L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #1
- Год: 1983
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0490-2
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:
— Dove siete diretti? — urlò in risposta l'uomo, nel quale io riconobbi quel Sieur Racho che avevo incontrato una volta in biblioteca.
Afferrai Agia per un braccio. — Sei pazza o è pazzo lui?
— Ai Giardini Botanici, per un crisio!
L'altro veicolo sfrecciò via e noi lo inseguimmo. — Più veloce — urlò Agia al nostro cocchiere. Quindi si rivolse a me: — Hai un pugnale? È meglio se glielo punti alla schiena, così potrà dire di aver corso sotto minaccia, se lo fermano.
— Perché lo fai?
— È una prova. Nessuno crederà al tuo travestimento, ma tutti penseranno che tu sia un armigero travestito e io l'ho appena dimostrato. — Girammo fulmineamente intorno a un carro pieno di sabbia. — E comunque vinceremo. Conosco il cocchiere, e so che la sua pariglia è riposata, mentre l'altro ha scarrozzato quella puttana per metà della notte.
Compresi che avrei dovuto dare il denaro ad Agia se avessimo vinto, mentre in caso contrario l'altra donna avrebbe preteso il mio inesistente crisio da Racho. Ma quanto mi sarebbe piaciuto umiliarlo! La velocità e l'incombenza della morte — ero certo che l'ipparca mi avrebbe ucciso — mi rendevano più ardito di quanto fossi mai stato in tutta la mia vita. Sguainai Terminus est e, grazie alla lunghezza della lama, raggiunsi senza fatica gli onagri. I loro fianchi erano già coperti di sudore e i tagli superficiali prodotti da me dovevano bruciare come fiamme. — Questa è meglio di un pugnale — dissi ad Agia.
Davanti alle fruste dei cocchieri, la folla si divideva come acqua, le madri si stringevano al seno i bambini e fuggivano, i soldati facevano perno sulle loro lance per saltare sui davanzali delle finestre. Il fiacre davanti a noi ci favoriva aprendoci la strada, mentre la sua corsa veniva rallentata dagli altri veicoli. Tuttavia guadagnavamo terreno molto lentamente e per ottenere qualche alna di vantaggio, il nostro cocchiere, sicuro di ricevere una lauta mancia in caso di vittoria, lanciò gli onagri su un'ampia scalinata di calcedonia. Marmi e monumenti, colonne e pilastri parevano volarci addosso. Sfondammo una siepe alta come una casa e rovesciammo un carretto di confetture, ci tuffammo attraverso un'arcata e giù per una scala a spirale, e ci ritrovammo sulla strada senza nemmeno sapere quale patio avessimo violato.
Il carretto di un fornaio, trainato da pecore, si insinuò nello stretto spazio tra il nostro veicolo e l'altro; lo urtammo con la grande ruota posteriore facendo volare per la strada una pioggia di pane fresco e gettando il corpo di Agia contro il mio. Quel contatto risultò tanto piacevole che la cinsi con un braccio e la tenni stretta. Avevo già abbracciato altre donne… Thecla e le mercenarie della città ma in quel momento provai una sensazione nuova, dolce e amara nello stesso tempo, derivante dall'attrazione crudele che Agia esercitava su di me. — Sono contenta che tu l'abbia fatto — mi disse in un orecchio. — Detesto gli uomini che mi abbrancano — e mi coprì la faccia di baci.
Il cocchiere si volse a guardarci con un sogghigno di trionfo, lasciando che gli onagri impazziti scegliessero da soli la strada. — Hanno preso la Via Tortuosa… li teniamo… attraversiamo il campo pubblico e li raggiungeremo in cento alne.
Il fiacre ondeggiò e piombò attraverso uno stretto passaggio in una barriera di cespugli. Davanti a noi torreggiò un edificio. Il cocchiere cercò di far deviare gli animali, ma era troppo tardi. Urtammo una parete, che cedette come il tessuto di un sogno, e ci ritrovammo in una specie di grotta, scarsamente illuminata e odorosa di fieno. Di fronte a noi si ergeva un altare a gradini, grande come una casetta e costellato di lampade azzurre. Lo vidi e mi resi conto che lo vedevo fin troppo chiaramente… il nostro cocchiere era stato sbalzato via. Agia urlò.
Andammo a sbattere contro l'altare in una confusione di oggetti volanti impossibile da descrivere e con la sensazione che tutto stesse roteando e precipitando come nel caos primordiale. Il suolo parve sollevarsi verso di me e mi colpì con un urto che mi fece ronzare gli orecchi.
Avevo tenuta stretta in mano Terminus est, o almeno credo, mentre piombavo a terra, ma dopo non la trovai più. Quando provai ad alzarmi per cercarla, ero privo di forze e di fiato. Lontano, un uomo urlò. Rotolai sul fianco e finalmente riuscii a rimettermi in piedi.
A quanto pareva, ci trovavamo esattamente nel centro dell'edificio, esteso come la Grande Fortezza ma completamente vuoto, senza muri divisori, scale o mobili. Nell'aria dorata e polverosa scorsi delle colonne storte che parevano di legno dipinto. Le lampade erano appese una catena sopra la mia testa. Ancora più in alto, un tetto multicolore si increspava e schioccava in un vento che non udivo.
Il pavimento era completamente coperto di paglia, come il campo di un titano dopo la mietitura. Intorno a me erano sparsi i pezzi dell'altare: frammenti di legno sottile ricoperti di foglie d'oro e tempestati di turchesi e di ametiste. Alla ricerca della mia spada, iniziai a camminare e per poco non urtai contro il fiacre sfasciato. Poco distante giaceva un onagro. Ero convinto che si fosse rotto l'osso del collo. Qualcuno chiamò: — Torturatore! — Mi voltai e vidi Agia… vacillava un po', ma si era messa in piedi. Le domandai se si fosse fatta qualcosa.
— Sono ancora viva, ma dobbiamo andarcene al più presto. L'animale è morto?
Annuii.
— Avrei potuto cavalcarlo, così invece mi dovrai portare tu, se ce la fai. Non penso che la gamba destra sia in grado di reggermi. — Barcollò, e dovetti correre da lei per sostenerla. — Dobbiamo andare via — ripeté. — Guardati intorno. Vedi una porta? Presto.
Non ne vedevo nemmeno una. — Perché dobbiamo scappare?
— Usa il naso, se non riesci a vedere.
Fiutai. L'aria non odorava più di paglia, ma di paglia incendiata, e quasi contemporaneamente vidi le fiamme, splendenti nella semioscurità anche se fino a qualche istante prima dovevano essere state solo scintille. Cercai di correre, ma riuscii a malapena a camminare zoppicando. — Dove ci troviamo?
— Nella Cattedrale delle Pellegrine… alcuni la chiamano la Cattedrale dell'Artiglio. Le pellegrine sono sacerdotesse che viaggiano lungo il continente. Non hanno mai…
Agia si interruppe perché poco lontano da noi c'era un gruppo di persone vestite di porpora. Non saprei dire se eravamo noi ad avvicinarci a loro oppure il contrario: ai miei occhi erano apparse all'improvviso. Gli uomini avevano la testa rasata e tenevano in mano scimitarre ricurve come la falce di luna e luccicanti di dorature; una donna dalla statura imponente degli esultanti reggeva tra le braccia una spada: la mia Terminus est. Indossava un mantello aderente con il cappuccio e due lunghe nappe.
— I nostri animali si sono imbizzarriti, Santa Domnicella… — disse Agia.
— Non ha importanza — rispose la donna che teneva la mia spada. Era molto bella, ma non di quel genere di bellezza che sazia il desiderio. — Questa appartiene all'uomo che ti sorregge. Digli di lasciarti e di prendersela. Tu puoi camminare.
— Abbastanza. Obbediscile, Torturatore.
— Non sai il suo nome?
— Me l'ha detto ma l'ho dimenticato.
— Severian — dissi, e continuai a sorreggerla con una mano mentre con l'altra prendevo la spada.
— Usala per porre fine alle dispute, non per iniziarle.
— Il pavimento di paglia di questa grande tenda ha preso fuoco, Castellana, lo sai?
— Il fuoco sarà domato. Le sorelle e i nostri servitori stanno già schiacciando le braci. — La donna tacque, spostando la sguardo da Agia a me e di nuovo ad Agia. — Tra i resti dell'altare, distrutto dal vostro veicolo, c'era una sola cosa che vi apparteneva e di un certo valore, questa spada, e ve l'abbiamo restituita. Adesso volete renderci tutto quello che avete trovato e che può avere valore per noi?