La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #2
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Anna Maria Cossiga
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:
— Tornate indietro! — gridava con voce da ubriaco. — Non vi faremo del male!
I bambini scapparono nel fumo e scomparvero lungo un vicolo.
Io continuai a salire, verso il palazzo, oltre il rogo dei banchi del mercato che mi bruciacchiava i peli delle braccia, oltre un mucchio di Troiani caduti che dovevano aver cercato di opporre resistenza. Infine, raggiunsi la scalinata sulla facciata del palazzo. Anche quella era disseminata di cadaveri.
Seduto sull’ultimo gradino, appoggiato contro una delle massicce colonne di pietra, c’era Polete. In lacrime.
Mi affrettai verso di lui. — Sei ferito?
— Sì — rispose, dondolando la vecchia testa. — Nell’anima.
Mi sentii quasi sollevato.
— Guarda che desolazione. Assassinio e fuoco. È per questo che vivono gli uomini? Per agire come bestie?
— Sì — risposi, prendendolo per le spalle ossute. — Qualche volta gli uomini agiscono davvero come bestie. Qualche volta si comportano come angeli. Possono costruire città meravigliose e raderle al suolo. E allora? Non cercare di trovare un senso in questo, accettaci semplicemente come siamo.
Polete mi guardò con occhi arrossati di lacrime e di fumo. — Dunque dovremmo accettare i capricci degli dèi, e ballare ogni volta che tirano i nostri fili? È questo che mi stai dicendo?
— Non ci sono dèi, Polete. Solo bulletti viziosi che ridono del nostro dolore.
— Niente dèi? Non può essere. Deve esserci una qualche ragione alla nostra esistenza, qualche ordine nel mondo.
— Noi facciamo quello che dobbiamo fare, vecchio moralista — dissi aspro. — Obbediamo agli dèi quando non abbiamo altra scelta.
— Parli per enigmi, Orion.
— Torna all’accampamento, vecchio. Questo non è posto per te. Qualche Acheo ubriaco potrebbe scambiarti per un Troiano.
Ma lui non si mosse, tranne che per appoggiare la testa alla colonna. Vidi che la pittura una volta rosso vivo adesso era annerita e qualcuno aveva inciso un nome nella pietra con la punta della lancia: Tersite.
— Ci vediamo all’accampamento — dissi.
Lui annuì tristemente. — Sì, quando il potente Agamennone dividerà il bottino e deciderà quante delle donne e quanto del tesoro terrà per sé.
— Vai all’accampamento — ripetei con più fermezza. — Subito. Questo non è un consiglio, Polete, è un ordine.
Inspirò profondamente, poi sospirò, infine si mise lentamente in piedi.
— Prendi questo — dissi porgendogli il bracciale che Ulisse mi aveva dato. — Ti farà riconoscere da qualunque zoticone ubriaco che ti volesse staccare la testa.
Lui lo accettò senza parlare. Era assolutamente troppo grande per le sue fragili braccia, così se lo mise intorno al collo magro. Dovetti ridere mio malgrado.
— Ridere in mezzo al saccheggio di una grande città — mi rimproverò Polete. — Stai diventando un vero guerriero acheo, mio padrone.
Con questo cominciò a scendere i gradini, fermandosi ogni tanto, come un uomo a cui davvero non interessa da che parte va.
Io superai il colonnato ed entrai nella sala delle statue, dove i guerrieri achei stavano ordinando agli schiavi di radunare le sculture e di trasportarle alle navi. Attraversai il cortile che era stato così bello: i vasi erano rovesciati e infranti, i fiori calpestati, e il sangue dei cadaveri sparsi dappertutto macchiava l’erba. La piccola statua di Atena era già sparita. Quella grande di Apollo era caduta e si era rotta in vari pezzi. Sogghignai cupamente.
Un’ala del palazzo bruciava. Potevo vedere le fiamme rosseggiare attraverso le finestre. Chiusi gli occhi per un attimo, cercando di localizzare nella mente la stanza in cui Elena mi aveva parlato. Era lì che divampava il fuoco.
Da un balcone in alto sentii venire delle grida, poi imprecazioni. Il cozzare di metallo contro metallo. Si combatteva ancora, lassù.
— Le donne della casa reale si sono chiuse nel tempio di Afrodite! — sentii gridare alle mie spalle. — Avanti! — Il tono era quello di chi va a una festa, o che si affretta a sedersi al suo posto prima che il sipario si alzi sull’atto finale di una commedia.
Tolsi la spada dal fodero e mi precipitai su per la scala più vicina. Un gruppetto di Troiani stava opponendo un’estrema quanto inutile difesa del corridoio che portava ai templi reali, contro una marmaglia di guerrieri achei, urlanti e furibondi. Dietro le porte sbarrate alle loro spalle dovevano esserci il vecchio Priamo e sua moglie, insieme con le figlie e i nipoti, mi resi conto.
Anche Elena doveva essere lì, pensai. Vidi Menelao, Diomede e lo stesso Agamennone colpire con le lance i pochi disperati difensori, ridendo di loro e prendendoli in giro.
— Rischiate le vostre vite per niente — gridò Diomede. — Gettate le lance e vi permetteremo di vivere.
— Come schiavi! — ruggì Agamennone.
I Troiani lottavano con coraggio, ma erano inferiori di numero e irrimediabilmente condannati. Erano in trappola, le spalle contro le porte che cercavano così valorosamente di difendere, mentre dal corridoio continuavano ad arrivare altri Achei per prendere parte al divertimento.
Mi lanciai in un altro corridoio e attraversai una fila di stanze in cui i soldati rovistavano con furia in mezzo a casse di splendide vesti, staccando gioielli dalle scatole intarsiate d’oro e strappando gli arazzi di seta dalle pareti. Sapevo che anche quell’ala del palazzo sarebbe stata presto in fiamme. Troppo presto.
Trovai un balcone, mi arrampicai sulla balaustra, e sporgendomi più in là che potevo mi attaccai con una mano al bordo di una finestra nel muro posteriore del tempio. Dondolai per circa un metro nel vuoto e mi issai a forza di braccia sul davanzale della finestra. Spostando le tende ornate di perline, mi trovai in un piccolo, buio santuario. Le pareti erano nude, le mattonelle del pavimento vecchie e consumate sino ad essere tetre. Piccole statue votive si allineavano lungo i lati della stanza, alcune ancora ornate di ghirlande di fiori appassiti. L’aria odorava di incenso e di vecchie candele. In piedi vicino alla porta, dandomi le spalle, le mani strette l’una all’altra per la paura, c’era Elena.
Mi chinai leggermente e mi diressi in silenzio verso di lei.
— Elena — dissi.
Lei si voltò di scatto, i pugni premuti contro la bocca, il corpo irrigidito dal terrore. Vidi i suoi occhi riconoscermi, e lei rilassarsi un po’.
— L’emissario — sussurrò.
— Orion — le ricordai.
Rimase ferma, disorientata per un momento, con indosso le sue vesti più fini, coperta d’oro e gioielli, più bella di quanto qualunque donna avesse il diritto di essere. Poi corse verso di me, tre passi minuscoli, e premette la testa dorata contro il mio petto fuligginoso e macchiato di sangue. I suoi capelli erano profumati come fiori fragranti.
— Non lasciare che mi uccidano, Orion! Per favore, per favore! Saranno follemente assetati di sangue. Persino Menelao. Mi staccherebbe la testa e poi darebbe la colpa ad Ares. Per favore, proteggimi!
— È per questo che sono venuto — dissi. E mentre lo dicevo seppi che era vero. Era l’unica cosa civile che potessi fare in quella folle giornata di morte. Avendo ucciso l’uomo che l’aveva rapita, avrei fatto in modo che il marito la riprendesse.
— Priamo è morto — mi disse, con voce soffocata e singhiozzante. — Il suo cuore si è spezzato quando ha visto gli Achei superare il muro occidentale.
— La regina? — chiesi.
— È nel tempio principale, con le altre donne della famiglia reale. Proprio dall’altra parte di quella porta. Le guardie fuori hanno giurato di morire fino all’ultimo uomo prima di permettere ad Agamennone e ai suoi bruti di entrare lì.