I racconti inediti
- Автор: Вэнс Джек Холбрук
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:
«Chi sei?» La sua voce era perplessa, esitante. «Scrivi quasi come scriverebbe un uomo.»
«Sono un uomo, per così dire,» scrisse Wratch. «C’è il cervello di un uomo in questa brutta scatola cranica.»
La donna lo guardò, e Wratch sentì l’improvviso, caldo ardore della sua ammirazione.
«Sei molto coraggioso,» gli disse.
«Anche tu,» le scrisse; poi d’impulso: «Non sentirti troppo disperata. Farò del mio meglio per aiutarti!»
«Non mi importa più adesso,» gli disse. «Mi basta sapere che c’è qualcuno vicino. Odiavo essere da sola.»
«Devo andare,» scrisse Wratch. «Non sarebbe bene che venissi scoperto qui. Tornerò appena sarà sicuro.»
Mentre usciva dalla porta, la sua mente colse meraviglia e gratitudine, e un barlume di piacevole, calorosa amicizia.
Parlare con la donna rallegrò Wratch. Alieno e dissociato dall’umanità com’era divenuto, il suo cervello si era gradatamente mutato in un congegno pensante, freddo e meccanico. E, pensò Wratch con un’improvvisa fitta di amarezza, in realtà non era altro che quello, un meccanismo con una certa funzione da adempiere prima di sottomettersi alla distruzione.
Una volta acceso l’interruttore che avrebbe reso completa la sua missione, se mai fosse giunto tanto lontano, la sua vita non sarebbe valsa più di un corpuscolo di polvere astrale.
In qualche modo vedere la donna prigioniera, la cui situazione era per alcuni versi peggiore della sua, ma che non aveva nemmeno la soddisfazione di compiere un dovere, vedere quella donna, sentire il calore della sua mente, aveva creato in lui un impulso a vivere di nuovo come un essere umano. Il che, tanto per cominciare, era impossibile. Il suo corpo era morto, e secondo il dottor Plogetz il suo cervello non poteva sopravvivere in un altro corpo umano.
Il tempo passò. Giorni? Settimane? Wratch non riusciva a rendersene conto. Due o tre volte fece fugaci visite alla prigioniera. Era una donna giovane, decise, piuttosto che di mezza età, prendendo come dimostrazione il contorno nitido del mento e della mascella e una certa vivacità del passo.
Le visite lo mettevano sempre di buon umore, e perversamente lo lasciavano con un senso di insoddisfazione per ciò che la vita gli aveva dato. Molto era mancato a Ryan Wratch, sebbene viceversa avesse sperimentato molto che a uomini più prudenti e legati alla Terra non era dato provare: la solennità di tuffarsi da solo nel nero vuoto infinito, il brivido di eccitazione nell’atterrare su un pianeta sconosciuto, il cameratismo dei suoi due fratelli nei rudi piaceri degli avamposti spaziali, l’incanto di avvistare un pianeta non segnato sulle carte, al confine tra noto e ignoto, un mondo che poteva mostrargli bellezze nuove e meravigliose o una civiltà fiorente, nuovi metalli rari o gioielli, rovine di antichità cosmiche.
C’era veramente un fascino meraviglioso nell’esplorazione dello spazio e nel commercio indipendente, e Wratch sapeva che se anche gli fosse stata data una nuova prospettiva di vita, non avrebbe comunque mai potuto riconciliarsi a un’esistenza tranquilla sulla Terra.
E tuttavia Wratch pensava a tutto quello che la vita gli aveva negato. Il colore, la vivace gaiezza delle cosmopolite città terrestri nei periodi più spettacolari e prosperosi della storia del mondo; la musica, la televisione, gli spettacoli, le città di villeggiatura, quasi febbrili al ritmo dei loro piaceri; la società delle donne civilizzate, con le loro risate, la bellezza e la giovinezza.
Wratch allontanò con rabbia tali pensieri dalla sua mente. Era un — come si era definito? — un meccanismo con una determinata funzione da compiere prima di abbandonarsi alla distruzione.
Così il tempo passava, e gli anni luce scemavano dietro il vascello spaziale dei Phalid. Ma se si stessero allontanando dal Sole, se vi si stessero avvicinando, o se stessero procedendo paralleli a esso, Wratch non lo sapeva. Camminava per i corridoi, riposava nella stanza buia dal pavimento soffice disposta a quello scopo, si nutriva. Aveva mangiato i grappoli solo una volta, e poiché da quella volta se ne era sentito sazio, si riempiva il sacco gastrico soltanto di pappa marrone, e del sedano rosso scuro.
Nessuno degli altri Phalid lo infastidiva, nessuno gli faceva domande, nessuno sembrava notare che non aveva alcuna occupazione. Ogni Phalid aveva un lavoro da fare, e lo eseguiva al massimo dell’efficienza. Wratch aveva comunque la sensazione che in una situazione di emergenza un Phalid avrebbe saputo agire, e avrebbe agito, con prontezza e iniziativa; ma costituzionalmente era fatta per seguire la consuetudine — Bza — ciecamente, per lasciare che la responsabilità pesasse sulle nere spalle cornee di quelli come Zau-amuz.
Poi, un giorno, girovagando senza meta per la sala motori, Wratch notò un’insolita vivacità e sveltezza. Si affrettò alla cupola di pilotaggio, e dal portello che dava sullo spazio vide un grande mondo grigio sotto la nave. Da un lato era sospesa una fioca stella verdastra.
Quello era il mondo natio dei Phalid, la cui posizione era un segreto avvolto nel mistero per quelli della Flotta Spaziale Terrestre. Quella era la meta di Wratch.
Wratch scrutò il cielo, ma per quanto tentasse non era in grado di riconoscere nessuno dei punti di riferimento che nelle situazioni di emergenza nello spazio rendevano possibile la stima della posizione. Le Pleiadi, la costellazione di Orione, il Sacco di carbone, Corona, quelli e venti altri il cui aspetto da ogni angolazione veniva martellato nella testa di tutti gli studenti di navigazione spaziale.
Wratch guardò avvicinarsi la superficie del pianeta, vide continenti nebbiosi, mari apparentemente salmastri.
Si accorse che i piloti lo stavano osservando con stupita attenzione dalle ampie fessure ottiche.
«Stiamo per atterrare, fratello,» disse uno dei piloti. «Come mai non sei a fare il tuo dovere?»
«Il mio dovere è qui,» disse Wratch, pensando in fretta, sperando di non avere scelto la risposta sbagliata. «Osservo la forma delle nubi mentre atterriamo.»
«È questa la volontà di Zau-amuz?» insisté il Phalid. «È strano, perché non è Bza. C’è qualche errore. Chiederò al Nominato.» Prese un’asta sensoria e la premette contro il diaframma toracico.
«Dov’è il dovere di colui che deve osservare la forma delle nubi?» ronzò. E la risposta venne da una barra vibrante sporgente sopra i controlli.
«Non c’è niente di simile. È un errore. Mandatelo da me.»
«Attraverso quel passaggio,» disse il Phalid, passivo e indifferente adesso che aveva scaricato la faccenda. «Zau-amuz correggerà i tuoi ordini.»
Wratch non poteva fare altro che obbedire. Non c’erano mezzi di evasione possibili. Il passaggio conduceva soltanto a un luogo: la camera di Zau-amuz.
Wratch allungò un tentacolo nella cassetta di emergenza fissata sotto il carapace, e tirò fuori un piccolo oggetto di metallo. Era un peccato venire scoperto adesso che la sua meta era così vicina.
Avanzò, e trovò Zau-amuz che lo fissava in un esame intenso e interessato.
«Strane cose sono successe a bordo,» ronzò il Nominato. «Prigionieri terrestri fuggono, senza lasciarsi alle spalle alcun indizio di come siano fuggiti. Un fratello Phalid perde molto tempo vagando per i corridoi e nella cupola di pilotaggio, osservando le stelle, quando Bza richiede che compia il suo dovere sulla nave. Un altro fratello — o forse lo stesso — esegue ordini inesistenti di studiare la conformazione delle nubi mentre ci avviciniamo al pianeta Madre. E questi fenomeni accadono solo dopo che un fratello viene tratto in salvo da un vascello del popolo insetto, che in questo caso non oppone la solita frenetica resistenza, ma fugge con un’insolita codardia. Ora…» e i toni di Zau-amuz si fecero taglienti e acuti «questi eventi puntano a un’inevitabile conclusione.»
«Proprio così,» disse Wratch, inconsapevolmente drammatico. «La morte!»
Spianò l’arma manuale sul mostruoso Phalid. Uno scoppio, un rimbombo staccato, e la grossa testa del Nominato si contorse e si raggomitolò in una minuscola palla nera carbonizzata. Puzza e fetore riempirono la stanza.