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L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]

Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:

Con questo L’ombra del torturatore ha inizio uno dei cicli di science-fantasy più osannati negli ultimi venti anni. In uno stile elegante e raffinato, lirico e sublime, Gene Wolfe ci narra le cronache di Severian il Torturatore, in un futuro talmente distante da rassomigliare al passato più remoto. Alla corporazione dei torturatori non si accede per diritto di nascita: solo i figli delle vittime possono esservi ammessi. Nella grande cittadella di incorruttibile metallo grigio il giovane Severian e i suoi compagni apprendisti studiano per raggiungere il rango di Maestro Torturatore, imparando gli antichi misteri della corporazione, legati al giuramento di torturare e uccidere i nemici dell’Autarca. Ma con l’arrivo di Thecla, una donna bella e intelligente che per le sue indiscrezioni ha perso il posto nel circolo interno delle concubine della Casa Assoluta, la vita cambierà per Severian. La sua disobbedienza alle regole che gli sono state insegnate è causa del suo esilio dalla Città: accompagnato solo dalla mitica spada del torturatore, Terminus Est, donatagli dal suo maestro, Severian si accinge ad un lungo viaggio verso la lontana Thrax, la Città delle Stanze senza Finestre. Un viaggio che lo porterà attraverso l’immensa Città e gli farà incontrare personaggi strani e misteriosi come i gemelli Agia e Agilus, che lo spingeranno a un arcano duello sul Campo Sanguinario, o ancora Dorcas, la misteriosa ragazza che gli apparirà sulle rive del Lago degli Uccelli, dove giacciono i morti. Un viaggio lungo e pieno di insidie che lo condurrà all’Artiglio del Conciliatore, la gemma dai poteri miracolosi, e, chissà, forse allo stesso trono della Casa Assoluta.
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«Domina lo fece e avvertì un soffio caldo. “È così che arrivano i cacogeni?”

«“Tua madre ti ha fatto salire a bordo del suo velivolo?”

«“Certo.”

«“E hai avuto modo di vedere i velivoli-giocattolo che i ragazzini lanciano nel parco di sera, fatti di carta e di pergamena. Quello che stai vedendo adesso rispetto alle macchine che viaggiano da un sole all'altro è come uno di quei giocattoli rapportato a un vero velivolo. Eppure, con questo noi siamo in grado di evocare il pesce e forse anche altre cose. E come i modellini dei ragazzi talvolta incendiano il tetto di un padiglione, così anche i nostri specchi, per quanto la loro concentrazione non sia potente, non sono privi di pericoli.”

«“Pensavo che per andare fra le stelle fosse necessario sedersi su uno specchio.”

«Padre Inire sorrise. Era la prima volta che Domnina lo vedeva sorridere e nonostante sapesse che lo stava facendo solo perché lei lo divertiva più di una donna adulta, ne rimase comunque turbata. “Aspetta, lascia che ti spieghi meglio la questione. Quando qualcosa si muove in fretta, molto in fretta, con la stessa velocità con la quale tu distingui le cose della tua camera quando la governante accende la candela, allora diventa pesante. Non è che si ingrandisca, capisci, ma diventa pesante. È attratto con più forza da Urth o da qualsiasi altro mondo. Se si muovesse abbastanza in fretta, diventerebbe un mondo a sua volta e attirerebbe a sé altre cose. Non succede mai niente del genere, ma se dovesse capitare, accadrebbe in questo modo. Eppure, nemmeno la luce della tua candela avanza abbastanza in fretta da poter viaggiare fra i soli.”

«Intanto, il pesce continuava a guizzare dall'alto al basso, avanti e indietro.

«“Non si potrebbe creare una candela più grande?” Sono certa che Domnina avesse in mente il cero pasquale che vedeva sempre in primavera e che era più grosso della coscia di un uomo.

«“Si potrebbe farlo, ma la luce non volerebbe comunque più veloce. Eppure, nonostante sia priva di peso, preme contro quello su cui cade, allo stesso modo in cui il vento, che noi non riusciamo a vedere, preme le pale di un mulino. Adesso vedi che cosa succede quando si illuminano specchi posti uno davanti all'altro: l'immagine che riflettono viaggia fra di loro e ritorna. Immagina che tornando incontri se stessa… che cosa avviene, secondo te?”

«Nonostante la paura, Domnina rise e rispose che non lo sapeva.

«“Si annulla. Pensa a due bambine che stanno correndo su un prato senza guardare dove vanno. Quando si scontrano, non ci sono più due bambine che corrono. Ma se gli specchi vengono preparati bene e sono posti alla giusta distanza, le immagini non si incontrano mai, anzi, vanno una dietro l'altra. Questo non ha alcun effetto quando la luce proviene da una candela o da una stella comune, perché le due luci che si inseguono sono solo luce bianca randomizzata, uguali alle increspature che una bambina potrebbe generare lanciando una manciata di sassolini in uno stagno. Ma se la fonte della luce è coerente e l'immagine è riflessa da uno specchio otticamente perfetto, l'orientamento dei fronti d'onda è uguale perché l'immagine è la stessa. Dato che niente nel nostro universo può superare la velocità della luce, la luce accelerata lo abbandona per entrare in un altro. Quando rallenta, rientra nel nostro… logicamente in un altro punto.”

«“Si tratta solo di un riflesso, allora?” chiese Domnina, guardando il pesce.

«“Alla fine diventerà reale, se non oscuriamo la lampada e non spostiamo gli specchi. Le leggi del nostro universo non ammettono l'esistenza di un'immagine riflessa priva del suo oggetto corrispondente, perciò l'oggetto diventerà reale.”

— Guarda — disse Agia, — c'è qualcosa.

L'ombra delle piante tropicali era tanto intensa che le chiazze di sole sul sentiero parevano rifulgere come oro colato. Strizzai gli occhi e cercai di scrutare oltre i raggi.

— Una palafitta di legno giallo con il tetto di fronde. Non la vedi?

Si mosse qualcosa e la capanna parve avventarsi contro i miei occhi emergendo dalla massa dei verdi, gialli e neri. Una macchia scura diventò il vano di una porta e due linee spioventi si trasformarono in un tetto. Un uomo vestito di chiaro era fermo sulla piccola veranda e guardava verso di noi. Mi misi a posto il mantello.

— Non importa — disse Agia. — Qui non è necessario. Levatelo pure, se hai caldo.

Mi tolsi il mantello e lo piegai sul braccio sinistro. L'uomo sulla veranda si volse con un'inequivocabile espressione di terrore ed entrò nella capanna.

XXI

LA CAPANNA NELLA GIUNGLA

Una scala a pioli fatta dello stesso legno nodoso della capanna e legato insieme da fibre vegetali conduceva alla veranda. — Non intenderai salire! — protestò Agia.

— Lo dobbiamo fare, se vogliamo vedere tutto quello che offre questo giardino — risposi. — E pensando alle condizioni della tua biancheria ho creduto che ti saresti sentita meno imbarazzata se ti avessi preceduto.

Il suo rossore mi stupì. — È solo una casa come quelle diffuse nelle zone più calde del mondo in altri tempi. Presto ti annoierà, vedrai.

— Allora non dovremo fare altro che tornare indietro e avremo perduto pochissimo tempo. — Mi aggrappai alla scaletta che oscillò e scricchiolò in maniera preoccupante; ma ero sicuro che in un luogo pubblico come quello non poteva essere veramente pericolante. Quando arrivai a metà, mi accorsi che Agia mi stava seguendo.

L'interno era poco più spazioso di una delle nostre celle, ma ogni somiglianza finiva lì. L'impressione predominante nella segreta era il senso di solidità. Le piastre metalliche delle pareti echeggiavano al minimo suono; i pavimenti vibravano al passo degli artigiani, pur reggendo bene il loro peso, il soffitto non avrebbe mai ceduto… ma se l'avesse fatto, avrebbe schiacciato tutto.

Se è vero che ciascuno di noi ha da qualche parte del mondo un gemello antitetico, luminoso se siamo oscuri, oscuro se siamo luminosi, allora quella capanna era senza dubbio l'opposto di una delle nostre celle. Su tutti i lati si aprivano delle finestre, a parte quello nel quale si trovava la porta d'entrata, e non c'erano sbarre o vetri o altri tipi di chiusure. Il pavimento, il soffitto e gli stipiti delle finestre erano rami d'albero gialli, non piallati, allo stato naturale, così che in alcuni punti ci si poteva vedere attraverso. Se avessi lasciato cadere un oricalco logoro, molto probabilmente sarebbe finito sul suolo sottostante. Non c'era un soffitto vero e proprio, ma solo uno spazio triangolare sotto il tetto al quale erano appesi tegami e sacchi di provviste.

In un angolo una donna stava leggendo ad alta voce e un uomo nudo era accovacciato ai suoi piedi. La persona che avevamo visto dal sentiero era alla finestra davanti alla porta e guardava fuori. Era evidente che si era accorto della nostra presenza — e anche se non ci aveva visti prima aveva certo avvertito le vibrazioni del pavimento — ma fingeva noncuranza. C'è qualcosa di particolare nella linea della schiena quando un uomo si volta per non vedere, e in lui era evidente.

La donna lesse: — «Allora lui salì dalla pianura al monte Nebo, che guarda verso la città, e il Misericordioso gli fece vedere l'intero paese, tutta la terra fino al Mare Occidentale. Poi gli disse: “Ho giurato ai tuoi padri che avrei dato ai loro figli questa terra. Tu l'hai vista, ma non vi metterai piede.” Infatti egli morì là, e venne sepolto in un burrone.»

L'uomo nudo ai piedi della donna annuì. — È lo stesso anche con i nostri padroni, Precettrice. Viene dato con il mignolo, ma il pollice vi sta agganciato. Un uomo deve solo afferrare il dono, scavare nel pavimento della sua casa e coprire tutto con una stuoia, perché quel pollice inizi a tirare e a poco a poco il dono si solleva da terra e sale in cielo e non lo si vede più.

La donna pareva spazientita. — No, Isangoma… — Ma l'uomo alla finestra li interruppe senza voltarsi. — Zitta, Marie. Voglio sentire cosa ha da dire. Potrai dargli più tardi le tue spiegazioni.

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