Ma a Troia mi hai detto…
— Orion — disse lei dolcemente, — in questo mondo, una donna deve accettare quello che non può cambiare. Troia, per me, era meglio di Sparta. Alessandro era più civile di Menelao. Ma nessuno dei due ha chiesto la mia mano: sono stata data a Menelao da mio padre; sono stata presa a lui da Alessandro.
Poi aggiunse, quasi timidamente: — Tu sei il solo uomo a cui ho dovuto dare la caccia. Sei l’unico a cui mi sia data volontariamente.
La presi tra le braccia e per quella notte non parlammo più. Però continuai a chiedermi a quanto della sua storia potevo credere. Quanto c’era di vero nella sua passione per me, e quanto invece era un modo di assicurarsi la mia protezione per tutta la strada sino al lontano Egitto?
Dopo la Cilicia, le bande di predoni e i drappelli di soldati vaganti divennero rari. Non dovevamo più combattere per aprirci la strada. Eppure, ogni notte, Lukka faceva controllare ai suoi uomini le armi e l’equipaggiamento, come se al mattino dovessimo aspettarci una violenta battaglia.
— Ora ci dirigeremo verso Ugarit — mi disse l’Hatti mentre voltavamo di nuovo verso sud. — L’abbiamo saccheggiata molti anni fa, quando in battaglia io ero solo un giovane scudiere attaccato al carro di mio padre.
Oltrepassammo Ugarit. La città una volta potente, era ormai poco più che un guscio consumato dal fuoco, con tuguri e baracche a ridosso dei mozziconi delle mura, dove una volta sorgevano grandi case e torri fortificate. Vidi il segno del potere hatti, abbastanza forte da oltrepassare montagne e pianure per distruggere una città che ne sfidava il Sommo Re. Eppure quella potenza era finita, adesso, trasportata dal vento come le sabbie di una duna che si sgretola.
Per la prima volta, dopo aver lasciato le colline di Troia, vidi una foresta. Gli alberi di cedro alti e imponenti allargavano i rami coperti di foglie in alto sopra di noi, così che attraversarla era come camminare lungo la navata di una cattedrale vivente che continuava per chilometri e chilometri.
E poi, d’improvviso, fummo sulle colline frastagliate e riarse del deserto. Pietre nude cotte da un sole inesorabile fino ad essere troppo calde per toccarle. Quasi niente vegetazione, solo qualche macchia di cespugli qua e là. Serpenti e scorpioni scorrazzavano sul terreno bruciato; in alto, gli avvoltoi continuavano a girare aspettando, aspettando.
Tagliammo nell’entroterra collinoso sul terreno spaccato, evitando la costa e le città portuali. Ogni tanto, una banda di predoni ci si avvicinava, sempre a suo discapito. Lasciammo molti corpi con cui banchettare a quegli uccelli pazienti, anche se perdemmo quattro dei nostri uomini.
Il territorio, una serie di sterili colline e di strette valli e gole dove ci si poteva aspettare un’imboscata ad ogni svolta, era un habitat perfetto per i predoni. Il sole infernale alzava onde di calore tremolante che toglievano la forza ai miei uomini e ai loro cavalli.
Elena viaggiava nel carro, protetta da una tenda fatta con le più fini sete di Troia. Il caldo aveva tolto energia anche a lei. Il suo bel viso si era fatto pallido e teso, e come tutti era coperta di polvere fuligginosa. Ma non si lamentò neppure una volta, né ci chiese di rallentare la marcia.
— Meggido non è lontana da qui — disse Lukka in una giornata particolarmente calda e luminosa, mentre il sudore gli colava sul viso e nella barba. — Gli Hatti e gli Egiziani hanno combattuto una grande battaglia, lì.
Stavamo costeggiando un lago piuttosto grande. Sulle sue rive erano disseminati vari villaggi, ed eravamo riusciti a barattare alcune delle nostre cose in cambio di provviste. L’acqua del lago aveva un sapore amaro, ma era meglio della sete. Riempimmo borracce e barili.
— Chi ha vinto? — chiesi. Lukka rifletté sulla domanda con il solito grave silenzio, poi rispose: — Il Sommo Re Muwatallis ha vantato una nostra grande vittoria. Ma non siamo mai tornati in quel posto, e il nostro esercito rientrò molto più piccolo di quando era partito.
Viaggiammo intorno al lago, e poi lungo il fiume che ne usciva scorrendo verso sud. I villaggi erano rari, lì. Coltivare, anche lungo il fiume, era difficile con quella terra secca e polverosa. La maggior parte dei villaggi vivevano delle capre e delle pecore che brucavano l’erba rada dovunque riuscissero a trovarla. Anche quella gente parlava di Meggido e raccontava di un’enorme battaglia che si era combattuta per la città da tempi immemorabili. Ma le davano un nome leggermente diverso: Armaggeddon.
La temperatura stava diventando così torrida che cominciammo a muoverci solo durante le primissime ore del mattino e di nuovo sul finire del giorno, quando il sole era tramontato. Dormivamo di notte, nelle ore più fredde, tremando nelle nostre coperte, e cercavamo di dormire anche nelle ore più calde del pomeriggio.
Un giorno dovemmo respingere l’attacco di uno strano gruppo di razziatori. Non avevano l’aspetto di banditi. Come noi, sembravano far parte di truppe organizzate, bene armate e abbastanza disciplinate da ritirarsi quando si erano accorti che eravamo soldati professionisti.
Una mattina, facendo il mio turno di esploratore appiedato in testa alla nostra colonna, salii su una piccola altura del terreno sterile e scabroso e, riparandomi gli occhi con una mano, scrutai il baluginante, ondeggiante, infernale panorama.
Rocce e arbusti, erba secca che diventava bruna sotto il sole, tranne che per la sottile linea verde lungo le rive del fiume.
In cima a una collina rocciosa vidi salire una colonna di fumo bianco- grigiastro. Non come il fumo di un fuoco che si arriccia e si sposta col vento; questo era quasi come un pilastro, denso, che girava vorticosamente su se stesso e poi saliva in alto nel cielo accecante. Sembrava brillare, come se fosse illuminato dall’interno.
Corsi per il deserto roccioso in direzione della colonna di fumo. Mentre mi arrampicavo sul fianco della collina, sentii un formicolio sotto i piedi. Si fece più forte, quasi doloroso, mentre mi avvicinavo alla cima.
La vetta della collina era di roccia nuda, tranne che per un paio di ciuffi marroni di cespugli che sembravano morti. La colonna di fumo si alzava direttamente dalla roccia verso il cielo, senza nessuna causa apparente. Le gambe mi dolevano come se qualcuno ci stesse infilando migliaia di spilli.
— Meglio che ti tolga gli stivali, Orion — disse una voce familiare. — I chiodi sono conduttori di forze elettrostatiche. Non intendo causarti un dolore inutile.
Una fosca ira crebbe dentro di me mentre, borbottando, mi toglievo gli stivali e li buttavo da una parte. La sensazione di formicolio non scomparve del tutto, ma diminuì sino a un punto in cui potevo ignorarla.
Il Radioso uscì dalla base della colonna di fumo. Sembrava in qualche modo più vecchio di quanto l’avessi mai visto prima, con il viso più solenne, gli occhi che bruciavano di un fuoco interno. Invece delle vesti che indossava quando l’avevo visto a Ilio, era drappeggiato in un abito che sembrava fatto di lana grezza. Brillava debolmente contro la colonna ondeggiante di fumo grigiastro dietro di lui.
— Dovrei distruggerti per la tua disobbedienza — disse con un tono di voce calmo, monotono, controllato.
Le mani mi prudevano dal desiderio di artigliargli la gola, ma non potevo muoverle. Sapevo che mi controllava, che avrebbe potuto fermare il battito del mio cuore con un movimento del sopracciglio, che poteva obbligarmi ad inginocchiarmi e a strisciare ai suoi piedi solo pensandolo. La furia dentro di me divenne più calda della pietra bruciata dal sole sulla quale stavo scalzo, più calda dell’abbagliante cielo senza nubi che brillava come ottone battuto sopra di noi.