Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]
- Автор: Дик Филип Кайндред
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 8804449365
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:
Il pulsante.
Lo premette, abbrancò gli album, restò in piedi davanti al cancello che incredibilmente, lentamente, si aprì, gracchiando una sua rumorosa protesta.
Apparve un uomo in uniforme marrone, armato. Jason disse: — Sono dovuto tornare a prendere una cosa che avevo scordato sul trabi.
— È tutto a posto, signore — disse l’uomo con l’uniforme marrone. — L’ho vista uscire e sapevo che sarebbe tornato.
— La donna è pazza? — gli chiese Jason.
— Non sono nella posizione per poterle dare una risposta, signore — rispose l’uomo con l’uniforme marrone, e indietreggiò, sfiorando con la mano la visiera del berretto.
La porta d’ingresso della casa era ancora aperta, come l’aveva lasciata lui. Jason rientrò, scese gli scalini di mattoni, si ritrovò in quel soggiorno del tutto irregolare, con il soffitto alto due milioni di chilometri. — Alys! — disse. Lei era nella stanza? Scrutò con cura meticolosa in ogni direzione, come aveva fatto per cercare il pulsante. Spostò lo sguardo su ogni centimetro visibile della stanza. Il banco all’estremità, con quel bel mobile in noce per le droghe. Divano, poltrone. Quadri alle pareti. Il viso di uno dei quadri si stava facendo beffe di lui, ma a Jason non importava: non poteva lasciare la parete. Il giradischi quadrifonico…
I suoi dischi. Ascoltarli.
Tentò di sollevare il coperchio del giradischi, ma non voleva muoversi. Perché? Era chiuso a chiave? No, bisognava spingerlo di lato. Jason lo spinse, e il coperchio si mosse con un rumore terribile, come se fosse stato distrutto. Il braccio. Il perno. Estrasse dalla busta uno dei suoi album e lo sistemò sul piatto. “Questi aggeggi li so far funzionare” si disse, e accese l’amplificatore, regolandolo sulla posizione “phono”. Il pulsante che accendeva il giradischi. Lo premette. Il braccio si sollevò; il piatto cominciò a girare, con una lentezza straziante. Che diavolo succedeva? Era sbagliata la velocità? No. Controllò; era a posto. Trentatré giri e un terzo. Il meccanismo ebbe un sussulto, e il disco scese sul piatto.
Il rumore forte della puntina che si appoggiava sui solchi iniziali. I crepitii della polvere. Ticchettii. Tipico dei vecchi album quadrifonici. Non ci voleva niente per danneggiarli: bastava respirarci sopra.
Suoni di fondo. Altri crepitii.
Nessuna musica.
Jason sollevò il braccio, lo spostò più avanti. Un forte ruggito quando la puntina si appoggiò sulla superficie. Lui fece una smorfia, cercò il comando per abbassare il volume. Ma ancora non c’era musica. Non c’era il suono della sua voce che cantava.
La morsa della mescalina cominciava a diminuire. Si sentiva freddamente, lucidamente sobrio. L’altro disco. Lo estrasse in fretta dalla copertina, lo mise sul perno, lo fece scendere sul piatto.
Il suono della puntina che toccava la superficie plastica. Suoni di sottofondo, e gli inevitabili crepitii. Ma niente musica.
Sui dischi non era inciso nulla.
Parte terza
21
— Alys! — urlò Jason Taverner. Non ci fu risposta. “È la mescalina?” si chiese. Goffo e impacciato, si spostò dal giradischi alla porta dietro cui era scomparsa Alys. Un lungo corridoio, uno spesso tappeto di lana. In fondo, scale con una ringhiera in ferro battuto, nero, che portavano al primo piano.
Percorse il corridoio alla massima velocità che gli era possibile, raggiunse le scale, le salì.
Il primo piano. Un atrio con un antico tavolo Hepplewhite in un angolo, ingombro di numeri della rivista “Box”. Stranamente, quel particolare attirò la sua attenzione: chi leggeva una rivista pornografica di basso livello e di ampia diffusione come “Box”? Felix o Alys? O tutti e due? Andò avanti, continuando a notare minimi particolari, senza dubbio a causa della mescalina. Il bagno. L’avrebbe trovata lì.
— Alys — disse truce. Il sudore gli colava dalla fronte su naso e guance; le ascelle si erano intrise di umidità per colpa delle emozioni che gli percorrevano a cascata il corpo. — Dio ti maledica! — disse, parlando con lei anche se non la vedeva. — Non c’è niente su quei dischi. Non ci sono io. Sono falsi, vero? — “O sarà solo un effetto della mescalina?” si chiese. — Devo saperlo! Fammeli sentire, se sono veri. È rotto il giradischi, per caso? La puntina si è spezzata? — “Succede” pensò. “Magari passa sopra i solchi senza leggerli.”
Una porta socchiusa. La spalancò. Una camera da letto, col letto sfatto. E, sul pavimento, un materasso con un sacco a pelo. Un mucchietto di articoli per uomo: crema da barba, deodorante, rasoio, dopobarba, pettine… “Un ospite” pensò Jason. “È stato qui, ma se n’è andato.”
— C’è qualcuno? — urlò. Silenzio.
Più avanti c’era il bagno. Dietro la porta socchiusa intravide una vasca sorprendentemente vecchia, che poggiava su zampe di leone verniciate. “Un pezzo d’antiquariato” pensò. “Persino la vasca.” Percorse a passi incerti il corridoio, superò altre porte. Arrivò al bagno e spalancò l’uscio.
E vide, sul pavimento, uno scheletro.
Indossava calzoni neri, una camicia di pelle rossa, una cintura a maglie di catena con la fibbia in ferro battuto. Le ossa dei piedi si erano liberate delle scarpe dai tacchi alti. Qualche ciuffo di capelli era ancora attaccato al cranio, ma, oltre a quelli, non restava nulla: erano scomparsi gli occhi, tutta la carne. E lo scheletro si era già ingiallito.
— Dio. — Jason barcollò. Vacillò, e la sua percezione della gravità si frantumò. Il suo orecchio medio, sottoposto a pressioni, si mise a fluttuare, e la stanza prese a ruotargli attorno, nel silenzio di una danza perpetua. Come una ruota panoramica in un luna park.
Chiuse gli occhi, si appoggiò al muro, poi, alla fine, guardò di nuovo.
“È morta” pensò. “Ma quando? Centomila anni fa? Un minuto fa?”
“Perché è morta?
“È un effetto della mescalina che ho preso? È reale?”
Era reale.
Si chinò a toccare la camicia con le frange. La pelle era morbida, soffice; non si era decomposta. Il tempo non aveva toccato i vestiti. Il che significava qualcosa, ma lui non era in grado di capirlo. “Soltanto lei” pensò. “Tutto il resto, in questa casa, è com’era prima. Quindi non può essere colpa dell’effetto della mescalina. Però non posso esserne certo. “Devo scendere al piano di sotto. Andarmene da qui.” Ripercorse a zigzag il corridoio. Non aveva ancora ritrovato del tutto la posizione eretta, per cui corse piegato in due, come una scimmia di una specie insolita. Si aggrappò alla ringhiera in ferro nero, scese due, tre scalini alla volta, inciampò e cadde, si tirò su, si rimise in piedi. Nel petto, il suo cuore batteva affannosamente, e i polmoni, sottoposti a uno sforzo eccessivo, si riempivano e si svuotavano come mantici.
In un attimo aveva attraversato il soggiorno, era alla porta d’ingresso. Poi, per ragioni che gli erano oscure ma che in qualche modo gli erano parse importanti, prese i due album dal giradischi, li infilò nelle copertine, li portò con sé quando uscì dalla casa, nel sole caldo e luminoso della mattina già avanzata.
— Se ne va, signore? — chiese il pol privato con l’uniforme marrone, quando lo vide apparire ansante.
— Non mi sento bene — rispose Jason.
— Mi spiace, signore. Posso esserle d’aiuto?
— Le chiavi del trabi.
— Di solito la signorina Buckman lascia le chiavi nel cruscotto — disse il pol.