Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]
- Автор: Дик Филип Кайндред
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 8804449365
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:
— Le ho già cercate — ansimò Jason.
Il pol disse: — Vado a chiederle alla signorina Buckman.
— No — ribatté Jason. Poi pensò: “Ma se è solo effetto della mescalina, è tutto a posto, giusto?”.
— No? — ripeté il pol, e di colpo la sua espressione cambiò. — Resti lì dov’è — disse. — Non si avvicini al trabi. — Girò sui tacchi e schizzò verso la casa.
Jason corse sull’erba, in direzione dello spiazzo d’asfalto e del trabi. Le chiavi. Erano nel cruscotto? No. Nella borsa. La afferrò, rovesciò l’intero contenuto sui sedili. Mille oggetti ma le chiavi non c’erano. Poi, a trafiggerlo, un urlo rauco.
Il pol apparve al cancello della casa, con un’espressione stravolta. Si spostò di lato, con più calma. Alzò la pistola, la tenne stretta con entrambe le mani, e sparò a Jason. Ma l’arma sussultò; il pol tremava troppo.
Jason strisciò fuori dall’altra portiera del trabi, si gettò sul prato alto e umido, corse verso le querce.
Il pol sparò un’altra volta. E mancò di nuovo il bersaglio. Jason lo sentì bestemmiare. Il pol cominciò a correre verso di lui, per raggiungerlo; poi, all’improvviso, fece dietrofront e ripartì a tutta velocità verso la casa.
Jason arrivò agli alberi. Si infilò tra gli arbusti, tra i rami che gli sferzavano di continuo il volto. Un alto muro di mattoni… e cosa aveva detto Alys? Frammenti di vetro cementati in cima? Strisciò lungo la base del muro, combattendo con i folti arbusti, poi di colpo si trovò davanti una porta in legno: era socchiusa, e dietro si vedevano degli altri alberi e una strada.
Non era l’effetto della mescalina. Anche il poliziotto l’aveva visto. Il corpo di Alys. Quel vecchio scheletro. Di qualcuno morto da tanti anni.
Sul lato opposto della via, una donna, con le braccia cariche di pacchi, stava aprendo la portiera del suo flipflap.
Jason attraversò la strada. Costrinse la propria mente a rimettersi al lavoro, a scacciare i postumi della mescalina. — Signora…— ansimò.
La donna, stupefatta, alzò gli occhi. Giovane, di corporatura robusta, ma con bellissimi capelli biondo rame. — Sì? — chiese nervosa, scrutandolo.
— Mi è stata somministrata una dose tossica di qualche droga — disse Jason, cercando di mantenere calma la voce. — Mi accompagna a un ospedale?
Silenzio. Lei continuò a fissarlo con occhi sgranati; lui non disse niente, restò lì ad aspettare, ansimando. Sì o no: o una cosa, o l’altra.
La ragazza con i capelli biondo rame disse: — Non… non sono una grande autista. Ho preso la patente la settimana scorsa.
— Guido io — disse Jason.
— Però io non vengo. — La ragazza indietreggiò, stringendo al petto i pacchi avvolti in carta marrone. Probabilmente stava andando all’ufficio postale.
— Posso avere le chiavi? — Jason tese la mano e aspettò.
— Ma lei potrebbe svenire, e il mio flipflap…
— Allora venga con me.
Lei gli diede le chiavi e si sistemò sul sedile posteriore. Jason, con il cuore che pulsava di sollievo, si mise alla cloche, inserì la chiave nel cruscotto, e un istante dopo il flipflap si alzò in cielo, alla sua velocità massima di quaranta nodi orari. Per qualche bizzarra ragione, notò che era un modello non costoso, un Ford Greyhound. Molto economico. E nemmeno nuovo.
— Soffre molto? — gli chiese la ragazza, ansiosa. Il suo viso, nello specchietto retrovisore, mostrava ancora nervosismo, quasi panico. La situazione era troppo insolita per lei.
— No — le rispose Jason.
— Che droga era?
— Non me l’hanno detto. — La mescalina aveva praticamente esaurito il suo effetto. Per fortuna, la fisiologia da Sei di Jason possedeva tutta la forza necessaria per combatterlo. Non gli sarebbe affatto piaciuta l’idea di pilotare un flipflap così lento nel traffico mattutino di Los Angeles mentre era imbottito di mescalina. Di una dose molto forte. Nonostante quel che aveva detto lei.
Lei. Alys. “Perché non c’è inciso niente sui dischi?” si chiese. I dischi. Dov’erano? Si guardò attorno, frenetico. Oh, sul sedile al suo fianco. Li aveva caricati a bordo senza nemmeno rendersene conto. “Quindi, sono in salvo. Posso provare ad ascoltarli su un altro giradischi.”
— L’ospedale più vicino — disse la ragazza — è il St Martin, fra la Trentacinquesima e la Webster. È piccolo, però io ci sono stata per farmi togliere un porro dalla mano, e mi sono sembrati molto coscienziosi e gentili.
— Andremo lì — disse Jason.
— Si sente meglio o peggio?
— Meglio.
— È uscito dalla casa dei Buckman?
Lui annuì. — Sì.
La ragazza disse: — È vero che il signore e la signora Buckman sono fratello e sorella? Cioè…
— Gemelli.
— È quello che mi risulta — disse la ragazza. — Però, sa, è strano. Vedendoli assieme, sembrano marito e moglie. Si baciano e si tengono per mano, e lui tratta lei con molta gentilezza, e poi a volte fanno delle litigate tremende. — Restò in silenzio per un attimo, poi si protese in avanti e disse: — Io mi chiamo Mary Anne Dominic. E lei?
— Jason Taverner — rispose lui. Non che significasse qualcosa. A conti fatti. Dopo quello che gli era parso per un istante… Poi la voce della ragazza spezzò il corso dei suoi pensieri.
— Sono una vasaia. — Il tono era timido. — Questi sono vasi che porto all’ufficio postale, per spedirli a negozi della California settentrionale. Soprattutto Gump’s a San Francisco e Frazer’s a Berkeley.
— Lavora bene? — chiese lui. Quasi tutta la sua mente, le sue facoltà, si erano fermate nel tempo, fissate nell’istante in cui aveva aperto la porta del bagno e visto Alys, quella cosa, sul pavimento. La voce della signorina Dominic gli giungeva remota.
— Ci provo. Ma non si sa mai. Comunque, vendo.
— Ha due mani forti — commentò lui, in mancanza di meglio da dire. Le parole continuavano a uscire dalle sue labbra quasi per automatismo, come se le stesse formulando solo con un frammento della mente.
— Grazie — disse Mary Anne Dominic. Silenzio.
— Ha superato l’ospedale — disse Mary Anne Dominic. — È un po’ più indietro, sulla sinistra. — L’ansietà dei primi attimi era tornata a insinuarsi nella sua voce. — Vuole davvero andarci, oppure è solo…
— Non abbia paura — le rispose Jason, e questa volta prestò attenzione a ciò che diceva. Utilizzò tutte le sue doti per assumere un tono gentile e rassicurante. — Non sono uno studente in fuga. E non sono nemmeno scappato da un campo di lavori forzati. — Girò la testa, fissò la ragazza in viso. — Però sono nei guai.
— Allora lei non ha assunto una droga tossica. — La voce della ragazza tremò. Era come se si fosse finalmente verificata la cosa che aveva sempre temuto di più in vita sua.
— Adesso atterro — disse Jason. — Per rassicurarla. A me sta bene. La prego, non si agiti. Non le farò del male. — Ma la ragazza era rigida, immobile. Stava aspettando… Nessuno dei due sapeva cosa.
A un incrocio, molto affollato, Jason atterrò sul marciapiede e aprì la portiera. Poi, d’impulso, restò a bordo del flipflap per un altro attimo. Si girò di nuovo verso la ragazza.
— Per favore, scenda — implorò lei. — Non vorrei essere scortese, ma ho molta paura. Girano di continuo voci sugli studenti affamati che in un modo o nell’altro riescono a superare le barricate attorno ai campus…
— Mi stia a sentire — la interruppe lui, seccamente, interrompendo il fiume delle parole di Mary Anne Dominic.
— Okay. — La ragazza si ricompose, appoggiò le mani sui pacchi che aveva in grembo, in un’attesa rispettosa e carica di timore.
— Non dovrebbe lasciarsi spaventare così facilmente. Se no la vita sarà sempre troppo stressante per lei.