I racconti inediti
- Автор: Вэнс Джек Холбрук
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:
Zau-amuz si accasciò, rabbrividì, ed era già morto.
Lungo il passaggio arrivò correndo uno dei piloti. Vide il corpo prono, lasciò cadere il proprio alto corpo nero in una posizione contorta, e diede libero sfogo a un urlo di un’angoscia talmente spaventosa che il cervello di Wratch ne rintronò. Il racconto di migliaia di orrori, l’oltraggio che supera l’umana comprensione, il massacro, la tortura, la perversione, tradire la fiducia di un mondo intero, tutto ciò era una banalità in confronto al delitto che aveva commesso.
Wratch prontamente uccise il pilota. Poi tornò correndo nella cupola. Si fermò sulla soglia.
Coraggio, coraggio, coraggio/ disse a se stesso. Non devo rinunciare adesso!
Entrò lentamente nella stanza, osservando il pilota Phalid con disperata intensità, cercando di leggere la mente nascosta. Tentò un trucco fuori dall’ordinario.
A quanto sapeva, i Phalid erano uno esattamente uguale all’altro. Almeno ai suoi sensi terrestri non era evidente alcuna differenziazione fisica.
Scivolò nella poltroncina occupata poco prima dal pilota morto.
Quello ancora rimasto era concentrato sui comandi, e rivolse a Wratch solo un rapido sguardo.
«Cos’era quella confusione?»
«Zau-amuz ha dato nuove istruzioni,» disse Wratch. «Dobbiamo atterrare con la nave in un luogo desolato.»
Il pilota emise un brusco ronzio.
«Una strana contraddizione rispetto ai suoi recenti ordini. Ha specificato esattamente quali coordinate?»
«Ci dà l’autorità di usare il nostro proprio giudizio,» disse Wratch, con la sensazione di essere protagonista di un evento senza precedenti. «Dobbiamo semplicemente scegliere un’area disabitata e isolata, e atterrare.»
«Strano, strano,» ronzò il pilota. «Quanti eventi singolari in così poco tempo! Forse faremmo meglio a verificare con Zau-amuz.»
«No!» disse Wratch in tono imperativo. «È molto impegnato in questo momento.»
Il pilota apportò alcuni cambiamenti ai quadranti. Wratch, ignorando assolutamente in cosa consistessero le proprie mansioni, si appoggiò allo schienale e osservò attentamente il paesaggio.
«Attento al tuo lavoro!» latrò improvvisamente il pilota. «Compensa la torsione radiale!»
«Sto male,» disse Wratch. «La vista mi si offusca. Compensa tu la torsione.»
«Che fantasia è mai questa?» esclamò il pilota con furibonda impazienza. «Da quando gli occhi di un Phalid si offuscano davanti al suo dovere? Non è Bza!»
«Tuttavia è così che deve essere,» disse Wratch. «Dovrai far atterrare la nave da solo.»
E in mancanza di un’alternativa, il pilota, ronzando sommessamente per l’eccitazione nervosa e la stupefatta indignazione, si dispose al suo compito.
Il pianeta si ingrandì. Wratch si sedette comodamente, e scoprì in se stesso un’ombra di divertimento ai frenetici sforzi del pilota per fare il lavoro di entrambi.
Nel campo visivo apparve una città, un luogo bellissimo agli occhi di Phalid di Wratch, con bassi edifici a cupola di un materiale scuro e luccicante, molte piazze pentagonali, color marrone scuro e intarsiate con vasti mosaici convenzionali di due sfumature sotto al rosso, un’alta torre a forma di pilone terminante in una sfera dalla quale sporgevano due coni opposti, sottili e tronchi, il tutto ruotante piano contro il cielo verde oliva.
La città era rannicchiata su un terreno scuro e pianeggiante. Un fiume indolente scorreva a breve distanza, e poi una palude, e, sebbene ormai abituato alle sfumature e ai valori dei tredici colori dei Phalid, Wratch non poté non stupirsi dei bizzarri effetti che il fioco sole verde modellava sul paesaggio buio.
Passarono sopra la città, e subito dopo su quella che sembrava essere la zona industriale. Wratch vide enormi pozzi fiammeggianti, sparute strutture nere nel cielo, distese di scorie, gru sorprendentemente simili a quelle terrestri.
La città svanì oltre l’orizzonte. Sotto di loro la desolazione.
«Atterra vicino a quell’alta collina,» disse Wratch. «Vicino al limitare della foresta.»
«Avevo capito che i tuoi occhi si offuscavano,» disse il pilota, senza rabbia né sospetto — tali emozioni sembravano estranee alla loro natura — ma semplicemente sorpreso.
«Vedono bene in lontananza,» spiegò Wratch.
«Uno strano viaggio, strano davvero!» ronzò il Phalid.
Fare atterrare la grande nave in perfetto equilibrio era un compito arduo per un solo pilota, e Wratch fu costretto ad ammirare la destrezza con la quale il Phalid affrontò il problema. Una razza a un alto livello di adattabilità, pensò, quando il problema era chiaro davanti ai loro occhi. Ingenui e innocenti, addirittura, quando una situazione poteva venire affrontata con Bza.
La nave scese verso il terreno erboso soffice e scuro, esitò, toccò terra, stabilizzò il grande peso, rimase immobile.
«Adesso gli ordini di Zau-amuz sono che tu aspetti qui la sua chiamata, mentre io vado altrove,» disse Wratch.
Si alzò in posizione eretta, un’alta creatura nera, cornea nel corpo e nel carapace, con gambe articolate, braccia tentacolari chiazzate, un complessa testa da insetto. Ma dentro quella testa pulsava un cervello terrestre, e il cervello urlava: «Ora! Ora! Ora!»
Teso per l’eccitazione percorse il passaggio a lunghi passi. Corse alla prigione, tolse la barra alla porta, fece un cenno veloce alla donna.
La donna esitò, non riconoscendolo, e Wratch sentì la sua paura. E tuttavia lo affrontava arditamente. Le fece un altro cenno, con maggiore urgenza. Non c’era tempo per scrivere. Indicò se stesso, poi la donna, che d’un tratto comprese, corse avanti. Le fece segno di essere prudente, e la scortò fuori nel corridoio.
Si udì un urlo agonizzante. I Phalid avevano trovato Zau-amuz. Affrettandosi ormai apertamente, Wratch condusse la donna verso il portello di uscita. La voce dell’orrendo assassinio viaggiava veloce, e ogni Phalid sembrava paralizzato, svuotato di ragione e volontà.
Il portello di uscita era un congegno dall’intricata struttura.
«Aprite il portello,» disse Wratch a due Phalid lì vicino. «È stato l’ultimo ordine di Zau-amuz.»
I Phalid, storditi, obbedirono.
Wratch e la donna si precipitarono sulla strana distesa erbosa del mondo dei Phalid. Mentre così facevano, dall’interno giunse l’enorme ronzio del sistema di altoparlanti della nave.
«Terribile tradimento! Atti inconcepibili! Catturare i due che hanno lasciato la nave!»
Wratch si buttò in una corsa dinoccolata, annaspando contemporaneamente sotto il carapace nella cassetta di emergenza per trovare il fulcro di tutta l’avventura. Nella cassetta c’era un dispositivo composto di tre parti: un minuscolo accumulatore a energia atomica, un commutatore molto resistente, abilmente costruito, e una griglia di trasmissione smontabile. Mentre correva Wratch tirò fuori le tre componenti, ma il tempo di fermarsi a metterle insieme purtroppo mancava. Già i Phalid uscivano a fiumi dalla nave, e rimbalzavano sull’erba scura in salti sgraziati.
La donna non era d’intralcio. Teneva facilmente il passo con la rapida corsa del corpo del Phalid. A Wratch venne in mente che doveva essere giovane e forte per correre così bene. Illogicamente desiderò poterla vedere com’era veramente, cioè come l’avrebbero vista occhi terrestri. Ai suoi occhi di Phalid era pallida, umida, e simile a un rettile.
Una collina rocciosa e spoglia era alla loro sinistra, mentre di fronte e a destra si stendeva una foresta ricca di una vegetazione che, sebbene i suoi occhi di Phalid trovassero familiare in modo intimo e terribile, il suo cervello terrestre percepì come la vegetazione più strana mai vista in tutta la vita.