L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #1
- Год: 1983
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0490-2
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:
— Allora ti fa piacere che io ti amo. — Stavo scherzando, solo in parte.
— A ogni donna fa piacere essere amata, e più sono gli uomini a farlo, meglio è. Ma io non intendo ricambiare il tuo amore, se è questo che vuoi dire. Sarebbe facile, adesso, mentre giriamo per la città, se però tu questa sera rimanessi ucciso, io starei male per due settimane.
— Anch'io — dissi.
— No, tu non staresti male, non te ne renderesti nemmeno conto. Non ti importerebbe più di niente. I morti non soffrono, e lo dovresti sapere meglio di chiunque altro.
— Mi sta venendo il sospetto che tutta questa faccenda sia un trucco tuo o di tuo fratello. Tu eri fuori, quando è arrivato il Septentrion… gli hai detto qualcosa contro di me? È per caso il tuo amante?
Agia rise, e i suoi denti lampeggiarono al sole. — Guardami. La mia veste è di broccato, ma hai visto che cosa nasconde. Sono scalza. Vedi anelli o orecchini? Ho una lamia d'argento avvolta intorno al collo? Le mie braccia sono strette da cerchi d'oro? Se non noti niente di tutto questo puoi star certo che non sono l'amante di un ufficiale delle ruppe della Reggia. Ci sarebbe un vecchio marinaio, brutto e povero, che vorrebbe dividere la vita con me. A parte questo, io e Agilus abbiamo il negozio. Ce l'ha lasciato nostra madre e non siamo oppressi dai debiti perché non troviamo nessuno tanto pazzo da farci credito. Di tanto in tanto svendiamo parte della nostra merce ai cartai per comprare un piatto di lenticchie in due.
— Questa sera mangerete bene — commentai. — Ho pagato un buon prezzo per questo mantello.
— Cosa? — Agia pareva aver ritrovato il buonumore. Indietreggiò di un passo e mi fissò a bocca aperta, fingendo stupore. — Vuoi dire che non intendi offrirmi la cena, questa sera? Dopo che ho perso la giornata a consigliarti e a guidarti?
— E a coinvolgermi nella distruzione dell'altare delle pellegrine.
— Scusa, mi dispiace. Non volevo che ti affaticassi… dovrai essere ben riposato per combattere. Ma poi sono apparsi quei due e ho pensato che poteva essere l'occasione giusta per farti guadagnare un po' di denaro.
Aveva distolto gli occhi da me e li teneva fissi su uno dei busti che costeggiavano la scalinata. Le domandai: — Si è veramente trattato solo di questo?
— Se devo essere sincera, volevo che continuassero a crederti un armigero. Gli armigeri girano spesso in maschera perché partecipano frequentemente a tornei e a feste, e il tuo volto è perfetto. Anch'io ho creduto che lo fossi, appena ti ho visto. E sai, se avessi indovinato, io avrei potuto esser la donna di un armigero, magari del bastardo di un esultante. Anche se solo per scherzo. Chi sa cosa sarebbe potuto accadere?
— Capisco — dissi, e scoppiai a ridere. — Dovevamo essere veramente ridicoli mentre correvamo su quel fiacre.
— Se capisci davvero, baciami.
La fissai.
— Baciami! Quante possibilità abbiamo, ormai? Se lo vuoi, ti darò anche di più. — Tacque e rise a sua volta. — Magari dopo cena. Se troveremo un angolino appartato, anche se non sarebbe consigliabile, dal momento che ti devi battere. — Si gettò fra le mie braccia e si levò in punta di piedi per baciarmi. Aveva i seni alti e sodi, e avvertivo il movimento dei suoi fianchi.
— Guarda laggiù, Severian. — Agia si staccò. — Tra i pilastri. Che cosa vedi?
L'acqua riluceva come uno specchio. — Il fiume.
— Esatto, il Gyoll. Adesso a sinistra. I nerufari impediscono di vedere l'isola. Ma il prato è di un verde più chiaro. Non vedi il vetro? La luce che si riflette?
— Vedo qualcosa. È un edificio tutto di vetro?
Lei annuì. — Sono i Giardini Botanici. È là che siamo diretti. Ti permetteranno di tagliare l'avern… basta che tu lo chieda come tuo diritto.
Camminammo in silenzio. La Scalinata Adamniana scende tortuosa lungo un declivio ed è molto frequentata. Diverse persone si fanno portare da un mezzo pubblico fino in cima per poi discenderla a piedi. Notai molte coppie ben vestite, uomini con il volto segnato dalle difficoltà e bambini che giocavano. Da diversi punti si scorgevano le torri della Cittadella sull'altra riva; e dopo averle notate due o tre volte mi ricordai che quando ero andato a nuotare nel fiume, finite le lotte con i ragazzi dei caseggiati, un paio di volte avevo scorto quella sottile linea bianca sulla sponda opposta, talmente lontana da essere a malapena visibile.
I Giardini Botanici erano situati su un'isola vicina alla riva e racchiusi in un edificio di vetro. Non l'avevo mai visto e nemmeno avevo mai immaginato che potesse esistere qualcosa di simile. Non c'erano torri né bastioni, ma soltanto quel tholos sfaccettato che svaniva nel cielo, dove i suoi scintillii si confondevano con le stelle fioche. Domandai ad Agia se avremmo fatto in tempo a vedere i giardini. E prima che potesse rispondermi decisi che li avrei visitati comunque. In verità non avevo la minima fretta di arrivare al mio appuntamento con la morte e iniziavo a prendere meno sul serio un duello combattuto con i fiori.
— Se desideri passare il tuo ultimo pomeriggio visitando i giardini, per me va bene — disse lei. — Io ci vengo spesso. Non si paga niente, perché le spese vengono sostenute dall'Autarca, ed è molto divertente, se non sei troppo schizzinoso.
Salimmo i gradini di vetro verde chiaro. Domandai ad Agia se quell'enorme edificio contenesse soltanto piante e frutti.
Scrollò la testa ridendo e accennò al grande arco che sorgeva davanti alla costruzione. — Ai due lati di questo corridoio ci sono grandi camere, e ciascuna di esse è un biorama. Ma stai attento: il corridoio è più corto dell'edificio e man mano che ci si addentra le camere si allargano. Alcuni le trovano sconcertanti.
Entrammo, e ci trovammo immersi in un silenzio quale doveva esserci all'alba del mondo, prima che gli antenati dell'uomo forgiassero i gong di bronzo, costruissero cigolanti ruote di carri e immergessero remi scroscianti nel Gyoll. L'aria era profumata, umida e leggermente più calda che all'esterno. Le pareti che racchiudevano il pavimento a mosaico erano di vetro, ma erano talmente spesse che la vista quasi non riusciva a penetrarle, e la vegetazione, persino gli alberi altissimi, appariva tremolante come se la si guardasse attraverso l'acqua. Su una porta immensa era scritto:
— Entrate pure in quello che preferite — disse un vecchio, alzandosi da una sedia messa in un angolo. — E in tutti quelli che volete.
Agia scrollò la testa. — Abbiamo solo il tempo di vederne uno o due.
— È la prima volta che venite qui? Ai nuovi visitatori generalmente piace molto il Giardino della Pantomima.
L'uomo indossava un abito consunto che mi era vagamente famigliare. Domandai se fosse la tenuta di una corporazione.
— Infatti. Siamo i curatori… non hai mai visto nessuno di noi prima d'ora?
— Due volte, penso.
— Siamo in pochi, ma il nostro è il compito più importante della società… la conservazione di tutto quello che viene dal passato. Hai visitato il Giardino delle Antichità?
— Non ancora — risposi.
— Dovresti andarci! Se è la tua prima visita, inizia con quello. Centinaia e centinaia di piante estinte, comprese alcune che non si vedono più da decine di milioni di anni.
Agia disse: — Quel rampicante scarlatto del quale vai tanto fiero… l'ho visto crescere allo stato selvatico nel Prato dei Ciabattini.
Il curatore scosse la testa, afflitto. — Abbiamo perso le spore, penso. Lo sappiamo… Si è rotto un vetro del tetto e sono volate via. — Ma la tristezza scomparve quasi subito dal suo viso rugoso, come succede ai dispiaceri della gente semplice. — Credo che adesso sarà rigoglioso. Tutti i suoi nemici sono morti, come le malattie che le sue foglie curavano.