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La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]

Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:

Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.
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Il suo sorriso di risposta mi disse come si sentiva. — Ma non così apertamente e a portata d’orecchio di Nestore e di Menelao e di altri che riporteranno le sue parole ad Agamennone. Faresti meglio ad occupartene. Il vecchio cantastorie nuota in acque pericolose.

— Grazie, mio signore. Vedrò cosa fare.

Mi affrettai verso il settore di Agamennone, oltrepassando capannelli di Achei scontenti che contavano il loro bottino.

Polete era seduto sulla sabbia vicino a un piccolo fuoco, praticamente sotto una delle navi del Sommo Re, circondato da una folla di Achei che sogghignavano o ridevano. Non c’erano nobili, fra loro, ma poco lontano, nell’ombra, notai Nestore in piedi, con le braccia magre incrociate sul petto, che guardava accigliato in direzione di Polete.

— …e vi ricordate quando Ettore li ha spinti tutti nuovamente verso le nostre porte, e lui è entrato con una freccia che gli aveva a malapena punto la pelle, piangendo come una donna: “Siamo perduti! Siamo perduti!”.

La folla intorno al fuoco scoppiò a ridere. Dovevo ammettere che il vecchio cantastorie sapeva imitare l’acuta voce di Agamennone quasi perfettamente.

— Mi chiedo cosa farà Clitennestra quando il suo coraggioso e nobile marito tornerà a casa — sogghignò Polete. — Mi chiedo se il suo letto è abbastanza alto da terra per nascondere il suo amante.

Alcuni uomini si rotolarono per terra dal ridere, con le lacrime agli occhi. Io cominciai ad aprirmi la strada attraverso la folla per raggiungere il mio servo.

Ma era troppo tardi. Una dozzina di uomini armati arrivarono a passo di marcia e l’auditorio di Polete si tolse rapidamente di mezzo. Riconobbi Menelao alla loro testa.

— Cantastorie! — disse brusco. — Il Sommo Re vuole sentire quello che hai da dire. Vediamo se le tue storie riescono a far ridere anche lui.

Gli occhi di Polete si spalancarono di paura improvvisa: — Ma io stavo solo…

Due guardie lo afferrarono sotto le ascelle e lo misero in piedi.

— Vieni con me — disse Menelao.

Io andai a mettermi di fronte a lui. — Questo è il mio servo. Me ne occuperò io.

Prima che Menelao potesse rispondere, si intromise Nestore. — Il Sommo Re ha chiesto di vedere questo narratore di storie. Nessuno può interferire! — Era il discorso più breve che gli avessi mai sentito fare.

Con una scrollata di spalle, Menelao si diresse verso l’alloggio di Agamennone, mentre le sue guardie trascinavano Polete dietro di lui, seguiti da Nestore, da me, e da tutti gli uomini che si stavano divertendo alle beffe del cantastorie.

Agamennone era ancora seduto sul suo trono improvvisato, grasso, rosso per il vino, attorniato dai tesori di Troia. Le sue dita paffute affondarono nei braccioli della sedia quando vide il cantastorie portato di peso ai suoi piedi. Aveva anelli luccicanti su tutte le dita, pollici compresi.

Polete si inginocchiò tremante davanti al Sommo Re, che fissò la sua magra, malconcia persona.

— Stavi raccontando bugie su di me — ringhiò Agamennone.

Il vecchio gli si avvicinò e sollevò il mento guardandolo in faccia. — Non è vero, Sommo Re. Io sono un cantastorie di professione. Non dico bugie, parlo solo di quello che vedo con i miei stessi occhi e sento con le mie stesse orecchie.

— Dici sporche bugie! — strillò Agamennone, la voce che gli diventava stridula. — Su mia moglie!

— Se tua moglie fosse una donna onesta, sire, non sarei nemmeno qui. Sarei nella piazza del mercato di Argo a raccontare storie alla gente, lì dove dovrei essere.

— Non voglio sentire nessuna calunnia su mia moglie — lo avvisò Agamennone.

Ma Polete insistette: — Il Sommo Re dovrebbe essere il giudice più importante di tutti, il più giusto, il più imparziale. Tutti sanno cosa sta succedendo a Micene; chiedi a chiunque. La tua prigioniera Cassandra, una principessa di Troia, ha profetizzato…

— Silenzio! — ruggì il Sommo Re.

— Come puoi far tacere la verità, figlio di Atreo? Come puoi cambiare il destino che il fato ha scelto per te?

Agamennone tremava, di rabbia. Si alzò e scese dalla pedana, davanti a Polete.

— Tenetelo fermo! — ordinò, sfoderando la daga ingioiellata alla sua cintura.

Le guardie afferrarono le fragili braccia di Polete.

— Io posso far tacere te, chiacchierone, separandoti dalla tua lingua bugiarda.

— Aspetta! — gridai, e mi aprii la strada a spinte verso di lui.

Agamennone mi guardò mentre mi avvicinavo, i piccoli occhi porcini improvvisamente preoccupati, quasi spaventati.

— Quest’uomo è mio servo — dissi — Lo punirò io.

— Molto bene, allora — disse Agamennone, indicando con la daga la mia spada di ferro. — Tu gli porterai via la lingua.

Scossi la testa. — Sarebbe una punizione troppo crudele per qualche parola scherzosa.

— Ti rifiuti di obbedirmi?

— Quest’uomo è un cantastorie — dissi cercando di difenderlo. — Se gli tagli la lingua lo condanni a morire di fame o alla schiavitù.

Lentamente, i lineamenti arrossati e pesanti di Agamennone si composero in un sorriso. Non era di gioia.

— Un cantastorie, eh? — si rivolse a Polete, che se ne stava in ginocchio floscio come un sacco di stracci nella presa delle due grosse guardie. — Dichiari di parlare solo di quello che vedi e che senti. Molto bene. Non vedrai né sentirai niente! Mai più!

Mi si contrasse lo stomaco quando mi resi conto di quello che intendeva fare. Allungai la mano verso la spada, ma incontrai dieci lance che mi circondavano, quasi toccandomi la pelle.

Una mano mi strinse la spalla. Mi voltai. Era Menelao, il viso serio. — Stai calmo, Orion. Il cantastorie deve essere punito. Non ha senso che tu ti faccia uccidere per un servo.

Polete mi fissava, con gli occhi che mi pregavano di fare qualcosa. Mi mossi verso di lui, solo per essere fermato dalle lance contro la mia carne.

— Mia moglie mi ha detto come l’hai protetta durante il saccheggio del tempio — mi disse Menelao all’orecchio, a voce bassa. — Sono in debito con te. Non obbligarmi a ripagarti con il tuo sangue.

— Allora corri da Ulisse — lo pregai. — Per favore. Forse lui può calmare l’ira del Sommo Re.

Menelao scosse appena la testa. — Sarebbe tutto finito prima che riuscissi a raggiungere la prima nave di Itaca. Guarda.

Nestore in persona prese un tizzone ardente da una delle pire, con un’espressione maligna e perversa sulla vecchia faccia. Agamennone glielo prese mentre le guardie tiravano indietro le braccia di Polete e uno di loro gli metteva un ginocchio sulla schiena. Agamennone afferrò il vecchio cantastorie per i capelli e gli arrovesciò la testa. Sentii di nuovo le punte delle lance che mi trapassavano gli abiti.

— Vagherai per il mondo nel buio, vile narratore di bugie.

Polete gridò di dolore mentre Agamennone gli bruciava per primo l’occhio sinistro e poi quello destro. Svenne. Con un sorriso da pazzo che gli distorceva ancora le grosse labbra, Agamennone gettò via il tizzone, estrasse di nuovo la daga e staccò le orecchie dalla testa del vecchio.

Le guardie lasciarono cadere sulla sabbia il corpo mutilato.

Agamennone alzò lo sguardo e disse con la sua voce più acuta: — Così la giustizia arriva a chiunque diffami la verità! — Poi si voltò, sogghignando, verso di me. — Puoi riprenderti il tuo servo, adesso.

I soldati che mi circondavano indietreggiarono, ma mi tennero ancora le lance puntate addosso, pronti a trafiggermi alla prima mossa sbagliata.

Guardai la forma sanguinante di Polete, poi il Sommo Re.

— Ho sentito la profezia di Cassandra — dissi. — Non viene mai creduta, ma non sbaglia mai.

Il sorriso mezzo demente di Agamennone svanì. Mi fissò. Per un lungo, eterno momento, pensai che avrebbe ordinato alle guardie di uccidermi sul posto.

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