L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #1
- Год: 1983
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0490-2
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:
Un rombo mi indusse a girarmi. Due operai stavano spingendo un carretto oltre una delle porte e domandai che cosa stessero facendo.
— Là c'è il Giardino della Sabbia. Lo stanno ricostruendo. Cactus e yucca… piante del genere. Purtroppo per il momento là non c'è molto da vedere.
Presi Agia per mano e le dissi: — Vieni, mi piacerebbe vedere cosa fanno. — Lei sorrise al curatore e alzò le spalle, ma mi venne dietro docilmente.
La sabbia c'era, ma il giardino no. Entrammo in uno spazio che pareva sconfinato, costellato di massi. Dietro di noi si innalzavano strapiombi di pietra che nascondevano la parete. Vicino alla porta c'era un'unica pianta, enorme, una via di mezzo tra un cespuglio e un rampicante, con le spine ricurve e crudeli. Pensai che si trattasse dell'ultimo esemplare della vecchia vegetazione, ancora da spostare. Non c'era nient'altro, e tantomeno si scorgevano tracce di nuovi innesti: il terreno era segnato solo dalle impronte degli operai, che si snodavano tra le rocce.
— Non è niente di speciale — commentò Agia. — Perché non andiamo a visitare il Giardino delle Delizie?
— La porta alle nostre spalle è aperta. Perché ho la sensazione di non poter andare via da questo luogo?
Agia mi guardò di traverso. — È una sensazione che tutti provano, prima o poi, anche se generalmente non capita tanto in fretta. Faremmo meglio a uscire. — Disse qualcos'altro ma non riuscii a capirlo. Mi parve di sentire in lontananza la risacca che batteva sulle sponde del mondo.
— Aspetta — dissi, ma Agia mi trascinò nel corridoio. I nostri piedi portarono via tanta sabbia quanta un bambino potrebbe tenerne nel palmo della mano.
— Non ci rimane molto tempo — mi spiegò. — Lascia che ti porti nel Giardino delle Delizie, poi raccoglieremo il tuo avern e ce ne andremo.
— Ma siamo solo a metà mattina.
— È mezzogiorno passato. Ci siamo fermati nel Giardino della Sabbia più di un turno di guardia.
— Adesso mi stai mentendo.
Per un attimo sul suo volto si dipinse la collera, poi l'ironia del suo amor proprio offeso la scacciò. Ero molto più forte di lei, e nonostante fossi più povero, possedevo molto di più. Disse a se stessa che subendo quegli insulti mi avrebbe dominato, e a me sembra di sentire ancora il mormorio della sua voce.
— Severian, hai parlato e parlato, e alla fine ho dovuto trascinarti via. I giardini hanno questo effetto sulla gente… sulla gente suggestionabile. Si dice che l'Autarca desideri la continua presenza di qualche visitatore, per rendere più reali le scene, e così il suo arcimago, Padre Inire, vi avrebbe posto un sortilegio. Ma dal momento che tu sei stato tanto attratto da quello, non è probabile che gli altri abbiano la stessa influenza su di te.
— Sentivo che quello era il mio posto — dissi. — Come se dovessi incontrare qualcuno… una donna che era là vicina ma nascosta…
Passammo davanti a un'altra porta, sulla quale c'era scritto:
Dal momento che Agia non mi rispondeva, dissi: — Se veramente gli altri non dovrebbero farmi alcun effetto, entriamo qui.
— Se ci attarderemo in questo, non arriveremo più al Giardino delle Delizie.
— Solo per un momento. — Vedendola tanto decisa a condurmi là, avevo iniziato a temere quello che avrei potuto trovarvi e portare con me.
La pesante porta del Giardino della Giungla ruotò verso di noi portando un soffio di aria fumante. Dall'altra parte, la luce era tenue e verde. Le liane nascondevano l'entrata e un grande albero marcescente era caduto sul sentiero, a pochi passi da noi. Sul tronco era ancora appeso un minuscolo cartellino: Caesalpinia sappan.
— La vera giungla sta morendo nel nord, a mano a mano che il sole si raffredda — spiegò Agia. — Un uomo che conosco sostiene che sta morendo ormai da molti secoli. Qui si conserva la giungla quale si presentava quando il sole era giovane. Entra, se vuoi vedere questo posto.
Entrai. Alle nostre spalle la porta si chiuse e scomparve.
XX
GLI SPECCHI DI PADRE INIRE
Agia aveva ragione. Le vere giungle nel nord erano agonizzanti. Io non ne avevo mai vista una, ma il giardino a loro dedicato mi diede l'impressione di conoscerle. Ancora oggi, mentre sto seduto al mio scrittoio nella Casa Assoluta, qualche rumore lontano mi fa tornare in mente le strida del pappagallo dal petto color magenta e dal becco bluastro che svolazzava da un albero all'altro, spiandoci con gli occhi cerchiati di bianco e pieni di disapprovazione… anche se certamente è tutto dovuto al fatto che la mia mente era ammaliata da quel luogo stregato. Intercalata alle sue urla, giunse una voce sconosciuta, proveniente da un mondo rosso non ancora dominato dal pensiero.
— Che cos'è? — Toccai il braccio di Agia.
— Uno smilodonte. Ma è lontano, e vuole solamente spaventare i cervi per poterli mangiare. Scapperebbe da te e dalla tua spada più in fretta di quanto faresti tu. — Un ramo aveva strappato la veste di Agia portandole allo scoperto un seno, e quell'incidente non aveva certo migliorato il suo umore.
— Dove porta il sentiero? E come è possibile che quel felino sia tanto lontano? Dopotutto ci troviamo solo in una stanza dell'edificio che abbiamo visto dalla Scalinata Adamniana.
— Non mi ero mai addentrata tanto in questo posto. Sei stato tu a voler entrare.
— Rispondi alle mie domande — le dissi, stringendole la spalla.
— Se questo sentiero è uguale agli altri… intendo dire a quelli degli altri giardini, segue un ampio percorso circolare che ci porterà nuovamente alla porta d'entrata. Non c'è motivo di temere.
— La porta è scomparsa.
— È solo un trucco. Non hai mai visto quei quadri nei quali un pietista appare assorto quando lo guardi da una certa posizione e ti fissa quando ti sposti dalla parte opposta? La porta riapparirà quando ci avvicineremo dall'altro lato.
Un serpente dagli occhi di corniola si fece avanti sul sentiero e sollevò la testa velenosa per guardarci, quindi si allontanò. Agia soffocò un'esclamazione. — Chi di noi due ha paura adesso? — le chiesi. — Quel serpente scapperà con la stessa velocità che avresti tu? Adesso rispondi alla mia domanda sullo smilodonte. È veramente lontano? E se lo è, com'è possibile?
— Non lo so. Pensi che ci sia una spiegazione per tutto quello che vedi, qui? È così nel posto da cui vieni?
Rammentai la Cittadella e le antichissime usanze della corporazione. — No — risposi. — Esistono cariche e tradizioni inesplicabili, là, anche se con la decadenza di questi ultimi tempi stanno andando in disuso. E ci sono torri nelle quali non è mai entrato nessuno, e sale perdute e gallerie con ingressi invisibili.
— Allora perché non accetti che queste cose possano esserci anche qui? Quando eravamo in cima alla scalinata e hai guardato i giardini, sei riuscito a vedere l'intero edificio?
— No — riconobbi. — C'erano arcate e guglie e un pezzo della banchina che me lo impedivano.
— Potresti comunque delimitare quello che hai visto?
Scrollai le spalle. — Il vetro impediva di individuare gli angoli dell'edificio.
— Allora come puoi farmi simili domande? E se proprio le vuoi fare, non capisci che non posso sapere le risposte? Ho dedotto che lo smilodonte fosse distante dal suo ruggito. Potrebbe anche non essere affatto qui, essere lontano nel tempo.
— Quando ho guardato l'edificio dall'alto, mi è parso di vedere una cupola sfaccettata. Adesso però, guardando in alto, vedo solo il cielo.
— Le superfici delle sfaccettature sono molto estese, probabilmente le giunture sono nascoste fra i rami — disse Agia.