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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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«Maledizione, va’ a farti fottere, piccolo stronzo», esclamò l’uomo.

Annuì e si allontanò, attraversò il prato, salì i gradini e uscì dalla scuola per dirigersi verso casa.

Fantastico, pensò; è fantastico.

Se ne avesse avuto voglia, avrebbe potuto diventare un eroe.

Poteva andare diretto in cucina, chiamare la polizia, raccontare che sapeva dove si trovava lo Squartatore. E se l’assassino se ne fosse andato quando fossero arrivati sul posto, sarebbe stato in grado di fornire loro più di un semplice indizio, avrebbe potuto fornire una descrizione completa. La prima. L’unica. E lo Squartatore non si sarebbe più sentito tanto sicuro.

Ma quando entrò nell’ingresso, vide la sua giacca appesa alla ringhiera delle scale. La prese in mano, infilò un dito nel laccio sul collo e se la gettò sulle spalle.

Ragazzi, pensò, è un grande giorno. Ho ritrovato la giacca e ho la possibilità di diventare un eroe.

Andò in cucina a prendere una lattina di soda e si fermò sulla soglia. Suo padre era seduto al tavolo, intento a scarabocchiare qualcosa su un blocchetto giallo, con un’aria frettolosa e affaticata, e per niente allegra.

«Vedo che hai ritrovato la giacca», disse Norman, dopo aver alzato lo sguardo.

«Già. Chi l’ha riportata?» Aprì il frigorifero, prese la bibita e gettò la linguetta di chiusura nella spazzatura.

«Il signor Hedley.»

«Chi?»

Norman lasciò cadere la penna sul blocco e si appoggiò allo schienale.

«Il signor Hedley. Te lo ricordi l’insegnante? Mi ha portato la giacca in ufficio ieri mattina.»

Don non riusciva a capire e si mise a fissare il padre finché, infine, cominciò a intuire come stavano le cose.

«Pensi che sia stato io, eh?»

Norman scosse la testa. «No, no davvero.»

Ancora il rosso, questa volta a ondate.

«Che cosa intendi dire con no davvero? Non sono stato io, se lo vuoi sapere.» Gettò con violenza la lattina sul bancone, ignorando la schiuma che stava uscendo. «Cristo!»

Norman si gonfiò le guance e sbuffò: «Donald, non ho tempo per discutere. Tu dici di non aver gettato quella porcheria sulla sua veranda e lui ha trovato la tua giacca sulla siepe. E adesso pensa anche che abbia svuotato tu quella fialetta in classe. Mette insieme due più due e decide di essere gentile e di venire da me e non dalla polizia.»

«Okay», rispose lui. «Okay.»

«Ma dici di non essere stato tu. Anche dopo tutto quello che hai sofferto, dopo tutte quelle punizioni, continui a negarlo.»

«Mio Dio!» esplose Don. «Che cosa vuoi da me, una confessione scritta? Vuoi che mi sottoponga al test della verità?»

«Donald, basta così.»

Don era sul punto di dire che erano padre e figlio e che di tanto in tanto sarebbe stata una buona idea aver fiducia in ciò che diceva.

Ma non lo fece.

Disse: «Hai ragione, papà. Basta così.»

Si incamminò fermamente verso le scale, si fermò per assicurarsi di non essere seguito e poi si precipitò nel bagno. Riempì la vasca di acqua fredda e se ne gettò un po’ in faccia, cercò una spugna e se la passò sul collo.

Ma il rosso non se ne andava.

Si rifletteva anche sullo specchio, sbiadendo in rosa quel tanto che bastava per permettergli di vedere la propria immagine riflessa; si diffuse nello stomaco e credette di essere sul punto di esplodere; fece irruzione nelle orecchie con la violenza dell’oceano dopo la tempesta; lo circondò vorticosamente, lo fagocitò, lo scrollò e sparì così all’improvviso che dovette aggrapparsi al lavandino per non cadere sulle ginocchia.

Stava sudando e aveva freddo, si mise una salvietta attorno al collo e andò in camera sua, chiuse la porta e rimase in piedi di fronte al poster.

Gli alberi c’erano ancora; anche la nebbiolina, anche la strada.

Lo stallone era parzialmente nascosto dietro uno schermo di linee bianche.

«Che cosa sta succedendo?» sussurrò nervosamente, allungando una mano infreddolita per toccare il punto dove lo stallone stava sbiadendo. «Che cosa sta succedendo?»

Poi andò a sedersi sul letto e si coprì il volto con le mani.

Improvvisamente ebbe paura. Non per quello che stava succedendo al cavallo, ma per la pazzia che lo stava catturando, facendogli credere che stesse sparendo. Doveva essere quello il motivo. Stava impazzendo. Non c’era nessun poster al mondo dal quale sparissero le immagini e non c’era nessun ragazzo al mondo che parlava con una stupida fotografia e che la considerava un amico a cui raccontare i segreti e chiedere consiglio. Non c’era nessuno come lui, perché stava impazzendo, e non poteva nemmeno dirlo a Tracey perché aveva telefonato a Jeff e non a lui.

Jeff aveva paura.

C’era un maniaco che si aggirava in città ammazzando persone che lui conosceva; aveva la netta sensazione, provocata da un non so che, di aver perso ogni possibilità di avere Tracey; e c’era un pazzo, uno sconosciuto o chissà che altro, che si stava impossessando del corpo di quello che una volta era il suo migliore amico.

Subito dopo che Don si era allontanato dallo stadio, aveva risalito i gradini ed era tornato a scuola. Era rimasto per qualche minuto nello spogliatoio della squadra, sapendo che non ci sarebbe stato l’allenamento e chiedendosi dove avrebbe potuto andare. Non gli andava di tornare a casa perché suo padre era al lavoro; non poteva andare da Beacher perché non aveva soldi.

Aveva voglia di andare da Tracey. Aveva voglia di parlare con qualcuno. Aveva voglia di sentirsi dire da qualcuno — e Tracey l’avrebbe fatto, lo sapeva — che era giusto piangere quando muore un amico.

E aveva pianto.

E quando era entrato Tar Boston, aveva dovuto asciugarsi il viso togliendosi gli occhiali.

«Santo cielo», gli aveva detto Boston. «Non era mica tua sorella, no?»

Jeff si era voltato.

«Cazzo», aveva esclamato Boston, dando un calcio alla parete. «Non è giusto, vero? Non è giusto.»

Jeff aveva aspettato, non aveva sentito più nessun rumore e aveva richiuso violentemente lo sportello del suo armadietto per poi dirigersi verso la porta.

Mentre stava per impugnare la maniglia, aveva creduto di sentire qualcosa sbuffare alle sue spalle. Come un singhiozzo.

Cristo, aveva pensato, e poi si era girato.

Tar si era appoggiato alla parete e sorrideva mentre faceva il verso del pianto. «Quattrocchi», aveva detto. «Tu non sei cattivo, ma di certo non sei un uomo.»

Jeff gli si era avvicinato e Boston si era messo a ridere, alzando le mani per parare il colpo che si aspettava. Rideva così tanto da non accorgersi che Jeff stava spostando il peso sul piede sinistro e non aveva fatto in tempo a proteggersi quando Jeff gli aveva tirato un calcio nelle palle.

Era uscito sorridente dalla palestra con una musica marziale nella mente. L’avrebbe pagata. Ragazzi, certo che l’avrebbe pagata. Ma l’espressione che quel bastardo aveva in volto l’aveva ripagato per tutte le ossa che poi avrebbero potuto rompergli.

Era ripagato, davvero.

E allora perché mai non riusciva a trovare lo stesso coraggio per invitare fuori Tracey?

Al pensiero allargò un sorriso. Be’ … forse ci sarebbe riuscito. Forse ci sarebbe riuscito davvero. E poi forse sarebbe potuto andare da Don per vedere di scoprire quello che non andava nella testa del ragazzo.

Don sentì la macchina di sua madre entrare nel vialetto, la porta d’ingresso chiudersi e delle voci soffocate provenire dalla cucina. Squillò il telefono. Qualcuno andò a rispondere. Si mise sdraiato sulla schiena con le mani dietro la testa. Tirò su con il naso, rabbrividì e poi sentì dei passi fuori dalla sua porta. Qualcuno bussò dolcemente. La porta si aprì.

«Tesoro», disse Joyce, «ti senti bene?»

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