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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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Gli alberi erano enormi, col tronco grosso come quello dei funghi mangerecci, con un fogliame lanuginoso e viticcioso, foggiato e tessuto in giganteschi anemoni di mare, splendenti di tutti i colori della Terra, dei sei colori contigui dei Phalid, e di ogni tono, combinazione e gradazione concepibili. Il cuore cavo sulla sommità di ogni albero scintillava di un bellissimo callicromo.

I colori erano vivaci e luminosi come la luce del sole attraverso vetri dipinti, e la foresta era sgargiante per quanto la luce del fioco sole verde le permettesse. Sembrava particolarmente magnifica accanto alle scure colline ondulate e alle paludi verdi e umide coperte di bassi giunchi. E, sebbene gli alberi, se di alberi si trattava, possedessero una bellezza impetuosa, i tronchi e i rami avevano un aspetto paffuto e carnoso che inquietava.

Wratch aveva bisogno solo di tre minuti per fare quello che doveva, e la foresta sembrava essere l’unico rifugio, la sola possibilità per un temporaneo nascondiglio.

Fugacemente si domandò il motivo della soffocante familiarità della foresta. Era forse una suggestione, un’aura degli stessi Phalid? Eppure, com’era possibile? I lunghi passi di Wratch esitarono, vacillarono un momento. La foresta era davanti, e i Phalid erano dietro, perciò la foresta era la minore delle due minacce.

Si guardò attorno disperato, ma non vide nessun’altra possibilità di fuga, e obbligò il corpo dinoccolato a dirigersi verso le navate ombreggiate di porpora. Improvvisamente scoprì che era il corpo del Phalid, e non la sua mente, che temeva la foresta colorata. Ogni cellula fremeva di una paura profondamente radicata, un istinto che faceva rabbrividire le fibre del grande corpo nero. La vegetazione così gaiamente striata sembrava una compagine di mostri grotteschi, e le profondità ombrose erano ostili come la morte.

Un colpo sparato da un’arma dei Phalid passò sopra la sua testa. La foresta era vicina. Wratch non esitò. Con i nervi tremanti, vi si tuffò.

Corse e corse, cambiando direzione per confondere gli inseguitori. La ragazza cominciava a essere stanca, e i suoi passi stavano ovviamente rallentando. Wratch si guardò indietro e non vide altro che i grossi tronchi di cento fantastici colori.

Era una foresta di morte. Vide molti involucri opachi di Phalid morti da tempo, carapaci neri, secchi come elitre abbandonate da scarafaggi giganteschi, e con un moto di orrore vide uno scheletro umano, bianco, miserabile, e indicibilmente perduto in quella giungla aliena.

Allora si fermò, si mise in ascolto, ogni vibrissa uditiva tesa nella camera di risonanza sotto il carapace.

Silenzio. Nessun rumore di passi. Si erano forse liberati degli inseguitori?

Il terrore avvertito dal corpo lentamente iniziò a pervadergli il cervello. Guardò in alto, guardò in basso, non vide altro che stormire di foglie, tronchi grassocci, rosso, verde, giallo, arancione, azzurro, i sette colori dei Phalid, combinazioni infinite. Ciò nondimeno Wratch percepiva un’intelligenza vicina, udiva voci malevole parlargli sopra la testa, sogghignare maligne in spaventosa anticipazione.

Dal tronco di un albero cresceva un grappolo di quel frutto delizioso che aveva mangiato sulla nave. Era stanco, aveva bisogno di cibo. Stava quasi allungando un tentacolo per raccoglierlo, ma pensò che non aveva tempo per il cibo. O forse una sorta di istinto l’aveva messo in guardia? Ritirò il tentacolo, si allontanò. La sua prima preoccupazione era di montare il trasmettitore di segnale.

Posò le tre parti sul terreno umido e freddo, e si mise al lavoro. Tre navicelle spaziali dei Phalid fischiarono basse nel cielo verde scuro, alla ricerca, pensò Wratch, dei due che erano fuggiti dalla nave. Osservò il fogliame spugnoso. Si era infittito, si era forse abbassato, avvicinato? Questo pensiero mandò spasmi incontrollati attraverso il corpo.

Risolutamente ignorò il terrore riflesso, montò i tre pezzi del dispositivo il cui buon funzionamento era atteso da un pianeta intero.

Aveva quasi finito. Doveva stringere la connessione, far scattare l’interruttore, e scagliare nello spazio un raggio permanente che avrebbe eccitato, entro cinque minuti, cento relè in altrettante navi della flotta spaziale terrestre.

Ma Ryan Wratch venne interrotto. Udì un urlo acuto e stridente. Si girò di scatto e vide la ragazza lottare contro tre o quattro gambi luccicanti che erano spuntati dal terreno. Erano germogli all’apparenza fragili, ma incredibilmente mobili e resistenti, che cercavano di crescere attorno a lei, e di imprigionarla in un fitto intreccio.

Wratch sentì una cosa liscia e fresca tastargli il dorso. A quel tocco il nero corpo lucente si afflosciò, si rilassò in un fluire di pace cantilenante, immerso nella beata conclusione della vita.

Il cervello umano di Wratch protestò, lottò freneticamente, inviò ordini a nervi riluttanti. Scalciò, e le fiacche membra spezzarono il fragile gambo. La vita ritornò lentamente nel corpo. Corse a strappare le radici avvinghiate alla ragazza. Una le si avvolse intorno al ginocchio. La ragazza gridò ancora, e la sua agonia colpì come un maglio il cervello di Wratch.

Batté, colpì, schiacciò, liberò la ragazza. Perdeva sangue dal ginocchio. La ragazza rabbrividì, gli si strinse vicino, e Wratch sentì nel suo cervello un sollievo soffocato per essere libera, per essergli accanto. E Wratch, ricordando stranamente in quell’attimo il disgusto e la nausea della signorina Elder, fu grandemente sorpreso e anche un po’ imbarazzato.

Tutto ciò accadde nei tre secondi che Wratch impiegò per estrarre la sua arma e ridurre il terreno circostante in un deserto fumante. Adesso, pensò, sapeva perché i Phalid avevano abbandonato la caccia sul limitare della foresta, sapeva perché i suoi istinti di Phalid si erano ribellati al pensiero di quelle navate dagli strani colori. A quanto pareva la foresta era un luogo maledetto. E a quanto pareva i Phalid confidavano che la foresta provvedesse a fare giustizia.

Le radici spuntarono di nuovo, questa volta insolitamente esitanti, come se dirette da una vasta intelligenza offesa. Una forte voce ronzante risuonò dal fogliame sopra la loro testa. Wratch balzò per la radura, con l’arma pronta a sparare.

«Fratello, fratellino, sei forse anormale di mente?» disse la voce in toni gentili e sorpresi. «Tu bruci le braccia che ti avvolgono per l’eternità? Non è Bza che ti ha condotto al Padre?»

Wratch si guardò attorno in cerca del Phalid che aveva parlato, ma non vide nessuno.

«No,» rispose. «Sono venuto qui per altri motivi. Vieni fuori, dovunque tu sia, o rado al suolo ogni albero in vista.»

Una pausa. Wratch percepì un’intelligenza, una mostruosa intelligenza aliena, toccargli il cervello, e subito ritrarsi.

«Ah, non mi meraviglio che tu uccida le braccia del Padre. Il tuo corpo è quello dei figli, il tuo cervello è una cosa orrenda, un’energia insidiosa e volubile, e non sai nulla di Bza.»

«È vero,» disse Wratch, tenendo pronta l’arma. «Io sono del pianeta Terra, attaccato dalle creature di questo pianeta. E tu chi sei? Dove sei?»

«Io sono tutt’attorno a te,» disse la voce. «Io sono la foresta… il Padre.»

Per un attimo, la mente di Wratch fu presa alla sprovvista. Poi riacquistò il proprio equilibrio. Era molto interessante, ma il tempo stava passando. Ritornò lentamente dove aveva lasciato il trasmettitore.

Era scomparso.

Irrigidito per l’ansia, Wratch si voltò di scatto. Vide il trasmettitore su in alto, stretto da un germoglio bianco e spiraleggiante.

«Lascialo,» ronzò incalzante. «Lascialo, ti dico!»

«Calma, fratello, calma e silenzio nella foresta Padre. Questo è Bza.»

Wratch colpì la base del gambo, che si spezzò e cadde. In un istante aveva liberato il trasmettitore. Uno stelo rapidamente lo avvolse da dietro e lo immobilizzò. Il trasmettitore cadde. Spuntò un altro stelo, e Wratch si ritrovò impotente. La ragazza gli corse accanto, tirò lo stelo, ma era più duro del primo, e rivestito di una pelle coriacea e flessibile.

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