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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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A meno che non fosse vero.

A meno che lui e lo Squartatore non fossero più vicini di quanto lui stesso potesse immaginare, e che, in qualche modo, il suo subconscio non si fosse sintonizzato con questa idea. In tal caso, però, doveva trovare quell’uomo, scoprire dove si nascondeva durante la notte e chiamare la polizia. Diventare un eroe, esattamente come aveva previsto, e poi sfidare suo padre a castigarlo di nuovo, a dubitare di lui e a guardarlo con quei suoi occhi pietosi. Sfidarlo a gridare perché era uscito di casa senza permesso.

Pazzo.

Si affrettò verso il parco.

Pazzo.

Fece scivolare le mani nelle tasche dei pantaloni, tenendo fuori i pollici, e cercò di non pestare troppo con i talloni. Doveva apparire naturale, era uscito solo per una passeggiatina notturna; questo nel caso venisse fermato da una macchina di pattuglia alla quale avrebbe dovuto spiegare che cosa stava facendo per la strada a quell’ora, con un pazzo in libertà. Non glielo avrebbe certo potuto dire. Non avrebbe potuto dire che conosceva lo Squartatore, perché non gli avrebbero creduto. Doveva trovarlo e scoprire dove si nascondeva, e solo allora avrebbe potuto chiamare i rinforzi.

Quasi all’angolo, una macchina sterzò fin sul marciapiede e la porta del passeggero si aprì. Rallentò e guardò all’interno: trattenne il fiato quando vide Tar.

«Ehi, Paperino, la tua mammina sa che sei fuori?»

«Piantala», disse in tono cupo.

«Oh, povero Paperino. Ehi, Brian, Paperino ha detto di piantarla.»

Pratt si sporse dal finestrino e fece una smorfia. «Okay, signor Paperino. Ai tuoi ordini.»

Don lo guardò con aria minacciosa e continuò a camminare, mentre la macchina lo seguiva lentamente.

«Ehi, Boyd», bisbigliò Tar, «sono contento di vedere che hai ritrovato la tua giacca. Sembra nuova. Come hai fatto a togliere la merda?»

Don si fermò e si girò, ma Brian partì, mentre la sua risata e quella di Tar riempivano la notte.

Avrebbe voluto dargli un pugno, ma non sarebbe servito a niente e si sarebbe soltanto trovato in mezzo a una rissa. Ma erano stati loro, e lui sospirò, perché suo padre non ci avrebbe mai creduto.

All’angolo si fermò di nuovo, aspettando nell’oscurità che passasse un autobus, e nel frattempo considerò la possibilità di tornare indietro, a casa di Tracey. L’avrebbe trovata già a letto, ma un sassolino scagliato contro la finestra forse l’avrebbe fatta uscire prima che si svegliasse suo padre. Le avrebbe parlato. Glielo avrebbe detto. Avrebbe…

«Merda», mormorò, e attraversò di corsa la strada, raggiungendo il muro del parco a tutta velocità e scavalcandolo senza un attimo di esitazione.

Passò un minuto, poi altri cinque, prima che si rialzasse e si incamminasse lungo il vialetto centrale. Il parco era tutto per lui, sapeva benissimo che non c’era assolutamente nessuno nelle vicinanze, nessuno che lo potesse udire, o che gli potesse chiedere qualcosa, o che lo riportasse a casa.

Era solo.

Ma mentre si avvicinava al laghetto circondato dalla luce, si rese conto che non era così.

C’era qualcosa lì attorno, nell’oscurità.

Qualcosa di familiare.

Rallentò il passo; si fermò; si spostò di lato poco prima che terminassero gli alberi, e guardò fisso verso la luce.

Laggiù, pensò, allungando il collo. Era laggiù, sull’altro lato, immobile, si limitava a guardare; quando allungò il braccio dietro di sé, si rese conto, bestemmiando in silenzio, che aveva dimenticato la torcia — non aveva niente che potesse essere utilizzato come arma.

Brian e Tar; dovevano essere loro, ritornati per assicurarsi che avesse capito la lezione. Per spaventarlo. E quando fosse arrivata la polizia, li avrebbe trovati profondamente addormentati nel loro letto, e lui avrebbe dovuto spiegare che cosa stava facendo nel parco.

Fece qualche passo indietro.

Con una mano si strofinò la bocca.

Pazzo; ammesso che non fosse pazzo prima, ora lo era sicuramente per il solo fatto di pensare una cosa del genere. Il poster aveva sicuramente una spiegazione, e le ombre erano dovute ai suoi nervi, a causa di Pratt e del suo odio, ma questa era pura follia.

Cercò freneticamente un arbusto e trovò un ramo secco lungo poco più di un metro. Lo afferrò, lo batté contro il palmo della mano, pregando il cielo di non essere costretto a usarlo, anche se non sapeva bene contro chi o che cosa avrebbe potuto farlo.

Poi una voce dietro di lui disse: «Ragazzino fottuto» e una mano gli afferrò la gola.

Don urlò senza emettere alcun suono, mentre la sua mano si contorceva e il bastone gli cadeva, prima ancora di riuscire a fare un qualsiasi movimento, un braccio lo afferrò immobilizzandolo. Brian, urlò in silenzio; Tar, per l’amor del cielo, mettete giù le mani! Ma la sua testa fu spinta all’indietro e quando alzò lo sguardo vide la manica di tweed, il sangue secco, e capì.

Il panico si impossessò di lui e lo svuotò completamente. Ma non sarebbe morto. Amanda era morta e Sam era morto, ma lui non sarebbe morto perché non era uno qualsiasi, non era soltanto un nome riportato dai giornali; era Don Boyd, e Don Boyd non sarebbe morto. Non ancora. Cristo, non ancora.

Lo Squartatore era troppo forte per poter lottare, e lui non aveva altra scelta che lasciarsi trascinare lungo il bordo del laghetto, con il collo sul punto di rompersi, il respiro difficoltoso e la parte posteriore della testa riscaldata dall’alito del mostro.

«Ragazzino fottuto», disse Tanker Falwick. «Di sicuro sei uno di quei fottuti ragazzini.»

Don fece oscillare una gamba e picchiò il tallone contro il cemento. L’uomo imprecò e Don piagnucolò per il dolore che gli attraversò la spina dorsale, ma almeno il cammino verso l’oscurità fu momentaneamente sospeso.

Falwick bisbigliò: «Vuoi fare il bagno? Come quella puttana? Vuoi fare il bagno, moccioso?»

Gli arrivò un calcio nel polpaccio, Don cadde e le dita lasciarono andare la gola, per afferrare una ciocca di capelli. Gli occhi iniziarono a lacrimare: l’uomo gli afferrò il braccio sinistro per il polso e glielo piegò dietro la schiena.

«Ascoltami, moccioso!» gli mormorò affannosamente nell’orecchio. «Piantala di rompere le balle e guarda! Vedi quella merda là in fondo? È sangue, vecchio mio. Sangue. Di quella puttana. Stupendo, vero? Ci devono essere almeno quattro litri di sangue laggiù, almeno quattro fottuti litri. E sai una cosa, moccioso? Possono anche andare avanti per cent’anni, ma non riusciranno mai a togliere da lì il sangue di quella puttana.» Una risata stridula, e la faccia di Don venne premuta con maggior forza contro la terra. «Hai fame, ragazzo? Vuoi leccare, moccioso? Vuoi…»

«Ti prego», provò a dire Don.

«Oddio, sentitelo!»

Ingoiò muco e acido e cacciò via le lacrime, domandandosi perché mai non aveva il fisico di Fleet o di Tar: avrebbe potuto divincolarsi dalla stretta dell’uomo, girarsi e ridurlo a pezzi sanguinanti proprio dove era morta Amanda.

Tanker gli premette la testa ancora più verso la terra, e quando il naso toccò il cemento, lui chiuse gli occhi con forza.

«Ti prego», disse, non più implorandolo, ma quasi ordinandoglielo.

«Ehi, fottuto ragazzino, il vecchio sergente ti sta facendo diventare matto? Ti sto facendo diventare matto, moccioso?»

Era proprio così. Non riusciva a capirlo, ma era proprio così. Era terrorizzato da quello che stava per accadere e arrabbiato per quella sua impotenza; non voleva morire, ma non c’era assolutamente nulla che potesse fare, niente di niente, come sempre.

«Io … Io non dirò niente, te lo giuro, non dirò niente.»

«Ah, il moccioso mi sta implorando. E non è bello. Sai una cosa, moccioso? Lo fanno sempre tutti. Alla fine mi implorano tutti. Sono convinti che io sia una merda, ma alla fine implorano tutti.»

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