I racconti inediti
- Автор: Вэнс Джек Холбрук
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:
Wratch ronzò freneticamente rivolgendosi alla ragazza. Se solo avesse potuto parlare, se solo lei avesse capito!
Con un calcio fece rotolare il trasmettitore in uno spazio aperto, e sempre con un calcio cercò di farla andare vicino al trasmettitore. La ragazza lo raccolse.
«È questo che vuoi?»
«Zz — zz — zz!» ronzò Wratch.
«Una volta per no, due per sì,» gli disse, indietreggiando per evitare un braccio bianco che si avvicinava strisciando. «Vuoi che faccia qualcosa?»
«Zz! Zz!» e Wratch tentò di annuire col collo rigido.
La ragazza mise la mano sull’interruttore. «Devo girare questo?»
«Zz! Zz!»
L’interruttore scattò, il trasmettitore emise un brusio, un sibilo, una vibrazione. La griglia divenne bianca, fluttuò di cento colori, e lanciò un segnale potentissimo attraverso tutto il subspazio, un richiamo che convocava tutte le navi da guerra terrestri nella foresta Padre, sul pianeta del Phalid. In cinque minuti ogni pannello di allarme della flotta spaziale avrebbe risuonato di un folle ululato. Sarebbero stati seguiti cento vettori, e dove i vettori convergevano, lì si sarebbero diretti cento enormi vascelli armati.
Ryan Wratch si rilassò. Adesso potevano anche ucciderlo. La sua missione era compiuta. Aveva tenuto fede al ricordo dei suoi fratelli. E la foresta Padre stava per ucciderlo. Lo sapeva, sentiva la certezza della propria morte, e il motivo quasi benevolo che la stava provocando. I bianchi steli si strinsero, cominciarono a buttare piccoli viticci avidi e curiosi per sondare le fessure e gli interstizi nella chitina.
Wratch guardò la ragazza. Sentì la sua paura. Non era paura per se stessa! Era paura, e impulsiva compassione, per lui!
Ryan Wratch voleva vivere.
«Liberami!» gridò alla foresta. «Parlerò con te!»
«Perché dovresti cercare di sfuggire a Bza?» chiese la voce gentile. «Il tuo cervello è una cosa aliena. Se obbediamo, potresti bruciare altre piccole braccia bianche.»
«No, se non tenteranno di imprigionarmi ancora. Liberami! Se non lo fai dirò alla mia compagna di bruciare un grande cerchio nella foresta.»
Le braccia subitaneamente si allentarono.
Wratch in fretta se ne allontanò. La ragazza corse verso di lui, si fermò di colpo, non sapendo cosa fare. Wratch le accarezzò una spalla con un arto superiore. Poi si guardò attentamente attorno per controllare la presenza di furtive radici bianche, ma non ne vide. Percepiva un senso grandioso di guardinga cautela nella foresta, ma anche un lento ritirarsi della sua minaccia.
Abbassò di nuovo lo sguardo sulla ragazza, sentendosi stranamente protettivo.
Scrisse sul terreno erboso: «Grazie. Abbiamo vinto!»
«Ma i Phalid non verranno a cercarci, e non ci uccideranno?» chiese la ragazza.
«I Phalid hanno paura della foresta. Forse possiamo resistere fino all’arrivo delle navi terrestri,» scrisse Wratch nella scura terra argillosa. E nella mente di lei sentì una speranza, una calda felicità.
«Torneremo mai sulla Terra?»
Qualcosa dentro di lui si irrigidì. I pensieri in rapida sequenza furono come una doccia di acqua gelata. La desolazione gli offuscò la mente di grigiore. La Terra? Cosa c’era per lui sulla Terra? Il suo corpo era morto. Il suo cervello, trapiantato in un altro corpo, sarebbe morto. Non si era aspettato, nessuno si era aspettato che sopravvivesse alla sua missione.
«Non lo so,» scrisse.
Poi gettò un’occhiata alla griglia, che stava ancora gridando il suo messaggio attraverso il subspazio, e la depressione venne mitigata dalla cupa soddisfazione di avere portato a termine il suo lavoro.
Di nuovo si guardò attorno. Non c’era alcun segno di vita, solo la sensazione della foresta, pensierosa, vigile, metà petulante e metà selvaggia.
Un’intuizione della tremenda verità lo folgorò. Con improvvisa curiosità levò nell’aria il ronzante segnale di attenzione dei Phalid.
«Qual è il tuo desiderio?» giunse la risposta dall’alto del fogliame multicolore.
«Dimmi in che modo la foresta è il Padre.»
«Dalla foresta viene il Frutto della Vita,» disse la voce. «Colui che se ne nutre viene impregnato di una seconda vita, e darà alla luce del sole verde un altro Figlio.»
Debolezza. Nausea. Wratch fu percorso da un brivido ricordando l’avidità con cui aveva mangiato quel frutto a bordo della nave.
Wratch sdraiò goffamente il nero corpo lucente nel salone della nave ammiraglia della flotta, la Canadian Might. Il mobilio terrestre mal si adattava alla sua struttura. Nemmeno la poltrona speciale costruita per lui nel reparto macchine della nave era del tutto confortevole.
Accanto a lui sedeva la ragazza liberata dalla nave dei Phalid. Wratch aveva scoperto che il suo nome era Constance Averill. Il Comandante Sandion aveva appena lasciato il salone diretto al suo ufficio sul ponte di comando, e a parte Constance Averill, seduta in silenzio su una soffice poltrona poco lontano, la stanza era vuota.
Era una stanza magnifica. Le pareti erano rivestite di cuoio, inciso e sbalzato di nero, rosso e azzurro fumo. Lunghi portelli, simili più a finestre che a portelli veri e propri, si aprivano sui neri panorami dello spazio, con stelle splendenti in alto, e altre stelle splendenti in basso.
Sulle altre pareti erano appesi vistosi acquerelli dipinti da un secondo ufficiale con velleità d’artista: una vista delle Olympic Mountains di Coralangan, nel deserto di Songingk; nativi di Bao che pestavano la polpa di sanguisughe d’acqua; un paesaggio marziano, le rovine di Amth-Mogot.
L’arredamento era color verde pastello e rosso mattone, le luci erano ambrate. C’erano molti scaffali e libri, e un apparecchio che univa televisione e cinema.
Wratch sospirò mentalmente fra sé. Il suo corpo, infatti, non poteva sospirare. L’aria veniva pompata attraverso migliaia di condotti all’interno del guscio, automaticamente come il battito del cuore umano.
Wratch si guardò attorno per la stanza senza muovere la testa. Tale era la virtù della fessura ottica e dei duecento occhi. Sapeva che era piacevole, che i Terrestri avevano progettato quella stanza perché fosse calda e vivibile, là fuori nel vuoto freddo e nero. Ma per Wratch era dura, spoglia, ed estranea.
La Terra era a una settimana di volo. Due settimane indietro, un puntino insignificante nella Lira, ruotava il pianeta scuro e tenebroso dei Phalid, ora occupato da una guarnigione terrestre, e sorvegliato da due imprendibili fortezze terrestri ferme in orbita a mille miglia sopra l’equatore.
La porta si aprì. L’antropologo militare entrò, si sedette, sistemò la piega dei pantaloni, e iniziò a parlare meticolosamente. Era un ometto innocuo, con una testa a cupola, alta e calva, un paio di baffi rossicci, e svelti occhi marroni.
Da due settimane, giorno e notte, tormentava Wratch con continue domande. Wratch, che era immerso nei propri pensieri oscuri, non desiderava parlare con nessuno. Esclusa Constance Averill, che ormai parlava molto poco di qualunque cosa.
«Da quello che mi ha detto,» disse l’antropologo, «e dalle osservazioni che ho potuto fare personalmente, sono giunto a una teoria sperimentale. Implica una peculiare serie di condizioni, a nostro parere, ma probabilmente non più strane di quanto circostanze analoghe apparirebbero ai Phalid.
«Sono una razza divisa. Invece di differenziare il maschio dalla femmina, esse differenziano, rozzamente, pianta e animale. Il frutto della pianta fertilizza l’animale. L’animale, spinto dalla fame per il frutto, o forse da Bza, va a rubarlo. La pianta lo intrappola, lo divora, ed è così stimolata a produrre nuovi frutti.»