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L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]

Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:

Con questo L’ombra del torturatore ha inizio uno dei cicli di science-fantasy più osannati negli ultimi venti anni. In uno stile elegante e raffinato, lirico e sublime, Gene Wolfe ci narra le cronache di Severian il Torturatore, in un futuro talmente distante da rassomigliare al passato più remoto. Alla corporazione dei torturatori non si accede per diritto di nascita: solo i figli delle vittime possono esservi ammessi. Nella grande cittadella di incorruttibile metallo grigio il giovane Severian e i suoi compagni apprendisti studiano per raggiungere il rango di Maestro Torturatore, imparando gli antichi misteri della corporazione, legati al giuramento di torturare e uccidere i nemici dell’Autarca. Ma con l’arrivo di Thecla, una donna bella e intelligente che per le sue indiscrezioni ha perso il posto nel circolo interno delle concubine della Casa Assoluta, la vita cambierà per Severian. La sua disobbedienza alle regole che gli sono state insegnate è causa del suo esilio dalla Città: accompagnato solo dalla mitica spada del torturatore, Terminus Est, donatagli dal suo maestro, Severian si accinge ad un lungo viaggio verso la lontana Thrax, la Città delle Stanze senza Finestre. Un viaggio che lo porterà attraverso l’immensa Città e gli farà incontrare personaggi strani e misteriosi come i gemelli Agia e Agilus, che lo spingeranno a un arcano duello sul Campo Sanguinario, o ancora Dorcas, la misteriosa ragazza che gli apparirà sulle rive del Lago degli Uccelli, dove giacciono i morti. Un viaggio lungo e pieno di insidie che lo condurrà all’Artiglio del Conciliatore, la gemma dai poteri miracolosi, e, chissà, forse allo stesso trono della Casa Assoluta.
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— I nastri che tenevano la maschera — dissi io. — Ci sono ancora.

L'uomo stava prendendo varie scatole dietro il banco e non rispose. Alcuni istanti dopo un tintinnio alla porta ci interruppe. Il nuovo entrato era un giovane con il volto nascosto da un elmo intarsiato, la cui visiera era formata da due corna ricurve e intrecciate. Portava un'armatura di cuoio laccato e una chimera dorata dal volto allucinato svolazzava sulla corazza.

— Sì, ipparca? — Il bottegaio lasciò cadere le scatole mentre si inchinava umilmente. — In cosa posso esserti utile?

Una mano guantata si voltò verso di me, con le dita strette, come se volesse porgermi una moneta.

— Prendilo — sussurrò il bottegaio, impaurito. — Qualunque cosa sia.

Tesi la mano e mi venne consegnato un lucente seme nero, grande quanto un chicco d'uva. Udii il bottegaio soffocare un'esclamazione. La figura corazzata si voltò e uscì.

Appoggiai il seme sul banco. Il proprietario gridò: — Non cercare di passarlo a me! — E si tirò indietro.

— Che cos'è?

— Non lo sai? È un seme di avern. Cos'hai fatto per offendere un ufficiale delle Truppe Palatine?

— Niente. Ma perché mi ha dato questo?

— Ti ha sfidato.

— A una monomachia? Impossibile. Non faccio parte della classe dei duellanti.

La sua scrollata di spalle era più eloquente di qualunque discorso. — Ti dovrai battere, o ti faranno uccidere. L'unico dubbio è se hai veramente offeso l'ipparca o se invece dietro a tutto questo c'è qualche dignitario altolocato della Casa Assoluta.

Con la stessa chiarezza con la quale vedevo il bottegaio, rividi Vodalus nella necropoli che teneva testa ai tre volontari; e nonostante la prudenza mi suggerisse di gettare via quel seme e di andarmene dalla città, non potevo farlo. Qualcuno — magari lo stesso Autarca o l'enigmatico Padre Inire — aveva saputo la verità sulla morte di Thecla e stava cercando di farmi fuori senza disonorare la corporazione. Bene, mi sarei battuto. Se avessi vinto, forse il mio nemico avrebbe cambiato idea; se invece fossi morto, sarebbe stato solo giusto. Tuttavia, pensando all'agile spada di Vodalus, commentai: — L'unica spada che conosco è questa.

— Non vi batterete con le spade… anzi, sarebbe meglio se la lasciassi a me.

— Mai.

Il bottegaio sospirò ancora. — Vedo che non sai proprio niente di questo genere di cose, eppure al tramonto ti dovrai battere. Bene, sei un mio cliente e io non ho mai abbandonato i clienti. Volevi un mantello. Ecco. — Si spostò nel fondo del negozio e ne tornò con un mantello colore delle foglie morte. — Provalo. Costa quattro oricalchi.

Era un mantello troppo largo e il prezzo mi parve eccessivo, ma lo comperai e quando lo ebbi indosso mi parve di aver compiuto un altro passo in avanti verso il ruolo di attore che quella giornata pareva impormi. In realtà, stavo già partecipando a diversi drammi senza nemmeno rendermene conto.

— Allora — disse il bottegaio, — io devo restare qui al negozio, ma mia sorella ti aiuterà a procurarti l'avern. Lei è stata spesso al Campo Sanguinario e forse potrà anche insegnarti i concetti basilari del duello.

— State parlando di me? — La giovane donna che avevo visto fuori dal negozio comparve dal retrobottega immerso nell'oscurità. Con il naso all'insù e gli occhi stranamente obliqui, assomigliava talmente al fratello che pensai fossero gemelli; comunque la sagoma sottile e i lineamenti delicati che nell'uomo apparivano grotteschi, in lei erano affascinanti. Il fratello le spiegò cosa mi era successo. Ma io non ascoltai. Non facevo altro che guardarla.

Adesso riprendo il racconto. È passato molto tempo — le guardie sono cambiate già due volte davanti alla porta del mio studio — da quando ho scritto le ultime righe. Non sono sicuro che sia necessario narrare quei momenti in maniera tanto dettagliata, perché forse sono importanti solo per me. Forse avrei fatto meglio a dire semplicemente: vidi un negozio ed entrai; un ufficiale dei Septentrion mi sfidò a duello e il bottegaio mandò la sorella per aiutarmi a raccogliere il fiore velenoso. Ho passato lunghi giorni a leggere le storie dei miei predecessori e la maggior parte consistono di resoconti di questo genere. Per esempio, ecco cosa si dice di Ymar:

Travestitosi, si avventurò nella campagna e scorse un mulo in meditazione sotto un platano. L'Autarca si accostò e si mise a sedere con le spalle contro il tronco, fino a quando Urth non iniziò ad allontanarsi dal sole. Passarono al galoppo dei militari con un orifiamma, un mercante che guidava un mulo carico d'oro, una bella donna portata in lettiga dagli eunuchi e infine un cane. Ymar si alzò e seguì il cane, ridendo.

Ammettendo che l'aneddoto sia vero, è facilissimo spiegarlo: l'Autarca fece la propria scelta di vita in base a un atto di volontà e non alle seduzioni del mondo.

Ma Thecla aveva avuto molti insegnanti e ognuno di loro dava in merito una spiegazione diversa. Così, un secondo insegnante diceva che l'Autarca era insensibile alle cose che attraggono gli uomini ma non riusciva a dominare la sua passione per la caccia.

E un terzo sosteneva che l'Autarca con quel gesto intendeva dimostrare il proprio disprezzo per il muni, che era rimasto in silenzio quando avrebbe potuto dare e ricevere tanta saggezza illuminante. Che non aveva scelto di fare la strada in compagnia perché la solitudine era molto attraente per il saggio, e perché i soldati, il mercante con la sua ricchezza e la bella donna sono oggetto di desiderio per gli uomini non illuminati, e lui non doveva essere considerato tale.

Un quarto aveva detto che l'Autarca aveva seguito il cane perché era l'unico a essere da solo; mentre il muni non si era mosso.

Ma perché Ymar rise? Chi lo sa? Il mercante stava inseguendo i soldati per impossessarsi del loro bottino? La donna inseguiva il mercante per vendergli i suoi baci e il suo corpo? L'animale era un cane da caccia o era piccolo, come quelli che le donne tengono perché con il loro assordante abbaiare scoraggino gli eventuali molestatori mentre dormono? Chi lo può dire ormai? Ymar è morto e i ricordi di lui che vissero per qualche tempo nel sangue dei suoi successori a questo punto sono svaniti.

Quindi, anche il mio ricordo è destinato a svanire. Di una cosa sono certo: nessuna di quelle spiegazioni su Ymar era esatta. La verità, qualunque fosse, era più semplice e sottile. In quanto a me, ci si potrebbe chiedere per quale motivo accettai la sorella del bottegaio come accompagnatrice… io che in tutta la mia vita non avevo mai avuto un vero compagno. E chi, leggendo un racconto che accenna solo alla «sorella del bottegaio», capirebbe perché restai insieme a lei anche in seguito? Nessuno, certamente.

Ho già detto che non riesco a spiegare il desiderio che lei suscitava in me, ed è vero. L'amavo di un amore assetato e disperato. Avevo la sensazione che noi due insieme avremmo potuto commettere qualche atto talmente atroce da apparire irresistibile.

Non occorre una grande intelligenza per vedere le figure che aspettano oltre il vuoto della morte… ogni bambino le conosce, sfolgoranti di glorie magnifiche e oscure, ammantate di un'autorità più antica dello stesso universo. Sono la sostanza dei nostri primi sogni e delle nostre visioni in punto di morte. Avvertiamo, a ragione, che guidano le nostre vite e che in realtà noi contiamo ben poco per loro, i costruttori dell'inimmaginabile, i combattenti di guerre che vanno oltre la totalità dell'esistenza.

La maggiore difficoltà sta nell'apprendere che in noi stessi sono racchiuse forze altrettanto grandi. Diciamo «voglio» e «non voglio», e crediamo di essere grandi. Diciamo «voglio» e «non voglio» e crediamo di essere padroni di noi stessi, pur obbedendo ogni giorno agli ordini di qualche prosaico individuo, ma la verità è che i nostri padroni stanno dormendo. Quando uno di loro si risveglia dentro di noi, una parte del nostro essere fino a quel momento insospettabile, veniamo spronati come bestie.

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