La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Iniziò un altro giro, a capo chino e con le braccia penzolanti. Aveva la maglietta sporca di sudore, i pantaloni umidi e attaccaticci. Tracey non era andata a scuola. Non poteva darle torto. Dal resoconto ingarbugliato che aveva sentito la sera prima, anche lei aveva rischiato di essere ammazzata. La prima cosa che avrebbe fatto tornando a casa sarebbe stato di perdonarla per non essersi messa in contatto con lui e di telefonarle.
Sentì chiamare il suo nome.
Lo ignorò e si avvicinò alla curva che aveva di fronte, in direzione delle gradinate. Avrebbe fatto ancora un giro e sarebbe tornato a casa per farsi una doccia. Poi avrebbe telefonato. E avrebbe cercato di capire che cos’era successo alla sua migliore amica.
Era stato domenica, quando aveva avuto finalmente la possibilità di studiare il poster più da vicino, che si era reso conto di aver avuto torto, perché nessuno aveva tentato di rovinare la fotografia — aveva toccato la carta con un dito e si era accorto che i graffi erano all’interno della fotografia stessa. Non c’erano increspature, né ammaccature. Solo uno schermo statico di linee bianche che non avevano nessun senso. Erano graffi che non erano stati causati dal passare del tempo.
Sentì chiamare il suo nome.
Aggrottò le sopracciglia e si guardò attorno, e vide Jeff alla ringhiera delle tribune. Diede un’occhiata alle gradinate, domandandosi che cosa avesse intravisto prima, e poi decise di averne abbastanza. Massaggiandosi il collo con una mano, si diresse al gradino più vicino, si fermò e si lasciò cadere sul primo sedile per aspettare Jeff.
«Ehi», disse Lichter, senza molto entusiasmo.
«Sì», rispose passandosi il braccio sulla bocca.
«Che stronzi!»
Don appoggiò i gomiti sulle ginocchia e si sporse in avanti, nel tentativo di riprendere fiato. Pensava ad Amanda. Una goccia di sudore gli cadde sulla scarpa.
«Cioè, non sanno nemmeno che aspetto abbia quel pazzoide, santo cielo! Ma credono che sia un gioco? E siamo a sette, no? E non sanno nemmeno che aspetto abbia!» Si tolse gli occhiali, tirò fuori un lembo della camicia e si mise a ripulirli. «Tracey è pronta a trasferirsi da sua nonna, e ti garantisco, Don, che non posso darle torto.»
Don si coprì la faccia con le mani, allargò leggermente le dita e guardò verso il cielo. «Che cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che lei e Mandy stavano tornando dalla biblioteca, pensando ai fatti loro, e tutt’a un tratto salta fuori quel pazzo, e l’ultima cosa che Tracey riesce a ricordare è che Mandy e quell’uomo sono entrati nel parco. Si è messa a urlare come una matta — Tracey, intendo — tanto che è diventata roca e si è precipitata da Beacher per telefonare. E là ha trovato suo padre, ma non riusciva a parlare, tanto era spaventata. È dovuto andare un dottore a casa sua per darle qualcosa per farla dormire.» Si rimise gli occhiali e si tirò indietro i capelli. «Scommetto che non ci è riuscita lo stesso. Scommetto che non ha chiuso occhio.»
Don si sdraiò sul gradino fino ad appoggiare i gomiti su quello più in alto. Poi si rivolse a Jeff. «Ti ha telefonato?»
«Sì.»
Annuì e sentì che qualcosa crollava dentro di lui, come una crepa che incrina lentamente una parete.
«Ha pianto molto, credimi.»
La parete crollò completamente, sollevando un polverone. «Ti ha telefonato.»
«Sì, ho detto di sì.» Jeff sorrise, poi trovò qualcosa su cui concentrarsi sul campo da football. «Ha detto di aver bisogno di parlare con qualcuno e la tua linea era sempre occupata. Ha detto che ha tentato per quasi un’ora, ma doveva parlare con qualcuno e, siccome non riusciva a comunicare con te, ha provato con me.»
«E tu eri a casa.»
La risata di Jeff suonò spontanea. «Certo! Credi che mio padre mi lascerebbe stare fuori fino a tardi nelle sere feriali?»
«Be’, sono contento per te», disse Don, alzandosi e pulendosi i pantaloni.
«Ehi, Don, ti ho detto che ha provato a telefonarti.»
«Lo so, lo so.»
«Ma la linea era occupata.»
«Mio padre», spiegò. «I giornalisti e chissà chi altro, e la polizia.»
«Oh. Be’, senti, dovresti telefonarle quando torni a casa, sai? Cioè, voleva parlare con te, non con me.»
«Certo.» Si diresse verso le scale; aveva voglia di correre ancora, nonostante la fitta che sentiva al fianco.
«Ehi, Don, maledizione», lo chiamò Jeff.
Non si voltò.
«Ehi, non è colpa mia.»
Riprese a correre.
«Be’, va’ al diavolo, amico.»
E quando passò dalle gradinate, Jeff se n’era andato.
Imputò il bruciore all’occhio sinistro al vento, abbassò il capo per cercare di schiarirsi la vista e si concentrò sul ritmo costante dei piedi che battevano sulla pista.
Un. Due. Il selciato era tanto soffice che non aveva nemmeno l’impressione di muoversi.
E fu allora che sentì tutte le sensazioni — la rabbia gli induriva i muscoli e gli mozzava il fiato, gli annebbiava il cervello tanto da non riuscire più a pensare, a capire, e fu costretto a fermarsi, ansimante, con le mani sui fianchi, e ad alzare il viso al cielo alla ricerca di un po’ d’aria che lo calmasse.
Tornò alle gradinate, asciugandosi le lacrime e cercando di non urlare il nome di Jeff. Cercando di non inseguire l’amico, per gettarlo contro una parete e domandargli che cosa aveva creduto di fare, permettendosi di parlare con la ragazza di Don quando era a Don che Tracey voleva parlare, quando era Don che aveva tentato di chiamare, e non ci era riuscita perché i suoi genitori erano troppo impegnati a sdrammatizzare il colpo della morte di Mandy. Nemmeno attutire. Stavano solo cercando il modo di permettere che la vita continuasse con il minor scompiglio possibile: la scuola, i festeggiamenti. Ashford. Centocinquant’anni. E Mandy aveva solo diciassette anni e lui ne aveva solo diciassette e mezzo e avrebbe fatto di tutto per evitare che succedesse anche a lui.
Si mise a sedere e lasciò penzolare nel vuoto le gambe. Le mani tremavano violentemente, la tensione non si era ancora scaricata; si sentiva le ginocchia gonfie, e si stava preparando a smetterla, a finirla, a cercare di dare un senso a tutto quanto quando, sulla destra, sentì un rumore.
Uno struscio, qualcosa che annusava e si muoveva sotto i sedili.
Voltò la testa e scrutò tra le ombre. Un cane, probabilmente. E rivide quello che aveva notato in precedenza — un luccichio degli occhi, o qualcosa che aveva in bocca. Un artiglio, oppure il colore del pelo.
Rimase ad ascoltare, ma non sentì niente.
Tornò a fissare la pista, scrollandosi tutto per rilassarsi e far sparire il rosso che aveva nella vista. Poi inspirò più volte e si alzò, guardando fra i gradini.
Superò la sorpresa iniziale e disse: «Ehi, chi è?»
Ma l’uomo rannicchiato contro il muro di mattoni si limitò a sollevare una mano lurida per fargli cenno di andarsene. Era un individuo dall’età indeterminata, con pantaloni da fatica e giacca di tweed, un’espressione di dolore sul viso, macchie scure sulle dita e il mento non rasato. Un uomo che si stava rannicchiando contro la parete e che gli fece cenno di andarsene per la seconda volta, senza dire una parola.
«Si sente bene, signore?»
Ancora quel gesto.
«Ehi, se ha bisogno di aiuto o di qualcosa…»
L’uomo lo guardò torvo e Don arretrò, controllando se sulle tribune ci fosse qualcuno da chiamare. Tornò a guardarlo e sbatté le palpebre. Una volta. Lentamente.
Il rosso sparì e riuscì a vedere con una chiarezza che faceva male agli occhi. Ma non sentì niente. Si limitò a tornare sulle gradinate e a sorridere all’uomo che si nascondeva sotto i gradini.
«Va’ a farti fottere, ragazzo», disse l’uomo.
Don continuò a sorridere, senza allegria, né felicità, solo una smorfia, era il messaggio con cui intendeva dire che sapeva bene chi fosse; lo sapeva e non gli faceva piacere.