Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]
- Автор: Дик Филип Кайндред
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 8804449365
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:
Pensò: “Era ovvio che sapesse di me, del mio show televisivo del martedì sera. L’ha creato lei con la droga. E quei due album… Involucri vuoti che teneva con sé per dare più credibilità all’allucinazione.
“Gesù Cristo, è proprio così?
“Ma i soldi che avevo in tasca quando mi sono svegliato nella camera d’hotel, allora? Tutto quel malloppo?” Si batté una mano sul petto, avvertì la spessa presenza del denaro, ancora lì. “Se nella vita reale trascorro i miei giorni in hotel infestati da pulci a Watts, da dove saltano fuori questi soldi?
“E inoltre sarei stato presente negli archivi della polizia, e in tutte le altre banche dati del pianeta. Non come un famoso cantante, ma come un barbone che non ha mai concluso niente. Uno che, per andare su di giri, può al massimo imbottirsi di pasticche. Solo Dio sa per quanto tempo. è possibile che io mi droghi da anni.
“Alys” ricordò “ha detto che ero già stato a casa sua.
“E, a quanto sembra” decise, “è vero. Dovevo andarci. Per prendere la mia dose.
“Forse sono soltanto uno tra molti che vivono esistenze sintetiche fatte di popolarità, denaro e potere grazie a una pasticca. Mentre in realtà vivono in vecchie e schifose camere d’hotel infestate dalle pulci. Nel ghetto. Derelitti, nullità. Zero. Che però, intanto, sognano.”
— Certo che lei dev’essere proprio immerso in profonde riflessioni — disse Mary Anne. Aveva finito la torta. Mostrava un’aria soddisfatta. E contenta.
— Ma — le disse — nel juke-box c’è davvero il mio disco?
Lei sgranò gli occhi nel tentativo di capire. — Come sarebbe a dire? L’abbiamo ascoltato. E c’è scritto il titolo su uno di quei cartellini. I juke-box non sbagliano mai.
Jason tirò fuori una moneta. — Me lo faccia risentire. Tre volte.
Obbediente, lei si alzò dal séparé, percorse il locale, si chinò sul juke-box. I capelli, lunghi e bellissimi, le scendevano sulle spalle forti. Dopo un po’, Jason sentì il disco. Sentì la sua canzone da hit parade. E la gente, nei séparé e al banco, annuiva e gli sorrideva, perché l’aveva riconosciuto. Sapevano che era lui a cantare. Erano il suo pubblico.
Quando il brano terminò, i clienti del caffè si misero ad applaudire. Jason rispose con il suo sorriso più automatico, più professionale, per ringraziarli di essere stato riconosciuto e di godere del loro favore.
— C’è — disse, quando la canzone ricominciò. Strinse il pugno, assestò un colpo robusto al tavolo di plastica che lo separava da Mary Anne Dominic. — Per Dio, c’è!
Mossa da uno di quei bizzarri, profondi, intuitivi desideri femminili di portare aiuto, Mary Anne disse: — E ci sono anch’io.
— Non mi trovo in una scalcinata stanza d’hotel, sdraiato su una brandina a sognare — disse lui.
— No, certo che no. — Il tono della ragazza era tenero, ansioso. Era ovvio che si preoccupava per lui. Per la sua apprensione.
— Sono di nuovo reale — disse Jason. — Ma se è potuto succedere una volta, per due giorni… Andare e venire in quel modo, svanire e riapparire…
— Forse è meglio uscire — disse Mary Anne, preoccupata.
Quella frase schiarì la mente a Jason. — Mi scusi — disse, ansioso di rassicurarla.
— È solo che qui la gente sta ascoltando.
— Non gli farà male. Lasci che ascoltino. Lasci che vedano che anche una star famosa in tutto il mondo ha comunque dei problemi e delle preoccupazioni. — Poi si alzò. — Dove vuole andare? — chiese a Mary Anne. — A casa sua? — Significava tornare indietro, ma si sentiva tanto ottimista da correre il rischio.
— A casa mia? — balbettò lei.
— Pensa che potrei farle del male?
Per un breve intervallo, lei restò a riflettere nervosamente. — N… No — rispose alla fine.
— Ha un giradischi — le chiese lui — a casa?
— Sì, ma non dei migliori. È soltanto stereo. Però funziona.
— Okay. — Jason la prese per mano e l’accompagnò verso la cassa. — Andiamo.
23
Mary Anne Dominic aveva dipinto da sé le pareti e il soffitto. Colori bellissimi, forti, pieni. Jason si guardò attorno, colpito. E i pochi oggetti d’arte nel soggiorno avevano una loro potente bellezza. Pezzi di ceramica. Jason prese in mano un delizioso vaso azzurro verniciato a vetro e lo studiò.
— L’ho fatto io — disse Mary Anne.
— Questo vaso apparirà nel mio show.
Mary Anne lo fissò meravigliata.
— Lo userò molto presto. Per la precisione… — Se lo immaginava già. — Un bel numero con effetti speciali. Io che emergo dal vaso cantando, come un genio. — Alzò il vaso in aria, lo fece ruotare su una mano. — Nowhere Nuthin’ Fuck-up — disse. — E la sua carriera decollerà.
— Forse è meglio se lo regge con tutte e due le mani — disse Mary Anne un po’ nervosa.
— Nowhere Nuthin’ Fuck-up. La canzone che ci ha dato più soddisfazioni… — Il vaso scivolò dalle dita di Jason e cadde. Mary Anne balzò in avanti, ma troppo tardi. Il vaso si ruppe in tre pezzi ai piedi di Jason. Gli orli non verniciati, sbiaditi e frastagliati, non avevano più la minima attrattiva.
Ci fu un lungo silenzio.
— Penso di poterlo aggiustare — disse Mary Anne. A lui non venne in mente niente che potesse dire.
— La cosa più imbarazzante che mi sia mai successa — continuò Mary Anne — mi è accaduta una volta con mia madre. Lei aveva una malattia progressiva ai reni, il morbo di Bright. Andava di continuo in ospedale, quando io ero piccola, e in tutte le conversazioni riusciva sempre a dire che sarebbe morta di quello e che io ne avrei sofferto un mondo, come se fosse stata colpa mia. E io le credevo sul serio, credevo che un giorno sarebbe morta. Però poi sono diventata adulta, ho lasciato casa nostra, e mia madre non era ancora morta. E io, quasi, mi sono dimenticata di lei. Avevo la mia vita, le mie cose da fare. Quindi, ovviamente, ho scordato la sua maledetta malattia renale. Poi un giorno lei è venuta a trovarmi, non qui, nell’appartamento che avevo prima, e ha continuato a tormentarmi con il racconto dei suoi dolori e con le sue lamentele eccetera eccetera… Alla fine le ho detto: “Devo andare a fare la spesa per la cena”, e sono uscita. Mia madre è venuta con me, camminando come poteva. Lungo la strada mi ha informata che ormai tutti e due i reni erano ridotti in condizioni tali che glieli dovevano togliere, che sarebbe stata ricoverata per l’operazione, che avrebbero cercato di trapiantarle un rene artificiale ma che, probabilmente, non avrebbe funzionato. Stava per morire sul serio, come aveva sempre detto… E all’improvviso io ho alzato gli occhi e mi sono resa conto di essere nel supermarket, al banco della carne, e quel commesso così carino che mi piaceva tanto si era avvicinato a salutare, e poi mi ha chiesto: “Cosa posso darle oggi, signorina?”. E io gli ho risposto: “Stasera a cena vorrei un timballo di rognoni”. Era imbarazzante. “Un grosso timballo di rognoni” gli ho detto, “croccante e tenero e ripieno di un buon sugo.” “Per quante persone?” ha chiesto lui. Mia madre continuava a fissarmi con un’espressione stravolta. Mi ero ficcata in quella situazione e non sapevo più come venirne fuori. Alla fine ho comperato un timballo di rognoni, ma ho dovuto andare al reparto gastronomia. Era in scatola, veniva dall’Inghilterra. L’ho pagato mi pare quattro dollari. Era ottimo.
— Le pagherò il vaso — disse Jason. — Quanto vuole?
Lei esitò. — Be’, a lei dovrei fare il prezzo al minuto perché non è un negoziante, e quindi…