I racconti inediti
- Автор: Вэнс Джек Холбрук
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:
L’antropologo li guardò con un’espressione di prudente trionfo.
«E il piano era di addestrare i Terrestri al furto del frutto?» chiese Constance Averill.
«Apparentemente la sostanza stimolante è presente nel corpo umano come nel corpo del Phalid,» disse l’antropologo. «Il clan dominante dei Phalid, i Nominati, erano preoccupati per il costante calo della popolazione. I governanti avevano raggiunto un alto livello tecnologico. Decisero di esplorare lo spazio per trovare una specie di creatura che potesse servire da mandatario per i Phalid nei pericolosi pellegrinaggi alla foresta Padre.
«E così alla fine hanno incontrato i Terrestri nello spazio, e hanno preso alcuni prigionieri per fare l’esperimento. Questi, trattati psicologicamente in modo appropriato, si sono dimostrati quasi ideali per il lavoro. Si stavano preparando a partire con piani su grande scala per importare i Terrestri, far loro rubare il frutto dalla foresta, e portarlo in città. E se i Terrestri restavano intrappolati nella foresta Padre, ebbene, niente di male. Avrebbe dato come risultato una maggiore produzione di frutti.»
Un assistente dell’antropologo entrò, e si chinò con deferenza verso l’antropologo. «I dettagli del trattato sono appena arrivati attraverso il permafono.»
«Sì?» L’antropologo si drizzò a sedere, sbatté gli occhi. «Quali sono i termini?»
«I Phalid pagano un’indennità, l’equivalente di cento milioni di muniti in metalli preziosi e merci rare. Noi stabiliamo un laboratorio, facciamo sbarcare un corpo di scienziati ricercatori, identifichiamo la sostanza che stimola la crescita dei frutti sugli alberi. Abbiamo contrattato un accordo per una quantità fissa di frutti all’anno. In altre parole coltiviamo la foresta.»
L’antropologo era chiaramente interessato e piuttosto compiaciuto. «Mi chiedo quali effetti sociali avrà il trattato sui Phalid,» disse. «Cosa ne sarà della loro Bza, la loro omogeneità, i loro schemi culturali? Scusatemi,» disse a Wratch e a Constance Averill. «Devo proprio applicare i Teoremi di McDougall alla situazione.»
E trotterellò via. Wratch e Constance Averill rimasero da soli.
Wratch si guardò stancamente attorno per la stanza con i duecento occhi. Era bassa, sproporzionata; i colori erano aspri e discordanti. Gli uomini dell’equipaggio, gli antropologi, Constance Averill, erano tutti brutte creature aliene. Le loro voci gli irritavano le vibrisse auditive, i loro movimenti offendevano il senso estetico del Phalid.
Divenne consapevole del fluire dei pensieri di Constance Averill. La risoluzione e la cocciuta vitalità che aveva subito notato e ammirato in lei erano andate lontano, fuori dalla sua percezione, sotto il tenore generale della sua mente, e al loro posto c’erano calore e premura, e buon umore. E anche un’insolita malinconia.
Proprio in quel momento era malinconica, e stranamente timida.
«Non sei felice, vero?» gli chiese.
Wratch scrisse: «Sono riuscito a fare il mio lavoro. Ne sono contento. Ma oltre a questo… sono un pezzo da museo. Un fenomeno da baraccone.»
«Non parlare così!» Wratch percepì un’immensa pietà. «Sei l’uomo più coraggioso del mondo!»
«Non sono un uomo. Il mio corpo è morto. Non posso tornare nel corpo di un altro uomo. Sono prigioniero. Non mi piace particolarmente. Niente sembra giusto, né umano, attraverso questi occhi di Phalid.»
«Che aspetto ho?» gli chiese con interesse.
«Orribile. Mezza lucertola, mezza strega.»
Wratch sentì la mente di lei scattare rapida, femminilmente allarmata.
«Davvero non ho un brutto aspetto,» lo rassicurò.
Ci fu una pausa.
«Hai bisogno di qualcuno che si prenda cura di te,» gli disse. «E quel qualcuno sarò io.»
Wratch era sinceramente sorpreso. Le sue dita tremavano mentre scriveva: «No! Mi prenderò una navicella spaziale, e vivrò fuori nello spazio per il resto della mia vita. Non ho bisogno di nessuno.»
«Vengo anch’io.»
«Non puoi. Cosa ne sarà della tua reputazione?»
«Oh, credo di essere al sicuro con te,» disse ridendo. «E comunque non m’importa.»
«Legalmente,» scrisse Wratch con sarcastica enfasi, «io sono una donna. Ho mangiato il Frutto della Vita. Alla fine questo corpo diverrà madre. Spero di non sviluppare un istinto materno.»
La giovane si alzò. Stava piangendo.
«No! Non parlare in quel modo! È orribile quello che ti hanno fatto!» Si asciugò furiosamente gli occhi con il dorso della mano.
«D’accordo!» disse con rabbia. «Sono pazza. Sono malata di mente. Ebbene, è un anno bisestile. Io penso che tu sia l’uomo più meraviglioso che conosco. Ti amo. Non mi importa il tuo aspetto. Amo quello che ti fa agire, dentro. Così sono tua… e ho intenzione di assicurarmi che…»
Wratch crollò nella poltrona.
Il terzo ufficiale della nave entrò.
«Un messaggio per lei, signor Wratch. È appena arrivato attraverso il permafono.»
Wratch aprì la busta. Il biglietto diceva:
«Caro Wratch; buone notizie per te, e te lo meriti. Abbiamo rattoppato il tuo corpo, e ti sta aspettando. È stata una dura battaglia. Abbiamo trapiantato un fegato nuovo, diciotto piedi di intestino tenue, una nuova gamba sinistra dal ginocchio in giù.
«Non te l’ho detto prima perché non volevo creare false speranze, ed era tutto molto incerto. Non appena il cervello ha lasciato il corpo, i dottori e i chirurghi migliori del mondo ci hanno lavorato giorno e notte.
«So che ti sentirai più allegro, adesso, e tra una settimana ti vedrò con piacere.»
Wratch tese il permagramma a Constance Averill. Quando la guardò, piangeva ancora. I duecento occhi di Phalid non sapevano piangere.
Nella sala d’aspetto dell’Atlantic-Space Combine Hospital erano seduti in una cinquantina, tutti in attesa di amici e parenti dimessi dai reparti nella torre sovrastante; questi uscivano dall’elevatore a cinque o dieci per volta, perché il Combine era l’ospedale più grande del mondo.
Una ragazza sottile con lucenti capelli rosso scuro, un volto delicato e incantevole come un fiore, ma con una forza intrinseca chiara e sicura, sedeva nella sala d’aspetto. Fissava l’elevatore, osservando intensamente gli uomini — specialmente i giovani abbronzati — che ne uscivano e si mettevano a cercare le facce familiari nella sala d’aspetto. Una o due volte guardò più attentamente, poi si rilassò al suo posto.
I minuti trascorsero. L’elevatore scese ancora una volta. La porta scorrevole si aprì, i pazienti dimessi uscirono.
Uno di questi era un giovane, piuttosto magro ma muscoloso. Aveva una bocca grande che denotava il buon umore, il mento lungo con una cicatrice che gli attraversava la guancia, una pelle scura quasi quanto i capelli, l’abbronzatura dello spazio che non viene più via.
La ragazza guardò, guardò ancora, si alzò lentamente, fece pochi passi esitanti. Il giovane si era fermato, stava osservando tra la folla. La ragazza restò immobile. Ci sarebbe stato qualcuno? Si era sbagliata? No, non poteva averlo confuso. Fece un passo avanti. Il giovane la vide, la guardò. Improvvisamente sorrise, tese le braccia, le prese entrambe le mani.
«Constance.» Era un’affermazione, non una domanda. Per quasi un minuto si fissarono, ricordando.
Lasciarono l’ospedale stringendosi l’uno all’altra.
IL TEMPIO DI HAN
Troppo impegnato nell’equa lotta per restare vivo, Briar Kelly non era ancora riuscito a disfarsi del travestimento. L’avventura era risultata alquanto più scabrosa di quanto fosse parsa all’inizio. Non si era aspettato un tale pandemonio.
Fino al momento in cui era entrato nel bizzarro tempio buio a North City, il travestimento gli era stato utile. Si era confuso perfettamente con gli Han; nessuno gli aveva rivolto una seconda occhiata. Poi, una volta entrato nel tempio, si era trovato da solo, e il travestimento non era più stato necessario.